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Cronaca

Caiazza: «Sciopero dei magistrati? Vorrebbero intestarsi la riforma».

Magistrati da una parte (con i loro privilegi), politica da un'altra, ed i bisogni del paese in attesa

La riforma della giustizia resta nodo centrale dell'agenda politica italiana, anzi. È una matassa a dir poco ingarbugliata con i partiti divisi da una parte e dall'altra i magistrati in trincea a difendere lo “status quo". Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione delle camere penali è intervenuto lo scorso 30 aprile all’Assemblea dell’Associazione nazionale magistrati: «siamo stati totalmente esclusi dalla Commissione ministeriale che ha allo studio la riforma dell’Ordinamento giudiziario». E sulla questione dello sciopero proclamato dalle toghe, Caiazza è stato netto: «a me sembra che i magistrati si stiano ribellando a Parlamento e Governo che per la prima volta sembrano voler recuperare spazio e prerogative che la Costituzione assegna loro».

Giandomenico Caiazza, salernitano, classe 1956 -dall’ottobre 2018 Presidente dell’Unione delle Camere Penali Italiane- si è laureato in giurisprudenza con Stefano Rodotà. Ricercatore presso la Fondazione Piero Calamandrei e docente nelle scuole di specializzazione per le professioni legali della Sapienza di Roma dal 2001 al 2011, è stato presidente della Camera penale capitolina dal 2006 al 2010: storico difensore di Enzo Tortora nella causa per responsabilità dei magistrati che lo avevano ingiustamente arrestato e condannato, ha poi difeso Marco Pannella, Emma Bonino, e altri militanti radicali nei processi penali nati dagli atti di disobbedienza civile. Ha fatto parte dei collegi difensivi di molti processi nazionali di grande rilievo e ha coordinato la raccolta delle firme a favore del disegno di legge di riforma costituzionale per la separazione delle carriere della magistratura per l’Unione delle camere penali.

Panorama.it ha incontrato il coriaceo presidente degli avvocati penalisti italiani per una serrata disamina del clima di tensione che serpeggia tra i magistrati: «l’idea che Governo e Parlamento pensino di potersi assumere la responsabilità politica della riforma dell’ordinamento giudiziario nella propria autonomia costituzionale è vissuto dalla magistratura italiana come un sacrilegio».

Partiamo dai convenevoli…

«Innanzi al parlamentino dei magistrati italiani non ho potuto che ringraziare il Presidente Giuseppe Santalucia per l’invito, visto che il metodo del confronto permea il dna degli avvocati penalisti italiani. Gli ho ricordato quando nel 2018 l’allora Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ci convocò, proprio insieme all’Anm, per tentare di ridurre i tempi del processo. All’epoca avvocati e magistrati erano arroccati su posizioni inconciliabili, con quest’ultimi che avevano licenziato un documento del novembre 2018 che prevedeva l’abolizione del divieto di “reformatio in peius”, oltre alle letture in dibattimento che ne demolivano la sua oralità, cardine del giusto processo».

Da 4 anni tra penalisti e magistrati i rapporti non erano proprio idilliaci…

«Ci guardammo in faccia e iniziammo a lavorare per offrire al Ministro Bonafede un’occasione irripetibile: partorimmo, dopo due mesi, una proposta comune basata sul potenziamento dei riti speciali (con massiccio utilizzo del rito abbreviato condizionato e del patteggiamento senza limiti di ostatività soggettive e oggettive), senza dimenticare il potenziamento dell’udienza preliminare e il forte impulso alla depenalizzazione. Purtroppo la classe politica -il Ministro Bonafede mi apparve il meno colpevole, mi preme sottolinearlo…- diede prova di tutta la sua mediocrità, e così quell’occasione svanì miseramente».

Oggi, invece, sulla riforma dell’ordinamento giudiziario, ai penalisti non è stata data parola.

«Purtroppo siamo stati totalmente esclusi dalla Commissione ministeriale che ha allo studio l’importante riforma: la nostra presenza, avrebbe potuto apportare un contributo importante esattamente come accadde all’epoca della riforma del processo penale. Francamente non sappiamo ancora chi abbia voluto che questa legge venisse redatta senza il confronto con i penalisti italiani: una legge che si occupa di questi temi senza recare il nostro contributo non potrà che apparire più debole. Sono mancati dialogo e confronto».

La sua partecipazione all’assemblea dell’ANM è stata tutt’altro che una captatio benevolentiae…

«Chiariamo subito un aspetto: noi abbiamo un’idea comunque critica di questa riforma, la consideriamo ancora blanda, lacunosa, pur con alcune positività che abbiamo apprezzato. Nel corso del mio intervento ho rappresentato la sensazione della pretestuosità di alcune delle argomentazioni dei magistrati, come quella secondo la quale il nuovo fascicolo per le valutazioni punirebbe la giurisprudenza non conformista».

