DOCUMENTO: Ecco il memoriale di Mario Mori

La difesa di Mario Mori nel processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano

Il generale Mario Mori – Credits: Ansa/Stringer

Anna Germoni

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La verità di un processo in 160 pagine. Coinciso e graffiante per tutti, compresi i pm Antonio Ingroia e Antonino Di Matteo per le troppe apparizioni in tv in merito al processo in corso. Gioca di fioretto il prefetto Mario Mori, imputato insieme al colonnello Mauro Obinu di favoreggiamento a Cosa nostra per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso (Palermo) nell’ottobre del 1995.

Stamattina, 7 giugno 2013, in aula Mori ha letto il suo memoriale difensivo: difendendo la correttezza istituzionale del suo operato e di quello dei suoi uomini, ha contrattaccato sgretolando il castello accusatorio della presunta trattativa Stato-mafia. Il castello di sabbia della Procura di palermo viene smantellato, prove alla mano.

Il generale accusa il tritacarne mediatico del processo, “ripreso da commentatori, opinionisti, studiosi e politici ideologicamente connotati e ben collegati nell’ambiente mediatico-istituzionale che conta, che come tanti pappagalli, avendo al massimo una pallida e limitata idea dei fatti, distillano pareri ed emettono condanne o assoluzioni sulla base del tornaconto personale, senza accorgersi di fare per lo più dello squallido pettegolezzo”.

Poi Mori dichiara: ”Risulta più facile proporre a posteriori analisi e soluzioni, senza mai la controprova del riscontro pratico; criticare col senno di poi ogni decisione a suo tempo assunta sul terreno; mettere in dubbio ed interpretare ai propri fini le azioni di chi concretamente ha operato dovendo decidere nell’immediatezza e non disponendo sempre di dati conoscitivi sufficienti per definire condotte e strategie aderenti alla necessità, piuttosto che operare direttamente, mettendoci la faccia e quindi con rischio personale, contro un’organizzazione criminale spietata e sempre in grado di offendere. Si tratta di operazioni per nulla pericolose e molto redditizie, tenuto conto che chi riteneva di servire in quei momenti lo Stato non pensava di doversi precostituire alibi e difese da ipotesi fondate sull’elucubrazione di fantasiosi sistemi criminali, pensati a tavolino sulla base esclusiva di un convincimento ideologico, senza il conforto di prove”.

Con voce decisa e ferma Mori ripercorre i 5 anni di dibattimento, con oltre un centinaio di udienze e circa 100 testimoni chiamati in aula. Respinge le accuse screditanti nei confronti dei suoi uomini, appellati dal pm Di Matteo come “scudieri”, che avrebbero “perseguito obiettivi di politica criminale”. “Questa grave accusa dichiara Mori “pronunciata in un’aula di giustizia senza che sia sostenuta da concreti elementi di riscontro, si configura semplicemente come un calunnioso espediente dialettico, mirato a fare prevalere comunque una tesi di parte”.

Il prefetto mira a in mettere difficoltà tutto quel momento di opinione costituito dai politici (Sonia Alfano, Giuseppe Lumia, Antonio Di Pietro, Fabio Granata, Luigi Li Gotti, Leoluca Orlando e Rosario Crocetta) e da un fronte trasversale composto da vari professionisti: l’avvocato Fabio Repici, Gioacchino Genchi, giornalisti alla Marco Travaglio, Sandra Aurri, Saverio Lodato, Giuseppe Lo Bianco, Concita De Gregorio. Sostenuti dalle associazioni antimafia delle agende Rosse, Antimafia Duemila, La Rete, Libera, associazione nazionale familiari vittime di mafia, Quinto potere, secondo Mori i pm Ingroia e Di Matteo e molti altri magistrati siciliani hanno avuto come scopo quello di “indirizzare surrettiziamente l’opinione pubblica” verso quella che il senatore Gerardo Chiaromonte appellava come “una giurisdizione parallela di tipo politico-mediatica”.

Mori, nel suo lungo memoriale analizza le accuse lanciate nei suoi confronti dal colonnello Michele Riccio, a sua volta querelato dal prefetto, per la mancata cattura di Provenzano. Dalle carte di Mori emerge che il principale accusatore di Mori viene criticata dalla dirigenza della Dia, dai magistrati Pignatone e Principato e dallo stesso Di Matteo nonché dal gip di Catania. Le espressioni usate dai togati nei confronti di Riccio, difeso dall’avvocato Repici, delineano “una personalità assai incline all’autoesaltazione con un malcelato desiderio di porsi al centro dell’attenzione che nei suoi appunti si abbandona ad uno sfogo, senza alcun supporto di qualsivoglia natura, nei confronti di magistrati e dei superiori”.

Mori poi parla di Massimo Ciancimino, il figlio dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino trasformatosi in “icona della nuova antimafia” e recentemente arrestato per la terza volta. Per il prefetto “il movente di Ciancimino è esclusivamente quello di ottenere un miglioramento della sua situazione giudiziaria per la gestione del patrimonio paterno”. La stessa tesi viene sostenuta dalla procura di Caltanissetta, soprattutto nella richiesta di ordinanza di custodia cautelare del processo “Borsellino quater”. Contro Ciancimino jr i magistrati nisseni sono molto più duri. Scrivono infatti che “il comportamento processuale di Massimo Ciancimino è rivelatore di una personalità deviata” e che “il suo atteggiamento processuale è frutto di una strategia di depistaggio nei confronti di personaggi delle Istituzioni”.

