Cronaca

Dentro ad un divorzio

Cosa può succedere ad una coppia, una famiglia, figli compresi, quando si comincia un percorso legale spesso peggio dell'assurdo

famiglia

Daniela Missaglia

-

Malcom X diceva che “Non si può separare la pace dalla libertà perché nessuno può essere in pace senza avere la libertà.” 


Analogalmente, in una famiglia non può esserci pace se qualcuno, anche se è il tuo Giudice, ti priva della libertà, costringendoti a seguire teorie e percorsi terapeutici che, di fatto, non condividi o, peggio, disapprovi profondamente.
La dignità umana, infatti, si basa sul rispetto di se stessi e dei principi morali sui quali la vita di ognuno di noi si fonda e nessuno dovrebbe avere il diritto di calpestarla. In nessun caso.

Eppure su circa 90.000 separazioni avvenute nel 2018, almeno il 20% finisce con uno scontro giudiziale dove la pace, la libertà e, soprattutto, la dignità individuale delle persone coinvolte rischia di lasciare il passo ad altre priorità che, nella maggior parte dei casi, hanno poco a che vedere con diritti di pari valore.

Se pensate che la dignità personale sia un diritto fondamentale dell’uomo e che, se irriso e ostacolato, sia giusto rivolgersi ad un Tribunale per ottenere giustizia, sappiate che non è tutto ‘rosa e fiori’. La giustizia incarnata da quell’apparato fatto di giudici e tribunali può serbare sgradevoli sorprese.
A chi non comprende ancora bene cosa cerchi di dirvi, legga quanto segue.

Una storia “semiseria” o “tragicomica”, certo, ma più illustrativa di mille premesse.
Immaginate di essere all’inizio di un percorso giudiziario dove la vostra anima gemella cerchi di mettervi in ginocchio, magari chiedendo il collocamento dei figli senza aver mai fatto prima un giorno intero con loro.
Immaginate anche di aver scoperto di essere stati traditi, a vostra insaputa, divenendo lo zimbello degli amici.
Immaginate anche di scoprire che le difficoltà economiche sempre lamentate in casa celavano un occultamento progressivo di beni e sostanze, sottratti a voi e ai vostri figli. Cosa fareste?

Una persona onesta, che ha fede nella giustizia, sceglierebbe un bravo avvocato per cercare di tutelare sè ed i figli, invocando a gran voce l’intervento del Tribunale in sostituzione di un accordo che non arriverebbe mai da una persona che, improvvisamente, è diventata nemica. Fine della storia?
No.

Tenetevi forte e allacciate le cinture.
Prima udienza: “capiamoci bene” - il Giudice si protende con i palmi appoggiati allo scranno - “vi do venti giorni per mettervi d’accordo, o trovate un’intesa generale, anche sui figli, o ci penso io e vi dico subito che scontenterò tutti”. Perché è qui che tutto comincia. Ed è qui che tutto si sgretola.

Il Giudice, anima sua, veste i panni di Salomone e, non sapendo che pesci prendere e a chi dar ragione sulla base dei soli atti contrapposti, dopo aver esortato “caldamente”, ma inutilmente, a trovare un accordo, dispone che i Servizi Sociali facciano un’indagine psico-sociale.
Ma siccome i Servizi Sociali non sempre rispondono in modo solerte, il Giudice decide di fare una bella consulenza tecnica d’ufficio sul nucleo familiare incaricando uno psicoterapeuta di sua fiducia scelto nella “ristretta” cerchia di nomi.
A sua volta il Consulente, con o senza autorizzazione, associa altri esperti per poter meglio approfondire la vicenda familiare.

In un sol colpo ci si trova davanti ad un numero imprecisato di psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, mediatori, testisti, assistenti sociali a loro volta divisi in gruppi di responsabili e sotto-responsabili che, al confronto, lo squadrone della morte è una riunione oratoriale.
E così, pagato il fondo spese all’avvocato, partono altri bonifici al CTU (come acconto sul maggior dovuto) al proprio consulente di parte e a tutti gli altri emeriti esperti incaricati di indagare sulla vostra idoneità genitoriale e sanità mentale, manco foste Hannibal Lecter, famoso mangiatore di fegati umani in piatti conditi con fave e accompagnati da un buon Chianti.
Nel frattempo, il vostro conto corrente si assottiglia notevolmente ma è solo l’inizio. E forse non il male maggiore.

