Dietro i ricorsi alla Sacra Rota più storie di assegni che di religione
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Dietro i ricorsi alla Sacra Rota più storie di assegni che di religione
Cronaca

Dietro i ricorsi alla Sacra Rota più storie di assegni che di religione

La sentenza a favore di una moglie riporta alla luce la corsa al tribunale ecclesiastico dove spesso si è guidati poco da ragioni di "fede" e tanto da quelle del portafoglio

Dicono che il tempo sia amico, che risolva ogni cosa, che medichi le ferite dell'animo.

Questo vale forse nella vita, meno nel diritto, un ambito scandito da una griglia di termini decadenziali e prescrizionali che sono il terrore degli avvocati e la rovina delle parti, in taluni casi.

Ed infatti le proprietà benefiche del tempo non andatele a raccontare a quel marito che, dopo aver decretato la fine del matrimonio 'scoprendosi' omosessuale, ha pensato di fare una furbata e tentare la strada del processo alla Sacra Rota per far dichiarare la nullità del vincolo: una recentissima Cassazione, pubblicata il 17 settembre, lo ha disilluso e ne ha tarpato le mire, utilizzando proprio il fattore 'tempo'.

Nel nostro immaginario leghiamo le cause innanzi al Tribunale ecclesiastico che fanno annullare i matrimoni ai regnanti o esponenti dell'alta società o dello spettacolo, da Enrico VIII a Carolina di Monaco, da Guglielmo Marconi a Francesco Cossiga, da Vittorio Gassman a Sandra Milo o Valeria Marini: eppure il ricorso alla Sacra Rota è più diffuso di quanto si pensi al punto che persino San Giovanni Paolo II, nel 2005, tuonò parlando di «interessi individuali e collettivi che possono indurre le parti a ricorrere a vari tipi di falsità e persino di corruzione allo scopo di raggiungere una sentenza favorevole».

Già perché le motivazioni religiose, in genere, rimangono sullo sfondo dacché le parti sono animate, piuttosto, da meri interessi di bottega, ossia quelli di far approvare (in gergo si dice delibare) la pronuncia rotale nell'ordinamento giuridico del loro paese per nullificare gli effetti del matrimonio a ritroso ed impedire al Giudice civile di potersi pronunciare, facendo decadere anche gli eventuali provvedimenti già emessi: se il matrimonio è nullo, insomma, non esiste assegno di separazione o divorzio a favore del coniuge debole.

Sarebbe stato un bel full di assi per questo marito protagonista della vicenda di cui mi occupo, un bel colpaccio insomma, essendo stato nel frattempo condannato dal Tribunale civile a pagare un assegno divorzile all'ex moglie: il blitz però non è riuscito perchè la Cassazione lo ha stoppato rifiutando di delibare la sua sentenza ecclesiastica di nullità con una motivazione che fa leva proprio sul tempo decorso dall'inizio del matrimonio.

Per la Suprema Corte, secondo un indirizzo consolidato, decorsi tre anni di convivenza matrimoniale, l'ordinamento italiano non può dare valore alle sentenze rotali che dichiarano la nullità del vincolo, e ciò anche se la scoperta dell'omosessualità sia avvenuta dopo.

Per la Chiesa questa scoperta è sicuramente causa di vizio originario del consenso dell'altro coniuge, giustificando la nullità, ma per il nostro ordinamento fa fede esclusivamente il fatto che la coppia abbia convissuto da marito e moglie per tre anni, limite invalicabile oltre il quale le pronunce del Tribunale ecclesiastico non hanno valore.

Ecco così che quest'uomo ora non saprà che farsene della sentenza della Sacra Rota (escludo, visto l'orientamento sessuale, che si risposerà in Chiesa) e così l'ex moglie può tirare un sospiro di sollievo e bussare mensilmente alla sua porta per riscuotere l'assegno, lei sì ringraziando il 'fattore tempo'.

info: www.danielamisaglia.com

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