Cronaca

Diciamo più "no" ai nostri ragazzi

La scoperta della chat "The Shoah Party" deve farci riflettere sulla punibilità dei minori

giovani smartphone

Mario Giordano

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Tu li guardi ma non ti vedono. Tirano su un muro. Ogni cosa che dici, sbagli. Si assentano. Spariscono. Vivono in un mondo tutto loro, dal quale usciranno solo quando, a fatica, si saranno finalmente trasformati in farfalle e voleranno dentro la vita. Ma finché sono lì, nel loro bozzolo sofferente dell’adolescenza e della preadolescenza, macinati da brufoli e da un corpo che cambia in fretta, schiacciati tra il desiderio di essere grandi e l’illusione di poter restare piccoli, i tredici-quattordicenni sono davvero oggetti misteriosi. Complicati. Come sanno benissimo tutti i genitori che ci sono passati. Li hai accanto ogni giorno e non li conosci più. Non sai chi sono davvero.

               

E così può succedere che dentro quel mondo ragazzino con le tendine abbassate entrino dei mostri che loro manco conoscono. Ma da cui si fanno possedere, affascinati dall’aura di male che li circonda. Mi riferisco, in particolare, alla notizia choc dell’altro giorno, quando è stata scoperta una chat («The Shoah Party», l’avevano chiamata) di minorenni che si scambiavano video inneggianti a Hitler o all’Isis, immagini pornografiche, filmati di bimbe impegnate in atti sessuali, inviti allo stupro, prese in giro di malati di leucemia o di bimbi affamati, bestemmie e altre bestalità. Venticinque persone indagate. Cinque con meno di 14 anni. Base a Rivoli nel torinese, ramificazioni un po’ dappertutto. L’orrore è stato scoperto grazie a una mamma, che ha rotto quel muro di silenzio. E ha varcato la soglia del mondo segreto del figlio, sbarrata dalla sua età oltre che dalla password del suo telefonino.

Come ogni volta, quando succede un episodio del genere, i «grandi» rimangono scioccati. Seguono paginate sui giornali, riflessioni come questa, interviste allo psicologo di turno. Dopo di che il mistero dell’adolescenza si inabissa di nuovo dentro il suo oceano oscuro. E quei ragazzini con il corpo che cambia troppo in fretta restano lì da soli, sempre più chiusi dentro nel loro mondo, privi di ogni riferimento  ormai, senza più appoggi né nella famiglia da cui si sentono lontani, né nella scuola che avvertono come nemica, né nella parrocchia che hanno abbandonato dopo la cresima (se mai l’hanno frequentata). Autoreferenziali. Con annesso il telefonino che riassume tutto il mondo che interessa loro. Ovviamente a portata di touch screen.

               

Ma sì, è chiaro: la vita là fuori è così difficile, pretende osservazione di regole, rispetto, studio, impegno. È così facile, invece, la vita dentro Facebook o Telegram, dove l’unica regola è che vale tutto. Farsi volere bene da una persona è una fatica mostruosa, per ottenere un like su Instagram invece basta una foto giusta. Per attirare l’attenzione nella vita reale bisogna essere capaci di fare qualcosa, su WhatsApp invece basta copiare una frase folle sugli ebrei da bruciare. E così che i ragazzini, chiusi nel loro mondo, oggi si sentono fortissimi. Potenti. Addirittura illimitati. Gli strumenti che la tecnologia mette loro a disposizione consentono tutto e dunque sono convinti che tutto sia possibile. Non capiscono che c’è una barriera, o almeno: ci dovrebbe essere una barriera, tra ciò che è possibile fare e ciò che davvero si può fare. Loro questa barriera non la conoscono. Non la vedono. Non l’hanno mai imparata. Non pensano nemmeno che sia possibile.

Mauro Querci, nume tutelare del Grillo Parlante, dopo aver letto la notizia scioccante di Torino dice che bisogna ricominciare a insegnare ai nostri ragazzini la storia, iniziando dalla Shoah, magari passando anche per i gulag e le foibe. Ha ragione. Bisogna insegnare loro la storia. E poi anche la grammatica, la matematica, la logica. Bisogna insegnare tutto quello che oggi non sanno. Ma soprattutto dobbiamo insegnare loro ad avere un senso del limite. Bisogna frantumare il muro che ci divide da loro, proprio come ha fatto quella mamma intelligente che ha denunciato «The Shoah Party».

E bisogna ricominciare a lastricare la vita dei ragazzini di dolorosi no, di faticose regole, di durissime rinunce. E anche di denunce. Perché se quello che manca è la consapevolezza che per ogni azione esiste una possibile reazione, che a ogni errore deve seguire adeguata punizione, forse è anche il caso di riportare le lancette indietro, reintroducendo il sacrosanto principio che i minori si possono punire. Soprattutto quando entrano dentro il mondo dei social. Proprio così: se si dà loro la possibilità di manovrare quegli strumenti potenti che sono oggi i telefonini, devono anche sapere che se sbagliano a usarli ne pagheranno le conseguenze. In prima persona. Chissà che, insieme alla storia, non possano imparare prima o poi anche il concetto di «responsabilità». Fondamentale eppure del tutto smarrito, ahinoi.        

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