Qualche passaggio tecnico, ad esempio?

«Non ho condiviso l’affermazione di un magistrato del calibro di Eugenio Albamonte per il quale i nuovi parametri di professionalità valuterebbero in modo punitivo l’esito del processo di “mafia capitale”; oppure quanto affermato dalla sezione di Genova dell’ANM che ha ricordato le sentenze innovative sul danno biologico della fine degli anni ‘70, sentenze però confermate dalla Corte di Cassazione, diventate giurisprudenza costante. Sul tema mi laureai con Stefano Rodotà, tra l’altro…».

A leggere il suo intervento all’Anm, la parola pretestuosità risalta più volte.

«Mi riferivo al fascicolo personale del magistrato, che tra l’altro già esiste, come ha ricordato bene l’on. Enrico Costa. Con quegli stessi criteri (“valutazione degli esiti” significa valutazione di che cosa è successo nei gradi successivi) oggi i magistrati lo costituiscono con le cause a campione, o addirittura con quelle proposte da loro stessi e mentre nella riforma si intende acquisire l’intera attività del giudice. Se si acquisisce l’intera attività del magistrato, le sentenze creative non vengono nemmeno rilevate dalla statistica».

La questione l’ha fatta arrabbiare…

«Perché ho letto, negli interventi dei magistrati, dei ragionamenti pretestuosi, appunto, come se si ostinassero a volere che le regole di valutazione debbano esistere solo sulla carta. Esattamente come nel caso di quella direttiva del CSM del 2007 che prevede le valutazioni del magistrato ma che, di fatto, consente che non si facciano!».

In un passaggio lei è stato tranchant: “Come potete avere paura del vostro lavoro?”

«Quella mia domanda valeva come una mano tesa ai magistrati. Mi riferivo al fascicolo che contiene già tutte le sentenze, i provvedimenti, le ordinanze, redatte da un magistrato. Come possono avere paura del loro stesso lavoro, gli ho chiesto, visto che sono loro stessi che si giudicano».

Pare sia andato anche oltre…

«Forse perché ho chiesto loro se mi trovassi di fronte l’Associazione nazionale dei magistrati o una parte della magistratura che ne teme un’altra? I giudizi resi sul tanto discusso “fascicolo del magistrato”, vengono dai magistrati stessi. Quando si parla di direttive, ci riferiamo al loro lavoro: non saremo noi avvocati a giudicare questo loro fascicolo. Allora qual è il senso di questa polemica?».

Anche sul tema dei magistrati fuori ruolo si è fatto sentire…

«Problema più unico che raro: non esiste nessun altro Paese al mondo nel quale si formi un Governo di qualsiasi colore e duecento-magistrati-duecento vengono messi fuori ruolo per essere distaccati presso l’esecutivo. Un’abnormità costituzionale, che l’ANM difende con le unghie e con i denti, ma silenziosamente».

E qui il Caiazza-pensiero si è fatto tuonante…

«Ho semplicemente detto: “Allora prendete la parola e scioperate perché volete continuare a garantirvi che il capo di Gabinetto del Ministro e il capo del legislativo appartengano alla Magistratura e non al funzionariato di carriera”!».

Dopo la crisi della politica, dopo la crisi delle istituzioni, ora la crisi della giurisdizione.

«È un problema che ci tocca come cittadini, e che tocca la qualità della nostra vita democratica. I magistrati non dovrebbero ragionare come se qualunque modifica al sistema giudiziario fosse interpretata come un assalto al loro fortino».

Pare che lo pensino…

«E non possono continuare a pensare che gli avvocati vogliano indebolire la magistratura. Al contrario: vogliamo un giudice forte, vogliamo entrare in aula temendo la qualità, la severità, l’intransigenza di quello stesso giudice. Ma lo stesso timore deve provarlo il Pubblico Ministero. La difesa e l’accusa devono essere intimoriti nella stessa misura dall’autorevolezza del giudice».

Insomma: non le ha mandate a dire…

«Questa è l’idea che noi abbiamo del processo penale. Vogliamo un Pubblico Ministero indipendente dal potere politico, e vogliamo un giudice indipendente dal Pubblico Ministero e dalle Procure. Vogliamo un giudice forte».

L’analisi è seria, in ogni caso.

