Caso Mulè: "Il Csm sostiene le nostre stesse tesi"

Rimangono 79 giorni per cambiare la legge sulla diffamazione che prevede il carcere per i giornalisti

Diffamazione: libertà

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All’imputato Riccardo Arena non vengono concesse le attenuanti generiche perché, tra le altre cose, «ha più volte ribadito, come costituisse giustificazione al senso dell’articolo, che le indagini nei confronti di Sergio Sacco, cognato di Francesco Messineo e indagato per reati di mafia, costituiscono oggettivamente una difficoltà per la sua permanenza a capo dell’ufficio di Procura di Palermo e una lesione alla sua immagine, considerata la esposizione della procura proprio nella lotta alla mafia».

Ma non è solo per questo che il cronista siciliano che ha collaborato alla stesura dell’articolo «Aridatece il procuratore Caselli» di Andrea Marcenaro, pubblicato nel dicembre 2009 e costato tre condanne per diffamazione ai giornalisti di Panorama, merita 1 anno, pena più severa degli 8 mesi chiesti per lui dal pm.

C’è infatti «di più», scrive il giudice milanese Caterina Interlandi nella motivazione della sentenza, depositata il 13 giugno: «Arena ha affermato che la asserita remissività di Messineo nei confronti di Antonio Ingroia era dovuta al fatto che proprio Ingroia indagava su suo cognato».

In altre parole, «Arena sostiene apertamente ciò che dall’articolo può dedursi, anche se non è chiaramente espresso, e cioè che Messineo non è indipendente nell’esercizio della sua attività professionale in quanto ostaggio di un procuratore aggiunto del suo ufficio (Ingroia, ndr), che potrebbe metterlo in difficoltà per i suoi legami personali con persone indagate in procedimenti di cui è titolare lo stesso aggiunto. È evidente il carattere lesivo della reputazione di tale messaggio».

Il giudice Interlandi ha depositato la sua sentenza giovedì 13 giugno: 1 anno ad Andrea Marcenaro e 8 mesi al direttore di Panorama, Giorgio Mulè, senza condizionale; 1 anno ad Arena, con la condizionale ma senza attenuanti generiche. I primi due dunque rischiano la galera, il terzo quasi, per avere scritto e lasciato scrivere quel che mercoledì 12 giugno, un giorno prima del deposito della sentenza milanese, ha scritto a chiarissime lettere il Csm, il Consiglio superiore della magistratura.

Nel proporre il trasferimento d’ufficio, causa incompatibilità ambientale, per Francesco Messineo, autore della querela che ha portato alle condanne dei tre giornalisti, la prima commissione dell’organo di autogoverno dei giudici scrive che il magistrato va allontanato «per essersi venuto a trovare in una situazione tale da incidere sulla indipendenza e imparzialità nello svolgimento delle funzioni di procuratore di Palermo».

E ancora: «Secondo quanto riferito in audizione dalla dottoressa Teresa Principato (procuratore aggiunto, ndr), era sorto, all’interno della Procura, il sospetto che Messineo avesse perso piena libertà e indipendenza nei confronti del procuratore aggiunto dottor Ingroia e del sostituto dottoressa Lia Sava. Anche l’aggiunto dottor Leonardo Agueci ha confermato che taluni sospettavano l’esistenza di un rapporto privilegiato tra il dottor Ingroia» e il capo dell’ufficio, «rapporto che – da Messineo peraltro successivamente ammesso – avrebbe determinato un suo condizionamento».

Ingroia e Sava erano i magistrati che indagavano su Sergio Sacco, cognato del procuratore. Così come Panorama aveva scritto il 10 dicembre 2009, nell’articolo punito duramente dal giudice Interlandi. Su questo punto il Csm cita ancora il pm Principato: «Non sarebbe credibile affermare che il procedimento a carico di Sacco Sergio Maria, le cui indagini preliminari si sono dipanate per un arco temporale lunghissimo, più di quattro anni, non abbia lasciato nella procura delle conseguenze, innanzitutto perché i colleghi che lo ge-stivano erano Ingroia e Sava e sono sorte spaccature e incomprensioni, dovute al fatto che alcuni ritenevano, sicuramente a torto, che il procuratore, quantomenonei confronti di queste persone, avesse perso una sua libertà, una sua indipendenza».

Il giudice milanese rimprovera però a Panorama anche di avere diffuso su Messineo una «notizia non completa, non vera»: «Nel fornire genericamente la notizia di indagini a carico del cognato del procuratore, risalente da ultimo a marzo (del 2009, ndr), il settimanale non fornisce le notizie in merito al seguito della vicenda. Il Csm aveva infatti ritenuto, sette mesi prima della pubblicazione dell’articolo, di concludere in senso favorevole alla permanenza di Messineo a capo della Procura di Palermo e di archiviare la pratica». Panorama però si riferiva, come espressamente scritto nell’articolo, non alle indagini già prese in considerazione dal Csm, coordinate dai pm Gaetano Paci e Annamaria Picozzi, non a caso «esaminati» a Palazzo dei Marescialli nella primavera 2009, ma alle nuove indagini su Sacco, coordinate da Ingroia e Sava e avviate nell’estate di quattro anni fa.

Possibile che avessero ragione i giornalisti? «Messineo, nel corso del suo esame» prosegue il giudice Interlandi «ha affermato, senza essere smentito, che anche per tale fatto il procedimento è stato archiviato».

Chi doveva smentire il procuratore? Ci ha pensato il Csm, il 12 giugno 2013: non solo il procedimento su Sacco, numero 2077/10, non è mai stato archiviato (il cognato di Messineo è tuttora a giudizio), non solo il Csm non aveva mai archiviato su tale vicenda, che nel maggio 2009 non conosceva, ma anzi, osservano ora i giudici di Palazzo dei Marescialli, il procuratore «non si è formalmente astenuto, anche se questo procedimento costituisce stralcio» di un altro dal quale il magistrato si era invece astenuto.

In conclusione: Panorama ha scritto la verità, la pura e semplice verità. Si tratta della stessa verità appurata dal Csm, ma che un giudice a Milano ha punito con pene durissime contro tre giornalisti.

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