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I medici dell'ospedale Pertini avevano una "posizione di garanzia" a tutela della salute di Stefano Cucchi e il loro primo dovere era diagnosticare "con precisione" la sua patologia anche in presenza di una "situazione complessa che non può giustificare l'inerzia del sanitario o il suo errore diagnostico". Lo scrive la Cassazione nelle motivazioni - depositate oggi - in base alle quali sono state annullate le assoluzioni dei cinque camici bianchi che avrebbero dovuto curare Cucchi morto nel 2009 dopo una settimana di ricovero.

Le responsabilità

Nel processo bis ai cinque medici, oltre alle cause della morte, dovrà essere accertata - sottolinea il verdetto - "la concreata organizzazione della struttura, con particolare riguardo ai ruoli, alle sfere di competenza e ai poteri-doveri dei medici coinvolti nella vicenda". "Senza dimenticare - prosegue la sentenza 9831 - che il medico che, all'interno di una struttura di tal genere, riveste funzioni apicali è titolare di un pregnante obbligo di garanzia ed è, pertanto, tenuto a garantire la correttezza delle diagnosi effettuate e delle terapie praticate ai pazienti".

Il processo si riaprirà per il primario Aldo Fierro, per Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo. Secondo il verdetto, gli stati patologici di Cucchi, preesistenti e concomitanti con il politraumatismo per il quale fu ricoverato, avrebbero dovuto imporre "maggiore attenzione ed approfondimento", con ricorso alla "diagnosi differenziale".

Decisione "illogica"

È di "manifesta illogicità" la decisione con la quale la Corte di assise di Appello di Roma, nel processo Cucchi, "ha escluso di procedere ad un nuovo accertamento peritale" sostenendo che "non residuano aspetti delle condizioni fisiche di Cucchi che non siano stati già esplorati e valutati dagli esperti nominati". Lo sottolinea la Cassazione rilevando che un nuovo accertamento "per l'imponente mole del materiale probatorio acquisito agli atti" si sarebbe potuto svolgere sugli atti stessi, "giovandosi anche dei contributi forniti dai diversi esperti" e non può essere impedito dalla solo "affermata" - dai giudici dell' appello - "impossibilità di effettuare riscontri sulla salma di Cucchi".

Le cause della morte

Sulle cause della morte di Cucchi, scrive la Cassazione condividendo le parole usate nella sua requisitoria dal Pg Nello Rossi, non può esserci "una sorta di 'resa cognitiva'". Ad avviso dei giodici era ben argomentata, dai giudici di primo grado che avevano condannato i medici del Pertini, l'individuazione della causa della morte del giovane nella sindrome da inanizione, decesso per mancanza di nutrimento in un soggetto già sottopeso e politraumatizzato.

Il ruolo dei carabinieri

È da escludere che Stefano Cucchi sia stato picchiato dagli agenti della penitenziaria dal momento che ci sono "plurime deposizioni di fondamentale importanza" secondo le quali il giovane "sarebbe stato aggredito da appartenenti all'arma dei carabinieri, quindi prima di essere 'preso in carico' dagli agenti di polizia penitenziaria tratti a giudizio". Lo sottolinea la Cassazione, respingendo il ricorso del pm contro il proscioglimento di tre agenti della penitenziaria dall'accusa di aver picchiato Cucchi.

Con riferimento alle testimonianze che il pm di Roma nel suo ricorso in Cassazione avrebbe omesso di confrontarsi, il verdetto dei supremi giudici ricorda la "disarmante sicurezza e semplicità del teste Schirone, uno dei carabinieri della stazione Casilina, che tradussero il Cucchi dalla stazione di Tor Sapienza in tribunale e che disse 'era chiaro che era stato menato'". Inoltre - prosegue la Cassazione - ci sono le deposizioni degli assistenti di polizia penitenziaria Bruno Mastrogiacomo e Mauro Cantone "che si occuparono di Cucchi presso il carcere di Regina Coeli, nonché dell'infermiera Silvia Porcelli, che ebbe in cura Cucchi presso l'ospedale Pertini, i quali tutti hanno riferito di avere appreso dal Cucchi di essere stato picchiato dai Carabinieri".  (ANSA).

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