2 anni fa venne trovato il corpo di Yara Gambirasio

L'assassino? Il suo nome è nelle carte, ma nessuno lo sa...

Yara Gambirasio

Yara Gambirasio – Credits: FACEBOOK

Giorgio Sturlese Tosi

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Gli inquirenti conoscono il nome dell’assassino di Yara. Ma non lo sanno. Il 26 febbraio di due anni fa il corpo della tredicenne Yara Gambirasio fu trovato in un campo di Chignolo d’Isola, nella bergamasca. A pochi passi da dove lo cercarono in tanti, comprese le troupe televisive che da oltre due anni seguono questa inchiesta giudiziaria come un evento mediatico zeppo di colpi di scena mai risolutivi.

Ad inciamparci, quasi, fu un aereomodellista che da allora maledice il suo hobby. Dopo tanto tempo l’inchiesta pare avvilupparsi su se stessa, con una procura che segue caparbiamente l’unica pista che pare ancora percorribile (quella del Dna che porta ad un figlio illegittimo di un autista di pullman morto quattrodici anni fa) e un tribunale che chiede di indagare per favoreggiamento Mohamed Fikri, un muratore marocchino già arrestato il 5 dicembre 2010 e subito scarcerato, sul quale la procura invece non nutre alcun dubbio.

Siamo di fronte ad un vero e proprio scontro tra uffici giudiziari, in cui si inserisce pure la pressione sugli inquirenti del Quirinale, destinatario di un’accorata lettera - una invocazione d’aiuto – della madre di Yara, cui ha risposto, non è ben chiaro con quali prerogative, il Presidente della Repubblica (Giorgio Napolitano ha chiesto ragguagli e ha raccomandato attività non nella sua veste di presidente del Consiglio superiore della magistratura).

Ma già dal giorno successivo alla sua scomparsa, avvenuta il 26 novembre 2010 a Brembate di Sopra, i carabinieri avevano cominciato a raccogliere dati, informazioni, nomi, targhe e numeri di telefono. Da allora l’inchiesta condotta dalla procura di Bergamo, con l’ausilio delle migliori eccellenze investigative del Paese, si è arricchita costantemente, giorno per giorno, di informazioni.

I numeri dell’indagine fanno del “caso Gambirasio”, purtroppo ancora irrisolto, un unicum della nostra storia criminale.

Oltre quindicimila campioni di Dna prelevati (e non tutti ancora analizzati) alla popolazione, soprattutto bergamasca, ma non solo; decine di migliaia di numeri telefonici e relativi intestatari passati al setaccio da sofisticati software; centinaia di intercettazioni telefoniche e ambientali, altrettante targhe di veicoli controllate, infinite schede anagrafiche spulciate in decine di comuni bergamaschi.

In più, sono stati interrogati parenti, amici, compagni di scuola e di palestra, passanti, presunti testimoni, pregiudicati, detenuti. Persino i suicidi successivi al delitto di Yara sono stati analizzati. Le carte dell’inchiesta hanno presto riempito gli armadi del sostituto procuratore di Bergamo, Letizia Ruggeri, titolare delle indagini, più volte criticata – spesso senza cognizione di causa e quindi a torto – ma mai sconfitta nella sua determinazione ad arrivare ad individuare l’assassino.

Quei faldoni, con i nomi e gli indirizzi di un’intera popolazione, sono presto strabordati dagli armadi della sua stanzetta al secondo piano della procura della Repubblica di Bergamo finendo per riempire gli scaffali dei locali vicini.

Ecco perché il nome dell’assassino, o i nomi degli assassini, deve certamente trovarsi in quelle carte. Eppure, nonostante il responsabile, o uno dei responsabili, abbia “firmato” il delitto lasciando il proprio Dna sugli slip della vittima, l’inchiesta si avvia alla conclusione senza alcun risultato soddisfacente.

A meno che il gip del tribunale di Bergamo, Vincenza Maccora, non esiga nuovi approfondimenti. E d’altra parte il pm Ruggeri ha già fatto intendere di non voler abbandonare il caso. Più volte sono stati indicati presunti errori investigativi.

Ma se c’è da imputare qualche responsabilità per quello che, ad oggi, appare un fallimento, oltre che in un certo provincialismo investigativo, questa sta tutta nella scarsa collaborazione tra gli investigatori.

Carabinieri e Polizia non si sono scambiati tutte le informazioni di cui sono venuti a conoscenza. Solo un esempio: un alto dirigente della Polizia di Bergamo, poco dopo la scomparsa di Yara, andava raccontando di un’indagine parallela e “segreta”, all’insaputa dei colleghi ufficialmente incaricati dell’indagine, i carabinieri.

Ma, pure quando la procura affidò l’inchiesta anche alla Polizia, ognuno lavorò seguendo le proprie convinzioni. Non c’è stata una proficua competizione tra forze di polizia, ma semmai gelosie, invidie e presunzioni. Nessuno, oggi, ha il tempo di andare a rivedersi i primi verbali di sommarie informazioni, di collegare antichi spunti che stanno in fascicoli divisi tra caserme e questura, di unire tracce apparentemente insignificanti nella loro parziale visione. E nessuno, una volta chiusa l’indagine, avrà il coraggio e la voglia (significherebbe mettere in discussione il lavoro dei superiori) di  riprendere in mano tutti i documenti, soprattutto quelli dei primi giorni, come si fa quando non si viene a capo di un lavoro che non si è saputo portare a termine.

Per questo, in mancanza di auspicabili e sempre possibili colpi di scena, un’archiviazione potrà paradossalmente segnare la svolta. Perché finalmente tutte quelle carte processuali - finora coperte da un segreto istruttorio difeso come raramente accade in Italia – potranno essere conosciute e ristudiate non solo dai consulenti - l’avvocato Enrico Pelillo e il genetista Giorgio Portera - della parte lesa, la famiglia Gambirasio, che potrà svolgere proprie indagini. Ma anche, perché no, dai giornalisti. Che, come spesso è accaduto in altri fatti di cronaca, pur nel rispetto del dolore dei familiari, condurranno indagini alternative. Tutto sarà utile, per cercare di dare finalmente giustizia alla piccola Yara.

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