Rivolte, proteste ed evasioni nelle carceri con la scusa del Coronavirus
Protesta dei detenuti al carcere di Napoli (Salvatore Laporta, Kontrolab, LightRocket via Getty Images)
Rivolte, proteste ed evasioni nelle carceri con la scusa del Coronavirus
Cronaca

Rivolte, proteste ed evasioni nelle carceri con la scusa del Coronavirus

Decine di evasi a Foggia ma proteste, incendi, danni in oltre 30 penitenziari italiani. Ma dietro le norme sull'epidemia c'è un malessere latente

Nel foggiano è caccia all'uomo, dopo che una cinquantina di detenuti sono evasi e ne sono stati rintracciati soltanto la metà. A Modena si contano sei detenuti uccisi dall'abuso di sostanze stupefacenti rubate dalle infermerie e ingurgitate a volontà. A Milano il procuratore antiterrorismo Alberto Nobili è salito su una gru dei pompieri per parlare con i detenuti accovacciati sulle tegole sdrucciolevoli del tetto del quarto braccio. Rivolte e proteste analoghe a Prato, Pavia - dove erano stati sequestrati due agenti a cui i prigionieri avevano rubato le chiavi – Bologna, Roma, Genova, Torino… Trenta carceri italiane sono in agitazione, con rivolte, danneggiamenti, incendi a causa delle nuove norme legate al Coronavirus.

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A San Vittore, dove i detenuti hanno organizzato e fatto esplodere la protesta alle otto del mattino, in poche decine hanno di fatto preso il controllo del penitenziario, scendono e risalgono a proprio piacimento dai tetti e girano liberi tra alcuni reparti, dando fuoco a materassi e sventolando striscioni con scritto "libertà".

Per ora non tutta la popolazione carceraria aderisce alle proteste, la maggior parte se ne sta tranquilla nelle celle aperte aspettando gli eventi. Ma la rabbia covava da tempo. E la polveriera si è finalmente incendiata.

Gli annosi problemi delle carceri italiane hanno approfittato del pretesto della sospensione degli incontri con i parenti al fine di limitare il rischio di contagio da coronavirus per emergere con violenza. Dimostrando che i nostri penitenziari, assottigliati sempre di più nel personale di custodia, non sono in grado di resistere alla pur minima azione di ribellione.


I numeri del resto sono da capogiro: al 29 febbraio 2020, secondo le stime del ministero di Giustizia, i detenuti nelle carceri italiane sono 50.931. Inutile dire che quasi in ogni istituto la capienza regolamentare è ampiamente superata, con casi limite come quelli di Napoli Poggio Reale (1644 posti per 2094 reclusi) o Roma Regina Coeli (616 posti per 1061 carcerati), con milioni di euro di multe periodicamente comminate dall'Europa all'Italia per violazione dei diritti dei detenuti. In questi giorni sembra di essere tornati agli anni '70 quando molti detenuti si politicizzarono e misero in atto battaglie sanguinose, le più eclatanti nelle carceri di massima sicurezza (il cosiddetto "circuito dei camosci") allestite dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa per contrastare il terrorismo.



Allora però ad alimentare le proteste era l'ideologia, cavalcata dapprima dai Nuclei armati proletari, formatisi per il fallimento della commissione carceri di Lotta Continua e il testo riferimento era il libro del detenuto afroamericano George Jackson "I fratelli di soledad".

Oggi a solidarizzare con i detenuti che protestavano a San Vittore c'era uno sparuto gruppo di antagonisti, tra i quali si è distinto il nostalgico ex brigatista rosso 74enne Paolo Maurizio Ferrari. In realtà il dato comune di quasi tutte le proteste è stato il saccheggio dei medicinali e del metadone nelle infermerie dei penitenziari. Qualcuno avanza l'ipotesi che proprio la sospensione dei colloqui con i familiari abbia di fatto concorso a prosciugare l'approvvigionamento di sostanze stupefacenti di cui, notoriamente, nei nostri penitenziari si fa largo uso. Intanto i sindacati di polizia penitenziari rivolgono l'ennesimo accorato appello al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede: per tutte le sigle servono, subito, nuove assunzioni.

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