Cronaca

Caso Palamara-Csm: toghe sporche

Decine di magistrati sono sotto inchiesta per corruzione, con effetti devastanti sulla giustizia italiana

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Antonio Rossitto

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«Quando per la porta della magistratura entra la politica, la giustizia esce dalla finestra» avvertiva il giurista Piero Calamandrei. Qualche decennio dopo, è la corruzione ad aver sfondato quell’uscio. Le trame romane, esacerbate dall’ultima sfornata di intercettazioni, sono lo sgradevole rumore di fondo. Il vero frastuono è un altro: le inchieste che stanno travolgendo giudici e inquisitori. Un florilegio investigativo mai visto prima. Abusi, falsi, favori e mercimoni. Che stanno sconquassando tribunali e procure di mezza Italia. E rischiano di ferire a morte la nostra magistratura.

La bomba è detonata nella capitale. La procura di Perugia indaga per corruzione sul pm romano Luca Palamara, riverito simbolo delle toghe nostrane: ex membro del Csm, già presidente dell’Associazione nazionale magistrati, leader di Unicost. Avrebbe beneficiato di «varie e reiterate utilità, consistenti in viaggi e vacanze» per lui, amici e conoscenti. E poi, dettaglia ancora l’avviso di garanzia, un «anello non meglio individuato del valore di 2 mila euro in favore dell’amica Adele Attisani». Regalie. Per agevolare nomine e danneggiare magistrati ostili. Il burattinaio sarebbe l’avvocato siracusano Pietro Amara. Uno abituato a intrecciare, oliare e mistificare. Nel gorgo ha trascinato una decina di toghe. Le sue supposte gesta corruttive hanno figliato deflagranti fascicoli. Nella rete investigativa finisce anche Palamara. E poi, a strascico, un altro blasonato pm romano: Stefano Rocco Fava. È indagato per concorso in rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento personale. Avrebbe aiutato Palamara «a eludere le investigazioni a suo carico». Così come a screditare l’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, e il suo fido aggiunto, Paolo Ielo. Anche Luigi Spina, consigliere dimissionario del Csm, viene coinvolto: per rivelazione di segreto d’ufficio e favoreggiamento personale.

Le intercettazioni svelano pure il rimestio di toghe. Chi va a guidare la procura di Roma? Meglio un sodale che un Robespierre. Giusto. Magari mette anche una pietra sopra l’indagine che fastidia gli amici. Come quella sugli appalti Consip, che coinvolge Luca Lotti: ex ministro turborenziano allo Sport, più interessato alle liane giudiziarie che alle funi delle palestre. Così, una telefonata via l’altra, Lotti s’è autosospeso dal partito. Pochi giorni dopo, il 20 giugno 2019, viene però ascoltato a Messina: nell’ennesimo procedimento nato dalle prodezze di Amara. L’ex ministro è difatti testimone nel processo contro l’ex giudice amministrativo, Giuseppe Mineo, imputato per corruzione in atti giudiziari assieme a Denis Verdini, a sua volta accusato di finanziamento illecito ai partiti. Ossia: aver ricevuto 300 mila euro dall’avvocato siciliano per il suo defunto gruppo politico Ala. È stato ancora il disinvolto legale a tirare in ballo Lotti, che ammette di aver ricevuto una mail da Verdini per spingere la nomina di Mineo, mai avvenuta, al Consiglio di Stato. Il giudice, proprio mentre il suo nome viene caldeggiato, avrebbe ricevuto 115 mila euro: per sovvertire due sentenze, care ad Amara e al collega Giuseppe Calafiore.

Attorno ai due legali si sviluppano altri robusti tronconi investigativi. Come l’inchiesta sulle sentenze pilotate, ancora al Consiglio di Stato. Una settimana fa è cominciato il processo per tre magistrati: il già presidente del Consiglio di giustizia amministrativo siciliano, Raffaele Maria De Lipsis; l’ex giudice della Corte dei conti, Luigi Pietro Maria Caruso; un altro togato, ora sospeso, Nicola Russo. Sono accusati di corruzione in atti giudiziari. Per la Procura di Roma i tre sarebbero stati il fulcro di un rodato meccanismo truffaldino: sentenze benevole in cambio di mazzette. Il procuratore aggiunto Ielo, lo stesso avversato da Palamara e Fava, contesta cinque episodi. Una delle tangenti, da 30 mila euro, l’avrebbe consegnata un politico: il deputato regionale siciliano, Giuseppe Gennuso, eletto dopo un rocambolesco ricorso. La decisione sarebbe stata aggiustata da De Lipsis. I due, assieme a Caruso, il 18 giugno 2019 chiedono di patteggiare.

