Dopo Benedetto XVI. Il dossier segreto condizionerà il conclave

Ecco il contenuto del rapporto elaborato dai cardinali Herranz, Tomko e De Giorgi che peserà sull’elezione del successore di Joseph Ratzinger - Le foto dell'addio del Papa

Benedetto XVI saluta i fedeli a Castel Gandolfo prima di sparire nel palazzo vaticano (Credits: Ansa/Ettore Ferrari)

Ignazio Ingrao

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È il conclave dei dossier. Quelli che sono circolati nei mesi scorsi, prima delle dimissioni del Papa, incluso il documento che ne annunciava la morte entro il mese di novembre. E quelli che hanno cominciato a girare in queste ore sulle biografie, le abitudini e persino le malattie degli aspiranti al soglio di Pietro.

Poi c’è la «madre di tutti i dossier»: il voluminoso rapporto redatto dai tre «cardinali 007», Julian Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi, che il 24 aprile 2012, in piena Vatileaks, Benedetto XVI ha chiamato a indagare sulla fuga dei documenti segreti. Il dossier è nelle mani del Papa dallo scorso 17 dicembre (come ha rivelato Panorama del 20 febbraio scorso) ed è composto dai verbali di decine e decine di interviste compiute in oltre 8 mesi di indagini svolte dai porporati, con l’aiuto di un religioso come segretario.

Ormai non ci sono più dubbi: il rapporto sarà il 118° cardinale a entrare in conclave. O meglio il 117°, visto che l’egiziano Antonius Naguib si prevede già che darà forfait per ragioni di salute.

Persino dopo l’annuncio delle dimissioni di Joseph Ratzinger, il presidente della commissione d’inchiesta, lo spagnolo Herranz, un rigoroso canonista dell’Opus Dei, ha continuato a richiamare alcuni testimoni per precisare il contenuto di alcune deposizioni e finire di raccogliere i documenti. Intanto Benedetto XVI si prepara a compiere un gesto molto significativo: il 27 febbraio, penultimo giorno del pontificato, riceverà in udienza privata i tre cardinali inquirenti. È un segno eloquente, un messaggio lanciato a tutta la curia: il meticoloso e approfondito lavoro di investigazione compiuto dalla commissione su mandato pontificio va tenuto in grande considerazione.

Il testo passerà nelle mani del successore di Benedetto XVI ed è molto probabile che ci sarà un incontro fra i «due papi» dopo l’elezione. Così Ratzinger e il nuovo Pontefice potranno confrontarsi su quelle carte che hanno tanto colpito l’ex prefetto della Congregazione della dottrina della fede, forse accelerando la sua decisione di rinunciare al pontificato.

Ma che cosa c’è di tanto dirompente in questo rapporto redatto in un’unica copia e consegnato direttamente nelle mani del Papa? Panorama è riuscito a ricostruirlo.

La commissione anzitutto non si è posta limiti e ha compiuto un’indagine a 360 gradi sulla curia romana che ha preso le mosse dalla fuga dei documenti dall’appartamento papale ma poi si è ampliata con riferimento a episodi, comportamenti, relazioni in seno alla curia romana molto più vasti e risalenti anche a diversi anni addietro. Sono stati ascoltati cardinali, arcivescovi, vescovi, semplici sacerdoti e persino laici di diverse nazionalità, alcuni in forza dentro la curia ma diversi anche esterni ai Sacri palazzi.

A ciascun «intervistato», tutelato dal segreto pontificio, i tre cardinali hanno sottoposto un gruppo di domande uguale per tutti, relativo alla vicenda Vatileaks e ai protagonisti della sottrazione e divulgazione di quei documenti. Quindi i porporati hanno chiesto se il testimone fosse venuto a conoscenza in questi anni di altri fatti degni di nota o se fosse stato avvicinato da qualcuno che gli avesse chiesto di compiere azioni illecite.

