Cronaca

Così il caso di Pino Maniaci ci ricorda i guai dell'antimafia

La vicenda del direttore di Telejato non è il primo esempio di esponenti dell'antimafia dai comportamenti censurabili

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Un frame del video dei Carabinieri che accusa Pino Maniaci, direttore di TeleJato, diventato simbolo del giornalismo antimafia, ora indagato per estorsione. Palermo, 4 maggio 2016 – Credits: ANSA/ UFFICIO STAMPA CARABINIERI PALERMO

"Nelle carte della Procura non c'è la prova che Maniaci abbia ammorbidito le sue inchieste in cambio di soldi. Credo che la Procura di Palermo abbia avuto una caduta di stile nell'accomunare il nome di Maniaci a quello dei mafiosi”.

Antonio Ingroia, ex magistrato e oggi legale di Pino Maniaci, non lo santifica ma neppure (ovviamente) lo demonizza.

“Forse abbiamo fatto troppa antimafia con i simboli - ha aggiunto Ingroia- bisogna ben distinguere i due piani: giuridico e etico''. Fatto sta, che sul direttore di Telejato si è scatenata una bufera.

Una bufera nata dall’inchiesta della procura palermitana che, svelando quegli affari segreti e legami segretissimi di Maniaci,  ha “incrinato” l'immagine storica del giornalista sicialiano antimafia. Dalle carte, infatti, emerge non un paladino della legalità ma un uomo che chiedeva soldi a Cosa Nostra in cambio di silenzio.

Pino Maniaci, indagato per estorsione dalla procura di Palermo, tace. Il suo telefonino squilla ma il direttore di Telejato non risponde. Il sito internet della televisione è bloccato, mentre il Tg ieri è andato in onda. “Il nostro direttore è stato allontanato dalla provincia di Palermo e di Trapani – ha detto il conduttore all’apertura di telegiornale – ma noi continuiamo a fare informazione libera come abbiamo sempre fatto nonostante queste brutte notizie".

Ma forse il caso Maniaci è solo l’ultimo, di una scia di inchieste che ormai da mesi stanno travolgendo, anzi, devastando, tutta l’Antimafia, quella “parte buona e onesta” della società che davvero vuole combattere la mafia. Ma che dalla mafia sembra essere stata comunque "penetrata", ferita.

Le richieste di denaro
"Allora: 366 più 100. Me ne devi dare 466 che devo andare in banca. Mi servono - dice Maniaci al sindaco di Borgetto, Gioacchino De Luca - 466 euro che devo andare in banca!". Il sindaco consegna delle banconote e dice: "Così elimini merda".
Poi sempre a De Luca, il 10 giugno 2014, il giornalista ripete: "Benedetta la liquidità... Sborsate!". E il sindaco paga.

Maniaci, nell'ufficio del sindaco di Borgetto chiedeva denaro facendo intendere, nemmeno velatamente, che se non avesse avuto i soldi l'avrebbe attaccato in tv.

"Ne abbiamo parlato tutti...il prefetto ha una relazione pronta per mandarla al Ministero dell' Interno per mandarvi tutti a casa. Cioè, ti sembra che io scherzo? Te l'ho avevo anticipato, annunciato, ti ho avvisato. E continui a sbagliare vuoi continuare a sbagliare. Ora vediamo venerdì che cosa hai".

Il sindaco lo ascolta, senza capire. Poi chiede: "Ma qual è lo sbaglio Pì?"
E Pino Maniaci "Umh...non lo hai capito.... tu hai grosse inclusioni di persone che sono attenzionate... non è che ti pare che Borgetto rispetto a Partinico è una minchiata...cioè Partinico rispetto a Borgetto è una minchiata... Il problema è che Riina è con te, non è che è con me". A quel punto il sindaco, che ancora non capisce il riferimento, mette mano al portafoglio e allunga i soldi a Maniaci.

Terremoto sull’antimafia: il caso Saguto
Ma sono sempre i soldi ad incrinare l’antimafia. 
Ad esempio, uno dei bersagli preferiti di Telejato era la gestione dei beni confiscati a Cosa nostra affidata all’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, Silvana Saguto. Maniaci avviò una campagna contro l’amministrazione dei tesori sottratti ai boss. Poco dopo proprio la Saguto è stata accusata di corruzione e altri reati.

Ma non grazie alle denunce fatte da Maniaci perché all’epoca la procura di Caltanissetta già stava indagando.
E ora tocca a al suo principale accusatore, Maniaci, ad essere inquisito per estorsione.
Ma non c’è solo la Saguto o Maniaci ad “imbrattare” il volto dell’antimafia. Ci ha pensato anche il giudice Giglio.

Il caso del giudice Giglio
Il giudice Vincenzo Giuseppe Giglio, responsabile delle confische dei beni alla 'ndrangheta al Tribunale di Reggio e responsabile di spicco della corrente legalitaria della magistratura, in realtà faceva favori alle cosche.

Eppure era il giudice Giglio che con una squadra di esperti, un anno prima del suo arresto aveva organizzato un corso di formazione rivolto a personale delle Istituzioni e delle associazioni per la gestione dei terreni confiscati alla mafia. Lui, in qualità di presidente della sezione “Misure di prevenzione” era il massimo esperto della materia presente sul territorio calabrese. Ed invece, era lui che faceva i ‘migliori’ favori alla ‘Ndrangheta.

Davanti una faccia, dietro un’altra. Così la Saguto, così sembra dalle intercettazioni dei carabinieri, anche Pino Maniaci.

L’imprenditore antiracket in affari con Messina Denaro
Stessa cosa è stata anche per l’imprenditore del cemento Vincenzo Artale. Nel 2006, aveva denunciato alcuni esattori del pizzo, e subito era diventato un simbolo dell'antimafia nella terra del superlatitante Matteo Messina Denaro. In realtà, l'imprenditore,membro dell'associazione antiracket di Alcamo, era in affari con i boss, quelli che contavano veramente. E da un mese è in carcere con l'accusa di tentata estorsione, aggravata dal favoreggiamento a Cosa nostra

L’Antimafia che piange
“Se queste accuse verranno provate ma noi di chi c… ci dobbiamo più fidare?”. Fu lo sfogo amareggiato di Mimmo Nasone, referente regionale Calabria dell’Associazione Libera dopo l’arresto del giudice del Tribunale di Reggio Calabria, Vincenzo Giuseppe Giglio per corruzione e favoreggiamento personale di un esponente del clan Lampada. Già. Di chi ci si può fidare?

Le inchieste della magistratura hanno colpito da in modo trasversale: da imprenditori a giudici e adesso anche giornalisti. Un terremoto che fa piangere l’antimafia, quella vera.

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