L’ex giudice Russo, invece, è accusato di aver alterato gli appaltoni pubblici Consip. Sentenze per cui sono indagati anche due presidenti di sezione del Consiglio di Stato. Uno è Sergio Santoro. L’altro, ora in pensione, è Riccardo Virgilio: gli contestano 751 mila euro su conto svizzero. Denaro, ipotizzano gli inquirenti, da ripulire. E dunque girato a una società maltese dei tentacolari Amara e Calafiore.

La giustizia, invece, comincia a fare il suo corso in un ulteriore filone marchiato Amara: il cosiddetto «sistema Siracusa». Che ha già portato alla condanna di un pm del capoluogo siciliano: Giancarlo Longo. Amara, legale anche dell’Eni, gli avrebbe dato sottobanco 88 mila euro. E si sarebbe prodigato per pagare lussuose vacanze a Dubai. In cambio il magistrato, dettaglia la sentenza di primo grado, aveva aperto un’inchiesta dall’ardita ipotesi investigativa: un complotto ai danni di Claudio Descalzi, amministratore delegato dell’Eni. Già, ma perché? Per depistare, rimestare, confondere. Sperando infine di fiaccare le indagini della Procura di Milano sulla corruzione in Congo e Nigeria del colosso petrolifero italiano. Longo, lo scorso dicembre, patteggia cinque anni. E lascia la toga. Due settimane fa stessa sorte è toccata a un suo vecchio collega, rimosso dal Csm: Maurizio Musco, già pm di Siracusa, poi a Sassari. Sprofondato in un’inchiesta cui gli contestano, tra le altre cose, d’aver violato «consapevolmente e reiteratamente» l’obbligo di astenersi da un procedimento su familiari e clienti di un intimo amico. Ovvero: l’immancabile Amara. In attesa di giudizio, Musco però è già stato condannato a 18 mesi, in via definitiva, per abuso d’ufficio. Stessa sorte per il suo vecchio capo, l’ex procuratore di Siracusa, Ugo Rossi.

Un anno fa, invece, viene radiata dalla magistratura l’ormai mitologica Silvana Saguto: ex potentissima e ossequiatissima presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. Finisce sotto inchiesta nel 2015, per associazione a delinquere. È accusata di aver creato un prolifico cerchio magico attorno alla gestione dei beni confiscati alla mafia: figli, mariti, amici e colleghi. Tutti beneficiati, è l’ipotesi della Procura di Caltanissetta, da rigide regole spartitorie nell’assegnazione di amministrazioni giudiziarie e incarichi vari. Il processo all’ex presidente è in corso, tra appassionanti colpi di scena. Intanto lo scorso febbraio, in uno stralcio del fascicolo, è condannato a due anni e quattro mesi il giudice Fabio Licata. Per falso materiale. Più prosaicamente: avrebbe firmato tre provvedimenti illeciti di Saguto. Nella gloriosa compagine della sezione fallimentare palermitana sono però indagati altri due togati: Raffaella Vacca e Giuseppe Sidoti.

E qui si spalanca un nuovo precipizio. Che nel capoluogo siciliano, ancora una volta, rischia di trascinare giù influentissimi magistrati. È l’inchiesta sul Palermo calcio. Sidoti è accusato di concorso in corruzione, abuso d’ufficio e rivelazione di notizie riservate. In parole povere: avrebbe contribuito a salvare la malmessa compagine dal fallimento. Con una sentenza pilotata ad arte. In cambio di un posto per un’amica nell’organismo di vigilanza della società. Lo scorso novembre, Sidoti viene sospeso per un anno. Ma le traversie dei rosanero, due settimane fa, coinvolgono pure il capo dei gip del tribunale, Cesare Vincenti. Per un altro supposto caso di familismo amorale. È indagato per rivelazione di notizie riservate e corruzione assieme al figlio Andrea, avvocato e presidente del comitato etico della squadra di calcio. Incarico che avrebbe ottenuto in cambio degli spifferi paterni sull’ex patron del Palermo, Maurizio Zamparini, oggetto di una richiesta d’arresto per falso in bilancio e riciclaggio. Informazione, ipotizzano i pm di Caltanissetta, poi girata all’interessato. Che, un anno fa, si dimette provvidenzialmente dalle cariche societarie. Gesto che, sostiene un gip dell’ufficio di Vincenti, fa venir meno le esigenze cautelari.

