Cronaca

Chiese chiuse in attesa di miracolo

In Italia sono sempre più le parrocchie in cerca di preti, ma le vocazioni sono in calo

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Fabio Amendolara

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«Chiuso in attesa di miracolo», era la frase impressa su un cartello di protesta attaccato al portone sbarrato di una delle chiese di Bagni di Lucca, 6 mila anime in Val di Lima, nel cuore della Toscana. Un tempo, sparse per le 25 frazioni, alcune delle quali oggi sono quasi disabitate, c’erano 20 parrocchie. I fedeli un anno fa invocarono un miracolo che non è arrivato. E i portoni sono rimasti chiusi o vengono aperti solo per i funerali e per qualche matrimonio.

«È la crisi delle vocazioni», spiegarono dall’arcidiocesi. Un’emergenza che non risparmia alcuna delle aree interne del Paese e non solo. Ne sanno qualcosa in Basilicata, regione che detiene il record negativo per presenza di sacerdoti: il dato medio è di meno di uno ogni mille abitanti, contro gli oltre due preti del Molise e i due e mezzo della Calabria (il dato cambia totalmente in alcune regioni e sfiora i 15 sacerdoti ogni mille abitanti in Veneto, i 14 in Lombardia e gli oltre 13 nel Lazio).

Ma tra i piccoli paesi che tentano di vivere nonostante la difficile orografia della Lucania, l’accorpamento delle parrocchie è una pratica messa in campo da tempo. E alcune tonache si fanno in quattro pur di far funzionare le chiese loro assegnate. A Pignola, comune alle porte di Potenza, il parroco dell’importante santuario della Madonna del Pantano fa anche il viceparroco nella chiesa madre e tiene aperte due chiesette di campagna. Ben quattro incarichi, che significano messe, funerali, confessioni, catechismo e celebrazioni varie.

E il problema, campanile dopo campanile, è comune. «Anche qui, purtroppo, la carenza di vocazioni fa sentire il suo peso», spiega Giovanni Rosa dell’ufficio comunicazioni sociali dell’Arcidiocesi di Potenza e Muro Lucano. Uno dei due seminari del capoluogo lucano è stato recentemente chiuso e il secondo, nell’ultimo anno, ha prodotto soltanto due ordinazioni. Le oltre 26 mila parrocchie in Italia, dato un tempo sbandierato in ogni annuario vaticano, sono scese a 25.605 e il numero è in continuo calo. Nel 2018 le soppressioni degli enti ecclesiastici monitorate dalla Direzione centrale degli affari dei culti del ministero dell’Interno (incaricato di concedere loro personalità giuridica) sono state ben 66, contro le 29 del 2017 e le 53 del 2016. Nell’ultimo anno, insomma, si sono persi oltre cinque campanili ogni mese, a causa dell’esercito di tonache sempre più ristretto. I sacerdoti secolari, ossia quelli che non rispondono ad alcuna regola religiosa, sono ormai 28.160, quelli regolari sono 13.207 e i diaconi ammontano a 4.563 in tutto lo Stivale.

E quindi, da Aosta alla punta della Sicilia, il problema è lo stesso. Giorno dopo giorno è sempre più difficile tenere le chiese aperte. Anche in città. A Bolzano, per esempio, rischia la chiusura la chiesa dell’ex ospedale militare di viale Druso, che fino a qualche anno fa faceva il pienone con oltre 120 fedeli, poi passati a una cinquantina e ora ridotti ad appena 40. Perché anche nel ramo militare i cappellani scarseggiano. E allora: dal mese di novembre del 2018, niente messe infrasettimanali, niente battesimi, zero matrimoni e zero funerali. Insomma, solo poche cerimonie militari e in orari d’ufficio.

La versione dell’Ordinariato militare? «Spiace, manca personale, il cappellano fa quel che può ma deve dividersi fra qui e Vipiteno». A Rovigo, il vescovo Pierantonio Pavanello aveva in mente di accorpare sei comuni a Civitanova Polesine: Villanova del Ghebbo, Costa di Rovigo, Villamarzana, Pincara, Frassinelle e Arquà Polesine, ma il progetto è stato bocciato dai cittadini. E alla fine si è visto costretto ad avviare un innovativo percorso dal basso con i laici e i parrocchiani, per disegnare il futuro delle comunità cattoliche del Polesine.

A Ravenna è rimasta chiusa per mesi la Basilica di San Giovanni Evangelista. I parrocchiani lo scorso dicembre si sono trovati un cartello davanti al cancello che li avvisava della sospensione di ogni attività a causa dei problemi di salute del parroco anziano. I fedeli sono allora migrati nella vicina Santa Maria in Porto. E lo stesso hanno dovuto fare i fedeli che frequentavano la chiesa di San Giovanni Battista, sempre a Ravenna, chiusa temporaneamente per il trasferimento del sacerdote. Anche qui le tonache vengono mosse dai vescovi sullo scacchiere del territorio: e c’è chi copre Marina di Ravenna e Punta Marina, chi Santo Stefano, Campiano e San Pietro in Campiano. Stessa sorte per Madonna dell’Albero, San Bartolo e Gambellara. A Lido Adriano il parroco ha superato gli 80 anni e si teme per il futuro.

E anche in Campania, dove la media di sacerdoti ogni mille abitanti è abbastanza alta, totalizzando un bel 6,8, la situazione in alcune aree non è delle migliori. A Cervinara di Avellino, il vescovo, monsignor Felice Accrocca, ne ha riunite tre in un colpo solo, affidandole al povero don Pietro Florio che, però, è anche il rettore del seminario. Un dato che fa comunque ridacchiare i preti di Sinalunga, in provincia di Siena, dove le difficoltà sono maggiori: solo tre parrocchie su sette possono contare su sacerdoti effettivi e il territorio è anche diviso tra due Diocesi. Don Osman Cruz, da poco parroco della frazione di Bettolle, è anche amministratore apostolico a Guazzino e Scrofiano. Le altre due frazioni, Farnetella e Rigomagno, entrambe senza parroco, non rientrano nella competenza territoriale della Diocesi di Montepulciano, Chiusi e Pienza, ma appartengono a quella di Arezzo, Cortona e Sansepolcro. Ed è da lì che l’arcivescovo Riccardo Fontana manda il prete di Serre di Rapolano, «alternando di domenica in domenica », raccontano su Centritalianews, «anche gli orari delle messe nelle rispettive chiese».

E, addirittura, a Rigomagno è costretto ad arrivare il sacerdote di Marciano della Chiana, che deve conciliare la sua attività anche con la chiesa di Badicorte, distante una ventina di chilometri. Un delirio. E a tappare i buchi vengono chiamati i sacerdoti stranieri. Le ultime statistiche sono del 2016: dei 1.690 (provenienti soprattutto dall’Africa), sono circa mille quelli chiamati a svolgere servizi pastorali, mentre 645 sono ancora nei seminari. Il numero di seminaristi, d’altra parte, è cresciuto solo in Africa. I dati globali sono in crescita: i ragazzi che scelgono il seminario sono passati da 27.483 a 28.528 unità, +3,8 per cento.

I seminaristi maggiori, quelli cioè che sono nell’ultima fase degli studi e possono essere indicati come il potenziale di sostituibilità generazionale nell’esercizio pastorale, poi, confermano il primato africano, con ben 66  candidati ogni cento a fronte dei dieci ogni cento provenienti dall’Europa, dove si registra la stagnazione delle vocazioni. E dove una trasformazione e una sostituzione da un continente all’altro di sacerdoti è già in corso. n

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