Cronaca

Il capitano De Falco: "Trasferimento? Non ci sto"

L'ufficiale del "vadaabordocazzo" spiega perché considera il suo nuovo incarico un demansionamento

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Redazione

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"Di ordinario in questo trasferimento non c'è nulla. Sono stato destituito. Contro di me ci sono state una serie di vessazioni". Come la notte in cui urlò a Francesco Schettino "vadaabordocazzo", il capitano Gregorio De Falco non usa la diplomazia per spiegare che il suo trasferimento non è la conseguenza di un normale avvicendamento, come invece sostiene la Guardia Costiera, ma il frutto avvelenato di quel maledetto 13 gennaio.

 

Impeccabile nella sua divisa blu, l'ufficiale si è presentato ieri al Senato, davanti alla Commissione Lavori Pubblici. "Non ci sto, questa decisione è un peccato per lo Stato" ha detto a mezza bocca ai cronisti all'ingresso.

È stato solo l'inizio di un lungo sfogo, partito proprio da quella frase che l'ha reso famoso in tutto il mondo. Perché, racconta, subito dopo aver attaccato il telefono con Schettino, l'allora direttore marittimo di Livorno Ilarione Dell'Anna nel frattempo arrivato in sala operativa "allargò le braccia e mi guardò con disgusto" per quell'espressione.

Un comportamento, dice De Falco, "che non è stato isolato" tanto che "da allora continuai a notare una certa distanza". Ma non solo: tre giorni dopo quella telefonata lo stesso Dell'Anna - che oggi è capo del personale delle Capitanerie ed è l'ufficiale che ha firmato il trasferimento di De Falco - , sempre secondo il racconto del capitano, lo convocò e gli disse: "se io fossi stato in lui (Schettino, ndr), l'avrei mandata a quel paese". 

De Falco non dice in maniera diretta che quelle frizioni hanno portato al suo trasferimento. Ma non dice neanche il contrario. "Io non giudico, osservo. E alla fine si verifica questo provvedimento". Che "è il punto d'arrivo di un percorso che assume la connotazione di vessazione. E' una sostituzione con destituzione". Parole pesanti, dalle quali sarà difficile uscire con una soluzione condivisa. Per ora torna a Livorno a ricoprire il suo nuovo incarico, quello di responsabile dell'Ufficio studi, relazioni esterne e rapporti con i media della direzione marittima di Livorno.

Un incarico, sostiene "in cui il mio apporto non ha alcuna valenza perche', al di là del nome altisonante, faccio il segretario dell'ammiraglio". Dunque "i miei atti non hanno alcun rilievo, non ho alcuna responsabilità diretta. Vuol dire che non lavoro piu'". Ma "dopo 20 anni di servizio non voglio essere pagato per nulla".

E forse non è un caso che in Senato De Falco sia arrivato accompagnato da due avvocati. Impugnerà il provvedimento? Lascerà la Guardia Costiera? "Valuto dalla A alla Z, dunque valuto qualunque ipotesi", risponde lui. "Al momento è un'ipotesi astratta" - pausa - "ma può trovare concretezza nel momento in cui questo lavoro per me non dovesse avere piùalcun significato. È ovvio che se dovessi essere relegato a fare il suggeritore del direttore marittimo, non sarebbe più il tempo".

Dopo De Falco è toccato al suo diretto duperiore, l'ammiraglio Angrisan, presentarsi in Senato. Quando è il suo turno davanti alla Commissione, parla di "pretese strumentali che fanno male al Corpo"; si dice "addolorato" di aver appreso delle "doglianze" del comandante De Falco dalla stampa, senza che "mai, mai, si fosse rivolto ai suoi superiori, pur consapevole dei doveri a cui il suo status di militare lo impegna"; soprattutto sottolinea che dal 2000 ad oggi ogni "sua volontà è stata esaudita ininterrottamente" e che fu proprio De Falco ad indicare, qualche anno fa, come gradimento l'ufficio in cui poi e' stato destinato oggi.

Un incarico, tra l'altro, che gli permetterà di fare un avanzamento di carriera: "qualora avesse interesse a farlo" è la frecciata del comandante generale. Dunque nessuno scandalo ma un trasferimento "ordinario e fisiologico" perché  "gli incarichi non possono essere mantenuti sine die" e perché "l'amministrazione non può accordare al singolo cio' che nega ad altri in pari condizioni".

E, se non bastasse, Angrisano è ancora più diretto: "Può essere l'amministrazione prigioniera della notorietà di un singolo? No, il Corpo non puo' essere prigioniero dei singoli". Anche perché le Capitanerie sono piene di De Falco. Come quegli uomini e donne "delle unita' a sud della Sicilia che operano in silenzio in ogni condizione di mare. In dieci anni abbiamo salvato 250 mila persone - quasi urla l'ammiraglio - e anche loro sono degli eroi".

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