E il cyberbullismo esplode

Nei primi quattro mesi del 2013 le denunce erano già quasi il doppio di quelle presentate in tutto il 2012. Ma c’è chi combatte il fenomeno. Così

Il sito del Garante per la privacy dedicato alla campagna contro il cyberbullismo "Social network: connetti la testa" (Credits: Ansa/Internet)

Carmelo Abbate

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Lei ha 14 anni, è di Pescara. Una amica la trascina al concerto di Justin Bieber, il cantante canadese idolatrato dalle ragazzine di tutto il mondo. Siamo a Casalecchio di Reno, provincia di Bologna, primi di marzo di quest’anno. Lei non impazzisce per Justin, ma tant’è.

Durante il concerto arriva una donna e le dice di seguirla. La porta spedita sul palco, tra le braccia dell’adolescente più idolatrato del pianeta. Lei è la prescelta del giorno, quella che le sfegatate chiamano «One less lonely you»: Justin le dedica pochi minuti di attenzioni, le mette una corona in testa, le fa dire il nome; poi insieme vanno via, mano nella mano, mentre sotto il palco le ragazzine urlano fin quasi allo svenimento.

Il video finisce su Youtube e il giorno dopo sui social network si scatena il putiferio. Le «Beeliebers», le fan più integraliste di Justin, accusano lei di essere una «hater», una di quelle che odia la star. E via con i messaggi. «Nei suoi occhi non c’era un briciolo di emozione». «Ti vorrei buttare giù dalle scale». «Io la prenderei a sprangate». Lei, disperata, chiude il profilo Facebook e disattiva Twitter. Il branco esulta: «Il cyberbullismo è una cosa seria» scrive una fan «l’abbiamo cancellata da Fb, siamo grandi».

Eh sì, il cyberbullismo è un problema serio. E difficile da quantificare. Gli esperti della polizia postale sono restii a fornire dati perché, dicono, sono assolutamente non indicativi della vastità del fenomeno. Nei primi 4 mesi di quest’anno, infatti, sono state 54 le denunce per casi legati al fenomeno. Tecnicamente, dicono, siamo di fronte a un «dark number», un numero non rappresentativo. «Perché gli adolescenti tendono a non denunciare» spiega Nunzia Ciardi, dirigente della polizia postale. «Le motivazioni sono tante: imbarazzo, vergogna... Molti non hanno nemmeno coscienza che determinati atti sul web costituiscono reati».

Motivo per cui non si può pensare di combattere il fenomeno solo in termini di repressione. «Noi abbiamo impostato il lavoro soprattutto su educazione e prevenzione; mandiamo i nostri agenti più giovani e smart nelle scuole, per cercare di educare i ragazzi alla legalità». Ecco allora che il dato interessante può essere il confronto con le denunce presentate in tutto il 2012: una trentina. Come dire: qualcosa si muove.

Trovarsi da soli nella propria stanza a 15 anni davanti a un computer non aiuta a prendere coscienza che si sta comunque comunicando con un mondo esteso. Non virtuale, ma reale. Esempio: un gruppo di ragazzi insulta la professoressa di inglese su Facebook, uno dei partecipanti è amico della figlia, che può leggere i suoi post e mostrarli alla madre. Morale: tutti sospesi da scuola.

In un attimo di rabbia scrivi che la prof è deficiente e non hai consapevolezza che stai parlando a una assemblea di 800 persone. Ripeteresti la stessa frase se li avessi davanti in carne e ossa? Ecco perché la polizia postale insiste molto sull’educazione.

(Twitter: @carmeloabbate)

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