Quando nei divorzi è il figlio a tradire la madre
Temur Akhmedov (Ansa)
Quando nei divorzi è il figlio a tradire la madre
Cronaca

Quando nei divorzi è il figlio a tradire la madre

La Rubrica - Lessico Familiare

Nel 44 Avanti Cristo il grande Giulio Cesare, mentre veniva ucciso, riconosceva fra i congiurati il figlio Marco Giunio Bruto, coniando la celebre locuzione latina "Tu quoque, Brute, fili mi!", sintetizzando lo stupore e la delusione nell'aver scoperto il tradimento più lacerante per qualunque genitore, quello di un figlio.

Di 'Bruto' nella storia ve ne sono stati milioni, prima e dopo le Idi di Marzo, ma uno in particolare è balzato di recente agli onori della cronaca inglese, non solo giudiziaria, Temur Akhmedov, un ragazzone di nemmeno trent'anni che - nella costosissima e annosa battaglia giudiziaria fra i suoi genitori, il petroliere russo Farkhad Akhmedov e Tatiana - deve aver preso molto seriamente l'anatema del ricchissimo padre verso l'ex moglie "preferisco bruciare i soldi piuttosto che consegnarli a lei", e si è comportato di conseguenza.

Secondo quanto riportano i quotidiani inglesi, infatti, il giovane rampante Temur avrebbe spalleggiato il padre - tutt'altro che intenzionato a liquidare la moglie Tatiana secondo ciò che ella chiedeva in base alla legge britannica (di cui è cittadina da oltre 20 anni) - nascondendo l'immenso patrimonio con sotterfugi e ardite operazioni di finanza 'creativa', tali da indurre un giudice dell'Alta Corte inglese a definirlo "un individuo disonesto".

Insomma il quadro è alquanto desolante visto che siamo in presenza di un figlio, Temur, che avrebbe consumato un sanguinoso tradimento verso colei che lo ha partorito e cresciuto, praticamente da sola, nella totale assenza di un papà talmente impegnato nei milionari affari da costituire per la famiglia una figura evanescente.

Il quadro delineatosi innanzi ai Giudici inglesi che hanno oggi definito questa triste saga familiare dev'essere stato talmente deprimente che lo stesso giudice ha descritto la famiglia Akhmedov come "tra le più infelici che le siano mai capitate", forse parafrasando la celebre frase di Lev Tolstoj «Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo».

E sempre scomodando i grandi della letteratura come non citare Fëdor Dostoevskij: "colui che mente a se stesso e dà ascolto alla propria menzogna arriva al punto di non saper distinguere la verità né dentro se stesso, né intorno a sé e, quindi, perde il rispetto per se stesso e per gli altri"

E benché alla fine "giustizia è stata fatta" atteso che i coniugi hanno trovato un accordo divorzile che ha reso la Signora Tatiana una delle donne più ricche del pianeta, ottenendo un controvalore di beni da 451 milioni di sterline, circa 531 milioni di Euro, sarà arduo, se non impossibile, per questa madre dimenticare il tentativo del figlio di pugnalarla alle spalle pur di supportare il padre come un novello Edipo solo per "vil denaro".

Chissà se la signora Tatiana, col senno del poi, ricordando Temur da piccolo, col viso dolce e innocente, avrà concluso che ci sono assassini che non hanno ancora sparso sangue, ladri che non hanno ancora rubato nulla, e bugiardi che finora hanno detto la verità, come ben descritto da Khalil Gibran

La vicenda, spaventosamente lacerante ma tutt'altro che inedita, rappresenta l'emblema di quelle famiglie scisse per effetto di separazioni e divorzi - in cui si assiste alla trasfigurazione dei figli che diventano la longa manus dell'uno o dell'altro genitore, procurando alla vittima la stessa sofferenza che deve aver provato Giulio Cesare nel constatare il coinvolgimento del figlio nella congiura.

La parola più corretta è tradimento, che altro non è che la compromissione della fiducia accordata, fiducia che si sublima nei rapporti tra genitori e figli: essere 'trafitti' per mano di questi ultimi è qualcosa di umanamente inspiegabile, un dolore così incommensurabile che qualcuno scrisse che "con il tradimento si ammazza il cuore di chi lo subisce".

E senza cuore l'essere umano che ne è deprivato perde anche l'anima, si spegne come un computer cui hanno staccato la spina.

Forse anche Giulio Cesare, nel momento in cui veniva soffocato, preferì morire chiudendo gli occhi di fronte ad un dolore che, sopravvivendo, mai avrebbe potuto sopportare.

info: www.danielamissaglia.com/

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