Mestiere: capo della polizia. Pochi soldi e molti grattacapi

Pansa dovrà gestire tagli, malessere degli agenti, problemi di ordine pubblico. E pensare anche a fare pulizia negli appalti

Il nuovo capo della Polizia Alessandro Pansa con gli allievi commissari della Polizia (Credits: Daniele Scudieri/Imagoeconomica)

Stefano Vespa

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In fondo, è un mestieraccio. Grande potere e grandi responsabilità, molti soldi da gestire (che però continuano a calare in modo preoccupante) e una definizione che dice tutto: «Responsabile tecnico della sicurezza della nazione».

Essere il capo della polizia, incarico ricoperto dal 31 maggio dal prefetto Alessandro Pansa, 62 anni, significa dunque diventare il riferimento per un semplice bando di gara e per la lotta all’integralismo islamico; coordinare carabinieri e finanzieri come «primus inter pares» in qualità di direttore generale della pubblica sicurezza e confrontarsi con i sindacati interni, sempre più agguerriti per i continui tagli al settore.

Secondo Achille Serra, ex vicecapo della polizia e prefetto, senatore fino alla scorsa legislatura, «venire dalla gavetta e sapersi assumere le responsabilità nel bene e nel male» sono due caratteristiche fondamentali. E Antonio Manganelli, scomparso il 20 marzo, seppe chiedere scusa due volte: dopo le condanne di alti funzionari per gli incidenti del G8 di Genova del 2001 e dopo quelle dei poliziotti per la morte del giovane Federico Aldrovandi a Ferrara nel 2005.

Quasi 7,5 miliardi di euro nel 2013 (e saranno meno in futuro) sono il bilancio del Dipartimento di pubblica sicurezza, comprese le somme utilizzate da carabinieri e finanzieri per il coordinamento tra le forze di polizia e l’ordine pubblico. Negli ultimi cinque anni i tagli per il settore sicurezza hanno toccato i 3,5 miliardi, oltre al blocco del turnover: «Pansa dovrà confrontarsi con un disagio enorme che rischia di esplodere. La sicurezza è un investimento, non uno spreco» avverte Nicola Tanzi, segretario generale del Sap.

Secondo il sindacato autonomo, all’organico di 102 mila poliziotti mancano 11 mila unità, che potrebbero diventare 20 mila nei prossimi tre anni. E l’ordine pubblico dà più preoccupazioni. C’è poi il capitolo appalti: divise e armi, mezzi speciali e alta tecnologia. E il capo della polizia può ritrovarsi in una bufera come quella di Napoli sulla realizzazione del Cen, centro elaborazione dati, che ha portato alle dimissioni dell’allora vice, Nicola Izzo.

È uno degli appalti citati dal «corvo», autore dell’esposto anonimo su presunti traffici illeciti all’ufficio logistico del Viminale. «Il capo resta il punto di riferimento più importante» rileva l’ex sottosegretario all’Interno Alfredo Mantovano. 

«Dal confronto quotidiano con i carabinieri a quello con l’autorità giudiziaria, è obbligato a un equilibrio costante». E magari a pagare in prima persona o a prendere decisioni difficili: nel 1979 Giuseppe Parlato fu cacciato dal ministro Francesco Cossiga perché Franco Freda e Giovanni Ventura erano evasi dai domiciliari. Invece nel 1992 Vincenzo Parisi pagò con i fondi riservati il miliardo di lire chiesto dai sequestratori sardi del piccolo Farouk Kassam. «La vita prima di tutto» commenta oggi Serra.

Insomma, Pansa avrà parecchi grattacapi e, da poliziotto esperto qual è, lo sa bene. E sa anche di dover raccogliere l’eredità di Manganelli. Sarà quello il compito più difficile.

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