Cronaca

Elena Ceste, il marito chiede il rito abbreviato: una scelta giusta

In caso di condanna, pena scontata di un terzo. Ma dietro la decisione di Michele Buoninconti potrebbe esserci una precisa strategia

Elena Ceste: marito indagato per omicidio volontario

Carmelo Abbate

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Michele Buoninconti ha chiesto di essere giudicato con rito abbreviato. I suoi legali, Chiara Girola e Massimo Tortoroglio hanno presentato oggi la richiesta nell’ufficio del giudice per le indagini preliminari di Asti.

Buoninconti si trova in carcere dal 29 gennaio con l’accusa di aver ucciso la moglie Elena Ceste, la casalinga di Costigliole d’Asti sparita di casa il 24 gennaio 2014 e ritrovata morta in un canale di scolo non lontano dalla sua abitazione il 18 ottobre, 9 mesi dopo.

 

Boninconti ha fatto la scelta giusta. Il rito abbreviato è una facoltà concessa all’imputato, il quale può chiedere che il processo venga deciso in udienza preliminare allo stato degli atti, ovvero con le prove che si sono formate durante la fase delle indagini. Niente dibattimento, dunque, niente testimoni, e tempi molto più corti per la giustizia. Motivo per cui, in caso di condanna l’imputato viene premiato con lo sconto di un terzo della pena: in caso di ergastolo, si scende a 30 anni, se poi viene disposto il carcere a vita con isolamento diurno, si toglie questa misura accessoria e rimane l’ergastolo semplice.

Contrariamente a quello che si pensa, la richiesta di giudizio abbreviato non equivale a una ammissione di colpa. Non è il patteggiamento, per essere chiari. Dietro la scelta dell’imputato ci può essere anche una strategia dei suoi avvocati, che valutano le indagini dell’accusa, le considerano fatte male o incomplete, intravedono uno spiraglio difensivo e di fatto bloccano la partita. Si girano le carte sul tavolo, chi ha quelle migliori vince.

Ma c’è anche un’altra possibilità: io sono innocente, e proprio per questo voglio evitare un lungo processo pubblico in cui comunque vada verrò messo al pubblico ludibrio, i particolari più insignificanti della mia vita finiranno per diventare singoli capitoli di un lungo romanzo a puntate. Non voglio la gogna e voglio essere giudicato a porte chiuse, senza clamore mediatico.

Nel caso di Michele Buoninconti, che sia innocente o colpevole, quella del rito abbreviato appare una scelta sacrosanta, anche perché non si capisce cosa possano aggiungere i testimoni con la loro deposizione in dibattimento. Per loro parlano i messaggi allegati agli atti, ogni altra parola è superflua. Oltre che inutile perdita di tempo.

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