Iniziano le sedute, la somministrazione di test, audizioni per mesi e mesi: stress, permessi di lavoro, ferie bruciate, litigi con i colleghi ed i capi, baby-sitter profumatamente stipendiate a far le veci per le assenze legate a questi impegni. Poi arriva l’esito: la montagna partorisce il topolino, almeno in apparenza.

Il Consulente, con un bel ‘pari e patta’, denunzia un’eccessiva conflittualità della coppia, affida i figli al Servizio Sociale, prescrivendo a ciascuno un percorso di sostengo individuale, alla coppia di intraprendere un supporto genitoriale congiunto, ai figli - destabilizzati da tanto livore reciproco - l’ascolto da parte di un professionista, magari un neuropsichiatra da oltre 100 Euro all’ora.
Ma, insomma, visto che uno dei due non si è mai occupato dei figli e pensa soltanto a farsi gli affari propri, a chi spettano i figli? Cosa c’entra la conflittualità?
E la paranoia ossessiva compulsiva che avevate denunciato essere la causa dei litigi coniugali?
E perché il Consulente non ha tenuto conto della volontà dei figli? Ma non doveva ascoltarli?
E perché al Giudice non interessa il tradimento che avete subito?

Quest’ultimo, forse oberato da altre questioni, accoglie de plano il suggerimento del suo consulente. Affidamento ai Servizi Sociali. Se la sbrighino loro a lavare i panni dei due livorosi. Altro giro di giostra.

Nuova convocazione della coppia e ripresa di un iter che assomiglia molto a quello appena conclusosi: mattine polverizzate nell’attesa su anonime sedie di corridoi zeppi di volantini e disegni di bambini, due occhi inquisitori dietro occhiali senza montatura dell’Assistente Sociale che, d’imperio, pur con l’elaborato della CTU e il decreto del Giudice sotto l’avambraccio, riporta al povero “genitore” ormai sfinito una sua “personale” interpretazione del decreto. Ed ecco il risvolto surreale.

“Mi scusi ma l’avvocato mi ha detto che io non ho perso l’esercizio della responsabilità genitoriale e, comunque, a breve farà un ricorso al Giudice perché la relazione che Lei ha depositato è piena di errori ed omissioni, io per esempio non ho mai detto quello che lei ha scritto”, osa dire l’ingenuo genitore.
“Le do un consiglio: cambi avvocato o il Giudice potrebbe prendere decisioni drastiche. E io con il Giudice ci parlo molto spesso”. È una freccia letale quella lanciata dall’Assistente dei Servizi Sociali allo sventurato genitore, colpevole di essersi affidato ad un avvocato sgradito e troppo severo.
Così, tra angoscia, paura, confusione, il tempo passa attraverso ricorsi, udienze, contestazioni.
E i figli? A fatica - e all’ultimo momento - vengono iscritti alle scuole dell’obbligo, a fatica riescono ad avere la loro vita. A fatica riescono ad esprimere i loro desideri. Altri permessi, altre ferie sacrificate, altri soldi. Tanti. Le certezze e la baldanza originaria vacillano.

L’unica cosa che sembra essere certa è la minaccia, tutt’altro che velata, dell’Assistente Sociale che in caso di violazione a queste prescrizioni sibila di poter prendere decisioni ancora più drastiche.
Peccato che, a detta della Cassazione, imporre percorsi terapeutici non sia costituzionalmente legittimo, perché lede il diritto alla libertà personale.
Ma così è se vi pare, di Pirandelliana memoria.

Non c’è più logica, non c’è più nesso, non c’è più competenza specifica e ormai i più svariati esperti si affacciano, rivestendo ruoli confusi, esprimendo pareri che tracimano le loro competenze.
Ormai la famiglia è denuclearizzata, i bambini strattonati e destabilizzati, i genitori sono totalmente esautorati da ogni decisione e han finito ogni risparmio e si sono persino indebitati. Ed ora voi avete paura e pervasi di delusione e confusione. 

Qui la storia è finita. Male, come avrete ben percepito.

Avviso ai naviganti: non tutte le separazioni finiscono come quella che ho raccontato, lo dico a chi – leggendo – ha già pronta la telefonata al proprio legale per “bloccare tutto’ perché vuole riconciliarsi o trovare subito un accordo consensuale.
Ho solo voluto presentare uno spaccato iperbolico e narrativo di una vicenda familiare che si incaglia in un altrettanto ipotetico Tribunale italiano.
Cosa che può succedere. Eccome se può succedere.

Morale: riflettete e, se del caso, pigiate quel tasto di ‘chiamata’ sul telefono.
Qualcuno disse: “una guerra si può perdere, ma con dignità e lealtà”.

© Riproduzione Riservata

Commenti