Il generale fa emergere nitidamente citando le numerose contraddizioni delle dichiarazioni rese dal controverso collaboratore di giustizia, Giovanni Brusca, che mano a mano, nel tempo dal 1998 al 2013, “aggiusta sempre il tiro” servendosi della collaborazione con lo Stato “ non ai fini di giustizia ma in relazione alle sue esigenze e nella personale valutazione che egli faceva su quello che volevano sentirsi dichiarare coloro che lo interrogavano”. Poi sempre di fioretto, con atti alla mano sgretola anche le dichiarazioni del neo pentiti Lo Verso, Spatuzza e Mutolo. Il primo, addirittura, viene paragonato come iter comportamentale a quello di Ciancimino jr. Nelle lunghe pagine dedicate al favoreggiamento di Provenzano, il prefetto ripercorre che il Ros, diretto da lui, ha sempre orientato incessantemente la sua opera alla ricerca del boss corleonese. Spiegando con le varie operazione effettuate anche in sintonia con la Polizia di Stato, da “Grande Oriente” al “Grande Mandamento” che tutti i magistrati siciliani avevano grande fiducia nel fiuto investigativo del Ros e che fra questi vi era anche il pm Di Matteo, che esaltava le qualità del reparto che “aveva condotto da oltre tre anni con grandissima professionalità e notevole impiego di mezzi e di risorse”.

Il generale parla anche anche dei suoi contatti con Vito Ciancimino e con gli esponenti delle istituzioni, smentendo più volte le dichiarazioni dell’ex Guardasigilli Claudio Martelli. Sulla dissociazione, uno dei cardini della pubblica accusa, il prefetto precisa che “dopo la strage di Capaci era argomento di discussione fra gli esperti” e che perfino il magistrato Roberto Scarpinato in una riunione dell’Anm del 2 giugno del 1992 aveva “esposto un pacchetto di proposte per migliore l’azione di contrasto alla criminalità organizzata, ipotizzando l’applicazione di un provvedimento simile a quello a suo tempo definito per i terroristi disposti a dissociarsi. E che Paolo Borsellino, la cui posizione contraria a riguardo era ben nota, se ne andò durante i lavori del convegno, senza prendere parola”.

Altre stoccate arrivano quando si affronta l’argomento del 41 bis, il regime di carcere «duro», la personalità di Francesco Di Maggio e la presunta trattativa Stato-mafia. “Secondo l’accusa” dice Mori “brigando con Vito Ciancimino, su direttiva del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e coordinandomi con il capo della Polizia di allora, Vincenzo Parisi, e con il vice del Dap, Di Maggio e magari recependo ordini del generale Subranni, sarei io il mediatore della trattativa”.

Il prefetto dimostra che era stato lui, come comandante del Ros, a svolgere le indagini su Calogero Mannino e sui fondi neri del Sisde che coinvolsero anche Scalfaro, che reagì con il fatidico “Io non ci sto” a reti unificate, pronunciato il 3 novembre del 1993. E’ illogico pensare che da una parte si indaga sui fondi neri, in un’inchiesta in cui viene coinvolto anche il capo dello Stato, e dall’altra parte si facciano accordi sottobanco con la mafia, per un’ipotetica trattativa che con l’attenuazione del 41 bis non ha sortito alcun effetto sulla cessazione delle stragi.

Infine si citano anche i colloqui svolti in carcere con Provenzano dagli onorevoli Alfano e Lumia, entrati nella prigione insieme con l’avvocato Repici, senza che questi si qualificasse con il suo tesserino professionale. “Nessuno” dice Mori “ha voluto catalogare questi colloqui come una sorta di trattativa intrapresa con elementi mafiosi a fini inconfessabili e se vogliamo sottilizzare, il nostro tentativo, mio e di De Donno con Vito Ciancimino, era un tentativo messo in atto da due ufficiali di polizia giudiziaria per convincere un cittadino non detenuto alla collaborazione delle indagini, rientrava nelle facoltà che ci erano concesse dalla legge; mentre quello dei due politici, con la presenza inusitata dell’avv. Repici, sarebbe andato ben al di là delle loro prerogative. Se ne deduce che il termine trattativa assume un valore a seconda delle prospettive ideologiche e questo non è corretto”.

L’ultima parte delle dichiarazioni di Mori sono rivolte alle stragi del 1992-1994: “Essendo un uomo abituato a considerare i dati di fatto e non le mere ipotesi” dichiara il prefetto “io dico che lo scompaginamento di Cosa nostra è avvenuto per l’impegno e per la dedizione degli uomini delle Istituzioni, alcuni dei quali hanno pagato di persona questo impegno e non per contatti sottobanco o accordi indimostrati e indimostrabili che hanno la fondatezza e l’effettiva consistenza di un castello di carte”.

Qui sotto,Panorama pubblica il memoriale integrale del prefetto Mori. Prossima udienza, per l’arringa della difesa, il 10 giugno.

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