Chi è il piccolo Cocò, bimbo bruciato vivo con il nonno

Una vita tra violenza e delinquenza. La sua morte commosse l'Italia e anche Papa Francesco che lo ricordò durante l'Angelus

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Coco' (Nicola) Campolongo, il bimbo ucciso e bruciato a Cassano allo Jonio (Cosenza) – Credits: ANSA/ FRANCESCO ARENA

Nadia Francalacci

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Cocò aveva tre anni e prima di essere arso vivo, aveva già vissuto la tragedia del carcere, nel penitenziario di Castrovillari dove era rinchiusa la madre. La vita e la storia, così come la morte di Nicola Campolongo, chiamato da tutti affettuosamente “Cocò”, è davvero atroce.

Cocò viene ucciso il 16 gennaio 2014 a Cassano Ionio insieme al nonno e alla compagna marocchina di quest'ultimo, durante un regolamento di conti per lo spaccio di droga in Calabria. Il suo corpicino viene ritrovato legato sul seggiolino di sicurezza dell’auto del nonno e dai rilievi si capisce immediatamente che quando i sicari hanno dato alle fiamme l’auto, lui era ancora vivo.

Per questo efferato omicidio che commosse l'Italia (anche Papa Francesco ricordò Cocò durante l'Angelus), questa mattina dopo quasi due anni di indagini sono stati arrestati dai carabinieri del Ros, due presunti autori del triplice omicidio.

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Il nonno Giuseppe Iannicelli, legato alla cosca degli zingari che gestisce il traffico della droga nella zona dell'alto Jonio cosentino, aveva tentato di assumere un ruolo autonomo e per questo motivo sarebbe stato assassinato dagli stessi affiliati.

Cocò lo scudo protettivo

Ma Iannicelli sapeva che stava rischiando grosso nel cercare di assumere un ruolo principale nello spaccio locale e per evitare agguati o ritorsioni, portava sempre con sè come scudo protettivo, il piccolo Cocò.

Cocò era la sua “garanzia”, almeno lui credeva che potesse esserlo. Ma quella domenica mattina di gennaio, non ci fu nessuna pietà neppure per il bambino e la furia assassina dei due sicari si scaricò anche sul piccolo corpicino.

Ma la sofferenza del piccolo era iniziata già da prima, tra il carcere e l’aula bunker del penitenziario del Pollino, dove dovette assistere all'udienza del processo antimafia che vedeva imputata la madre come appartenente a una presunta organizzazione dedita al traffico di stupefacenti.  

Proprio in quei giorni, durante il processo, Giuseppe Iannicelli, invocava la scarcerazione della figlia Antonia Maria, per poterla far tornare a casa ad accudire i figli, ovvero, il piccolo Nicola e le altre due sorelline. 
"I suoi figli piangono tutto il giorno; il piccolo Cocò non smette di singhiozzare e chiedere della madre. E poi è incontrollabile-  raccontò Iannicelli al giornale locale Il Quotidiano del Sud - mia figlia Simona abita in centro, e spesso Cocò corre fuori, in strada; con la madre invece potevano stare, e potrebbero ora starci anche i bambini di Simona, in una casa fuori paese, con un ampio cortile recintato da un muro molto alto".

Così parlava l’uomo solo pochi mesi prima di essere bruciato vivo mentre la sofferenza del piccolo angelo dagli occhi color nocciola, era solo agli inizi.

In prigione con la madre

La mamma di Cocò fu arrestata il 10 giugno 2011 durante un’operazione con la quale i carabinieri misero fine allo spaccio organizzato dell’intera famiglia Iannicelli. Ma dopo pochi giorni il tribunale le concesse, proprio come alla sorella Simona che si trovava nella medesima condizione, il beneficio degli arresti domiciliari perché madre di bambini sotto i tre anni. Il regime dei domiciliari però duro poco tempo.

Le furono revocati nel 2012 e dovette fare ritorno nel carcere dove portò con sé il piccolo Nicola Jr, che all’epoca aveva solo due anni. Inizia così il valzer di alcuni mesi del piccolo Cocò tra una cella ed un’altra.

La sua detenzione con il bambino viene interrotta dal giudice che le revoca la custodia cautelare, nonostante il parere negativo della Dda di Catanzaro e la rimette ai domiciliari. Ma qualche mese dopo Antonia Maria Iannicelli ritorna in galera, sempre per violazione degli obblighi imposti dai domiciliari.

Una mattina, infatti, la donna prende i suoi tre bambini e va a Catanzaro per farli vedere al padre, Nicola Campolongo, detenuto presso il carcere di Siano a causa del procedimento “Tsunami”.

Ma questa volta in carcere ci torna solo la madre e il piccolo Cocò rimane con il nonno. La sua condanna a morte. Il bambino comincia a viaggiare ogni giorno assieme al nonno e ad accompagnarlo durante i suoi incontri con i trafficanti di droga.

Cocò si trasforma in scudo vivente di Giuseppe Iannicelli. Fino alla morte di entrambi.

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