«Guardi, in questo Paese, delle sentenze non importa nulla a nessuno; del giudizio dei magistrati non importa niente a nessuno. Il giudizio della pubblica opinione sulla responsabilità penale si esaurisce nell’incriminazione, nell’indagine, nel rinvio a giudizio. E si tratterebbe di un problema nostro? Io penso che sia un problema dei magistrati e di tutto il Paese».

Presidente, veniamo allo sciopero dei magistrati

«Il testo della riforma dell’ordinamento giudiziario, che ha subìto nel tempo numerose modifiche proprio sulle idee di fondo della organizzazione e della amministrazione della giustizia, vede al centro della riforma il sistema elettorale del CSM: per noi penalisti si tratta di un vizio originario, lontano anni luce dalle questioni davvero cruciali che occorre invece affrontare».

Un sistema elettorale interno potrà restituire credibilità e forza alla magistratura italiana?

«Non credo. Ecco perché da subito abbiamo indicato gli ambiti di intervento indispensabili nel rafforzamento della terzietà del giudice, nella responsabilizzazione professionale del magistrato attraverso giudizi di professionalità finalmente rigorosi e legati innanzitutto a ciò che il singolo magistrato ha fatto nella sua quotidiana attività, nell’eliminazione di ogni assurda commistione tra potere giudiziario e potere esecutivo, ponendo fine allo spostamento di magistrati in ruoli amministrativi nel Governo, da riservare a funzionari di carriera. Anche il tema delle porte girevoli non ci ha mai scaldato il cuore, non fosse che per la sua marginalità numerica».

Ci piace che abbiate insistito politicamente e mediaticamente, su questi aspetti.

«Per questo sono comparse successive versioni della legge-delega che hanno progressivamente incluso interventi sui fuori ruolo, poi sui criteri delle valutazioni professionali quadriennali, ed anche sulla accentuazione della separazione delle funzioni: novità ancora lontane dalle migliori capacità di incidere in modo risolutivo su quelle questioni, ma almeno quei tre temi sono finalmente presenti nel corpo della legge delega».

Temi che hanno scatenato la furibonda reazione della magistratura associata. «Che aveva mantenuto un atteggiamento molto più controllato, fino a quando la riforma si risolveva grossomodo in alchimie elettoralistiche del CSM. Ma quelle novità sono assai poco rivoluzionarie. Siamo ancora ben al di sotto del minimo necessario per una reale riforma della magistratura italiana, che le restituisca forza, credibilità, affidabilità, autorevolezza. Eppure è bastato sfiorare quei temi, per scatenare una reazione che non andava in scena da molti lustri, cioè dai tempi dei governi Berlusconi».

Si attendeva una reazione così sopra le righe?

«Si è gridato alla “schedatura” sol perché il fascicolo personale del magistrato, che esiste da sempre, verrebbe implementato con i provvedimenti che egli ha adottato nel corso del quadriennio; o si è gridato alla separazione delle carriere sol perché si riducono da quattro a due le già ridotte possibilità, in carriera, di passare dalla requirente alla giudicante. Si tratta solo di un primo passo avanti verso un ragionamento riformatore di qualche sensatezza».

In ogni caso la reazione delle toghe è stata dura.

«Perché Parlamento e Governo, per la prima volta, seppur timidamente e tra mille distinguo, sembrano voler recuperare spazio e prerogative che la Costituzione assegna loro, e che il potere giudiziario ha loro espropriato da trent’anni a questa parte. Una reazione dura perché il legislatore pretende di legiferare ed il Governo di governare sulla organizzazione della macchina giudiziaria e della magistratura, senza il previo consenso della magistratura stessa».

Poteri contro…

«Forse scontro di poteri: l’idea che Governo e Parlamento pensino di potersi assumere la responsabilità politica di disegnare un ordinamento giudiziario nella pienezza della propria autonomia costituzionale è vissuto dalla magistratura italiana come un sacrilegio, un atto di insubordinazione inconcepibile, una sovversione dell’assetto squilibrato (in favore del giudiziario) dei poteri dello Stato come avveratosi in questi ultimi trent’anni».

Sia sincero, come andrà a finire?

«Il percorso parlamentare è tutt’altro che concluso, ma se davvero lo scontro sarà portato, come sembra, ai suoi estremi, occorre che i liberali di questo Paese e tutti coloro che abbiano a cuore il ripristino della divisione e del rigoroso equilibrio tra poteri dello Stato comprendano con lucidità da che parte stare. Non facciamoci distrarre dalla modestia dei contenuti di quella riforma, che pure ribadiamo con forza. Ora la partita che si è aperta con lo sciopero dei magistrati è un’altra, molto ma molto più importante, ed occorre giocarla e vincerla».

Panorama.it Egidio Lorito, 10/05/2022

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