Il 12 giugno 2019, negli stessi giorni in cui scoppia quest’ultimo bubbone, a Palermo esplode un’altra granata giudiziaria. Anche stavolta, le verifiche riguardano un magistrato di riconosciuto prestigio: Anna Maria Palma, avvocato generale nel capoluogo. Viene indagata per concorso in calunnia, aggravato dall’avere favorito Cosa nostra. Così come Carmelo Petralia, procuratore aggiunto a Catania. I fatti sono di un decennio fa. Quando i due, allora pm a Caltanissetta, si occupano della strage di via D’Amelio: quella in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. I magistrati sono accusati di aver imbeccato un falso pentito: Vincenzo Scarantino. Suggerendo di attribuire l’attentato a incolpevoli estranei. Depistaggio definito «clamoroso» nella sentenza di primo grado del processo Borsellino quater, costato l’ergastolo a sette innocenti. E che adesso coinvolge i due ex pm nisseni.

Per favoreggiamento alla mafia indaga anche la Procura di Salerno. Ma l’inchiesta riguarderebbe pure presunte corruzioni, rivelazioni di segreto d’ufficio e abusi vari. Sarebbero coinvolti almeno 15 magistrati calabresi, tra cui procuratori e aggiunti. Le accuse nascono da una faida interna. La denuncia sarebbe partita da un esposto di Nicola Gratteri, capo della Procura di Reggio Calabria. E adesso i colleghi salernitani, competenti sul distretto calabrese, starebbero verificando le supposte violazioni. Un procedimento su cui, per ora, regna tombale riserbo.

Anche in Puglia, continuano le indagini sulle «Toghe sporche» alla Procura di Trani. Il 7 giugno 2019 il gip del Tribunale di Lecce, Giovanni Gallo, dispone altri tre mesi di custodia cautelare per l’ex pm Antonio Savasta e il gip Michele Nardi, già arrestati lo scorso gennaio. L’accusa ai due è gigantesca: associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e falso. Reati che sarebbero stati commessi tra il 2014 e il 2018, mentre erano in servizio nell’ufficio giudiziario pugliese. Solita, drammatica, solfa: mazzette, in cambio di sentenze pilotate. Savasta sta collaborando. S’è dimesso dalla magistratura. E ha ammesso di aver chiesto 300 mila euro a un imprenditore barese per archiviare un’indagine farlocca: avviata solo per ottenere denaro dal malcapitato. «Era stato letteralmente spolpato» racconta al gip. Sarebbe andata ancora peggio a un altro imprenditore: Flavio D’Introno. Riferisce di aver pagato 2 milioni di euro per evitare di scontare una condanna per usura. Diventato il principale accusatore a Trani, l’uomo continua a vuotare il sacco. E adesso c’è un terzo ex pm pugliese coinvolto: Luigi Scimè, ora in servizio alla Corte d’appello di Salerno. I colleghi di Lecce gli contestano tre mazzette: 75 mila euro in totale. Soldi che sarebbero servizi per aggiustare procedimenti penali a favore dell’imprenditore.

Decisioni pilotate, assoluzioni prezzolate, persecuzioni su commissione. Per la giustizia penale è una Caporetto. Ma anche i tribunali fallimentari vacillano sotto i colpi di scandali e inchieste. Il 1° aprile 2019 è finito agli arresti domiciliari Enrico Caria, ex giudice a Napoli, adesso a Bologna. È al centro di un’inchiesta di Fava, uno dei pm indagati a Perugia. Caria è accusato di aver veicolato nomine e consulenze in cambio di favori. Come gli incarichi che avrebbe affidato alla compagna. Un altro giudice con gloriosi trascorsi nella fallimentare è indagato dalla procura di Ancona: Giuseppe Bersani, già a Piacenza. Il copione, stavolta, sarebbe differente: affidamenti ad amici avvocati in cambio di mazzette. Ma Bersani è sotto inchiesta anche a Venezia per corruzione in atti giudiziari assieme all’amico Tito Ettore Preioni, presidente della sezione civile a Lodi. Una storia assonante con le beghe romane. Avrebbero brigato per far ottenere a uno, Preioni, l’ambita poltrona di presidente del Tribunale di Cremona. Dov’era in servizio l’altro: cioè Bersani. Viene scoperto persino un incontro a Roma con un membro laico del Csm, grazie ai buoni uffici di un avvocato. Che avrebbe pure pagato il viaggio nella capitale dei due magistrati. In cambio, ipotizzano gli inquirenti, dei soliti incarichi.

Così torniamo all’inizio, come nel gioco dell’oca. Al mercato delle toghe. Alla giustizia lottizzata e carrierista. Ma che ora s’è intersecata con corruzioni e favori. Una pletora di mercimoni e scorrettezze. Troppi per derubricare o autoassolversi. L’incendio è divampato. E le fiamme, stavolta, non smettono di avanzare.

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