Cronaca

Due lettere anonime dei boss smentiscono il teorema Stato-mafia

I messaggi di morte spediti al Ministero dell’Interno e all’Ansa. Nel mirino i venti nemici di Riina: Vigna, Maria Falcone, Caselli, Violante, Di Maggio, il legale di Buscetta e funzionari Dia.

Nicola Mancino

L'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino

Di Anna Germoni

Illustre signor Direttore le consiglio di far fare delle fotografie e delle interviste ai signori che le elenco perché nei prossimi mesi saranno tutti ammazzati e quindi le verrà comodo avere le loro foto e delle belle interviste su cui poter parlare”. Questo è il testo anonimo scritto su un foglio bianco: segue la lista dei nemici di Totò Riina.

Il foglio stava dentro una busta gialla con il mittente del Comune di Corleone, spedita da Villabate e giunta alla redazione dell’agenzia Ansa di Palermo il 14 giugno 1994. La missiva comprendeva una ventina di «signori» (lo stesso identico termine era stato usato da Totò Riina il 25 maggio dello stesso anno in tribunale a Reggio Calabria quando, durante una pausa del processo a suo carico per l’omicidio del giudice Scopelliti, il boss aveva lanciato un anatema contro Luciano Violante, ex presidente della commissione antimafia, contro Pino Arlacchi, deputato pidiessino, e  contro Gian Carlo Caselli, procuratore capo di Palermo).

Nel nuovo elenco dei nemici del boss inviato alla redazione dell’Ansa, oltre ai nomi fatti dal Riina in aula figurano: Maria Falcone; Davide Grassi, figlio dell’imprenditore Libero Grassi; il pm Roberto Scarpinato; l’onorevole democristiano e fratello di Piersanti Mattarella, Sergio Mattarella; alcuni sindaci del palermitano e Luigi Li Gotti, allora legale di Tommaso Buscetta. Chiudono la lista, due preti antimafia: Antonio Turturro e Antonio Garau.

Il messaggio viene subito consegnato al questore di Palermo e il 18 giugno la procura apre un’indagine. Ma pochi giorni prima, il 1° giugno 1994, un’altra lettera anonima, zeppa di minacce mafiose, era intanto arrivata al ministero dell’Interno. Nel testo viene fatto il nome di Riina, che avrebbe l’intenzione di compiere alcuni attentati. Nel mirino sono: Oscar Luigi Scalfaro, in quel momento presidente della Repubblica; Pino Arlacchi, autore del saggio Addio Cosa Nostra: la vita di Tommaso Buscetta (Rizzoli); l’allora procuratore capo della Repubblica di Firenze, Pier Luigi Vigna; il leader della Lega Nord, Umberto Bossi; alcuni noti dirigenti della direzione investigativa antimafia e Francesco Di Maggio, al tempo vicedirettore del dipartimento amministrazione carceraria. Con questi due messaggi di morte, a distanza di quasi due settimane l’uno dall’altro e se si aggiungono, verso fine maggio, le maledizioni di Riina in tribunale, Cosa nostra semina di nuovo l’incubo bombe.

Le elezioni amministrative si dovevano ancora svolgere, ma le politiche c’erano state il 27 e 28 marzo 1994. Il 15 aprile si era insediato a Palazzo Chigi un esecutivo guidato da Silvio Berlusconi. Ma, soprattutto, questo è il periodo nel quale, per la Procura di Palermo, era in corso la cosiddetta trattativa fra uomini dello Stato e mafia. Secondo l’ipotesi dei magistrati palermitani, titolari dell’indagine, il numero 2 del Dap, Di Maggio, avrebbe allentato il 41 bis già nel 1993 proprio per il presunto patto con  Cosa nostra.

Ma allora perché mai Riina in quello stesso momento lo vorrebbe morto, insieme a Vigna, a Maria Falcone, e ad alcuni dirigenti della Dia?  Forse voleva dividere il Parlamento sul 41 bis e sulla legge dei pentiti? Perché irrompere così nella scena italiana, se la trattativa  fra mafia e Stato era iniziata e stava proseguendo?

L’effetto di quelle minacce, comunque, non sortisce l’effetto auspicato da Riina. La compagine del governo non si spacca e dopo una bufera prevedibile tra i banchi di Montecitorio, tutti si compattano. I segnali di allarme e incubi attentati vengono subito recepiti dall’esecutivo centrale, dagli 007, dalla magistratura e dalla politica bipartisan. Già quando il boss corleonese  lancia la condanna  a morte contro “i comunisti”, Scalfaro interviene di corsa, mandando un telegramma  al vicepresidente del Csm, Giovanni Galloni, che Panorama pubblica qui sotto, per chiedere un’azione forte dal Palazzo dei Marescialli, nei confronti di quel giudice che aveva permesso quello show.

Bruno Siclari, capo della procura nazionale antimafia, su Repubblica dichiara: “La mafia stava alla finestra per vedere se il nuovo governo dava segni di incertezza. Ora hanno capito che da parte nostra non c’è alcun cedimento ed è possibile qualsiasi reazione”. Siclari preannuncia altri attentati e sullo stillicidio  quotidiano sul 41 bis dice: “Per i mafiosi è una questione essenziale. Le bombe di Firenze, Milano e Roma avevano questo obiettivo. Così come la campagna che hanno scatenato ora. Non va toccata la legge sul 41 bis e sui collaboratori di giustizia”. Medaglia d’oro all’esecutivo azzurro anche da parte di Violante. “Non facciamoci dividere da Riina – afferma – Berlusconi non sta avendo cedimenti. E Maroni sta lavorando bene”.

Vigna, uno dei 20 condannati a morte dai boss ha aggiunto: “Forse Riina ha confermato la strategia che sta dietro le stragi del ' 93. Cosa nostra voleva fermare l'azione dello Stato che si era fatta incisiva grazie anche ai pentiti". Anche Vittorio Teresi, all’epoca sostituto procuratore di Palermo, ora titolare dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia,  ha le idee chiare su quelle missive e a Repubblica traccia un’analisi, facendo un excursus “dalle lettere del Corvo nella primavera del 1989 o di quell’anonimo di otto pagine a cavallo delle due stragi del 1992” sostenendo che “all’azione armata contro determinati obiettivi precede o segue il proclama che chiarisce che la mafia spera di trovare una sponda ferma nell’area di governo sull’articolo 41 bis. Importante per i mafiosi è che venga sempre e comunque riconosciuta la matrice”.

Prima lo show di Riina, poi due lettere di morte rivolte a persone di altissimo profilo. Nel ‘94 Cosa nostra punta a nuove stragi. I riflettori sono ben accesi sul 41 bis, sulla legge dei pentiti e sulla confisca dei beni. Tutti, sanno cosa vogliono i boss.  Ma se  la trattativa Stato-mafia era in atto, che interesse avrebbe avuto Cosa nostra a uscire allo scoperto, attirando su di sé l’attenzione negativa di tutto il mondo istituzionale e investigativo, e risvegliando anche l’opinione pubblica? Perché, porprio in un momento così delicato, si sarebbe cercato lo scontro frontale con lo Stato?  Se si sperava di trovare una riva ferma dal mondo politico sul 41 bis, come dice il pm Teresi, vuol dire che Riina non aveva trovato alcuna sponda o cedimento, né esisteva alcuna trattativa con lo Stato…  

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