Cronaca

Cosa c'è dietro il malessere dei giovani

Elia e Domenico sono morti precipitando da un hotel. Ecco in cosa può nascondersi la crisi di una generazione

Elia-barbetti

Nadia Francalacci

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Un’altra gita scolastica è finita in tragedia. Sono trascorsi solo cinque mesi dalla morte di Domenico Maurantonio, 19 anni, precipitato dal quinto piano dell'hotel mentre era in visita con la sua classe ad Expo, e ieri la storia si ripete con quella di Elia Barbetti, 17 anni, anche lui a Milano con i compagni a visitare l’Esposizione universale.

Due storie diverse, due origini differenti ma entrambe con lo stesso tragico epilogo: morti cadendo dalla finestre dell’hotel nei quali erano alloggiati. Due morti avvolte ancora nel mistero ma che incredibilmente sembrano l’una la fotocopia dell’altra.

Purtroppo in entrambe le tragedie ci sono troppi lati oscuri, circostanze non chiare, spesso rese ancora più ingarbugliate dalle mezze dichiarazioni dei compagni di classe. Una riflessione è però d'obbligo: come è cambiata la consapevolezza del limite e l'autocontrollo negli adolescenti sempre più difficili da gestire, da comprendere e da seguire. Ne abbiamo parlato con uno psicolgo forenze, Silvio Ciappi.

- LEGGI QUI COSA È SUCCESSO A ELIA

Che cosa è cambiato oggi rispetto alle generazioni passate?

Credo il modo attraverso il quale ci si diverte. Oggi rispetto a ieri è forse più forte l'idea di fare qualcosa di esclusivo per potersi divertire. La logica dell'evento si è impossessata anche del tempo libero. Occorre fare qualcosa di speciale, qualcosa che generalmente è unico, speciale, una roba da vip, una "figata" come si dice in gergo. In questo ci hanno abituato i reality, e vari programmi televisivi che propagandano avventure mozzafiato, esperienze mirabolanti, le sole capaci di dare una certa identità sia al singolo che al gruppo.

Adesso ci si aggrega intorno a un evento. La partecipazione collettiva è divenuta mobile, fluttuante, parcellizzata. I giovani di oggi sono come dei nomadi che si aggregano temporalmente secondo eventi particolari. Una sorta di tribalismo di massa che è un fenomeno che da almeno una ventina di anni caratterizza i ragazzi e gli adolescenti. Tribalismo e nomadismo che sono il riflesso di una società mobile con pochi punti di ancoraggio. Anche la morte o il gesto violento purtroppo possono rientrare all'interno di questa logica dell'evento.

I giovani di oggi sembrano non avere il controllo del sé. Gli adolescenti non riconoscono più i propri limiti oppure scientemente decidono di "rompere" gli argini?

Qualcuno rompe gli argini però la deriva è tutta sul versante personale. Ieri si potevano rompere gli argini in maniera più collettiva oppure secondo motivazioni che apparivano più generali e sociali. Adesso si rompono argini interni e vi è un forte ripiegamento dell'individuo che stanco di lottare si ripiega su se stesso almeno che non ci sia qualcosa di speciale per farlo risvegliare. È quello che io chiamo il ritorno del dionisiaco.

Dioniso irrompe dentro la dimensione dei ragazzi come voglia febbricitante di un'ebbrezza, di un qualcosa di inedito, di una bella morte che possa dare significato a un'esistenza. Sono saltate le categorie della modernità: adesso l'imperativo è la logica del successo, del trionfo che ovviamente recide ogni legame con le proprie fragilità, che rimangono dentro, che straripano, ma lo fanno in modo silente, meno gridato, rinchiusi in una gabbia corporea che manda segnali che noi generalmente non li sappiamo riconoscere. I giovani problematici di oggi nascondono il loro male segreto o la loro inadeguatezza a vivere profondamente. Parlano un linguaggio diverso, più notturno, tribale, dionisiaco appunto.

Due professori su tre non vogliono accompagnare i propri studenti in gita perché li considerano "indomabili". Che cosa rende le nuove generazioni così difficili da gestire?

I ragazzi di oggi parlano un linguaggio che la generazione dei loro padri, cioè degli insegnanti, non capisce. Parla un linguaggio che innanzitutto è incarnato più di ieri nella corporeità. Il corpo diviene lo strumento attraverso il quale si comunica, diviene metalinguaggio. E gli adulti questo metalinguaggio non lo conoscono. Dovremmo interrogare i ragazzi e parlare con i loro linguaggi. È un compito che spetta alla scuola. Non serve solo insegnare a memoria una teorema di matematica o un paradigma di un verbo, occorre educare al riconoscimento delle proprie emozioni. Programmi in tal senso già esistono in USA e in Inghilterra. Qui ancora il cammino è lungo e la scuola per molti versi appare inadeguata.

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