Terminato il primo blocco di domande, ogni intervista proseguiva con questioni specifiche, preparate in precedenza e relative alla situazione individuale del testimone e alla sua storia. I tre cardinali avrebbero dimostrato una profonda conoscenza delle vicende personali di ciascuna persona chiamata a deporre. Segno che ogni incontro è stato preceduto da un delicato lavoro istruttorio. Via via che si procedeva nella raccolta delle testimonianze i cardinali hanno arricchito la lista di nuovi nomi e di nuove circostanze da approfondire.

Ogni deposizione è stata registrata e al termine è stato redatto un verbale. Quindi ciascun testimone è stato richiamato qualche giorno dopo per rileggere il verbale, proporre le eventuali correzioni o integrazioni, e sottoscriverlo. Ma a nessuno di loro è stata rilasciata copia. Ai verbali, là dove è necessario, sono allegati lettere e documenti.

Ne viene fuori una sorta di grande e particolareggiata fotografia ai raggi x della curia romana che non risparmia neppure i collaboratori più stretti del Pontefice. Benedetto XVI così ha aperto gli occhi. Dopo un quarto di secolo trascorso al vertice dell’ex Sant’Uffizio il Papa conosce bene miserie e debolezze della curia. Ma, da sempre estraneo agli intrighi di palazzo, probabilmente ignorava che sotto il suo pontificato potesse ramificarsi una rete così complessa e intricata di rapporti personali, «filiere» di interessi e «cordate» non di rado cementate da rapporti «inconfessabili». Non si tratta certamente di tutta la curia, ma di una parte significativa, che punta a condizionarla.

Circolano i nomi delle persone che sono state sentite, qualcuno si è lasciato sfuggire qualche confidenza, altri si sono consultati prima di andare a deporre. Così il quadro si è andato chiarendo a poco a poco: diversi ecclesiastici che sono citati nel dossier, nel ruolo di vittime o accusatori, ne sono ormai al corrente. Da quei verbali emerge l’attivismo esagerato di alcuni porporati per favorire o frenare carriere nei Sacri palazzi. Alcuni ecclesiastici non hanno esitato persino a mettere in piedi una sistematica «macchina del fango» per bruciare possibili avversari o instillare nei superiori il veleno del dubbio e del sospetto a proposito di alcuni prelati.

Emerge con chiarezza anche la filiera degli interessi economici, stratificatisi fin dal pontificato di Giovanni Paolo II. È cambiato il Pontefice, sono cambiati i responsabili degli uffici e dei dicasteri, ma alcuni gruppi di potere con una pesante influenza in Vaticano e rilevanti interessi economici restano sempre al loro posto. Autentiche lobby in grado di condizionare, anche grazie a ingenti risorse, persino alcune scelte e decisioni in seno ai Sacri palazzi.

Il rapporto fotografa poi le correnti geografiche, legate a una città o a una medesima regione di provenienza. Legami fortissimi, utilizzati per garantire percorsi privilegiati ad alcuni ed escludere altri. Ma forse la parte del rapporto che più ha scioccato il Papa è quella che ha portato alla luce l’esistenza di una vera e propria rete di amicizie e di ricatti a sfondo omosessuale che è molto presente in alcuni settori della curia.

Qualcuno si spinge addirittura a definirla la «lobby gay» del Vaticano, che sarebbe di gran lunga la più ramificata e influente di tutte quelle presenti nei dicasteri vaticani.

Con coraggio e determinazione, alla vigilia di uno storico conclave per la Chiesa cattolica, i tre anziani porporati investigatori, rispettati e temuti perché fuori da ogni gioco di curia, finalmente hanno fatto i nomi e i cognomi che sono nel rapporto, insieme con una corposa documentazione.

Si ritorna così a parlare della clamorosa vicenda del monsignore allontanato dalla Congregazione per il clero con l’accusa di avere tentato approcci con un giovane, ripresi da una telecamera nascosta e poi andati in onda su La7. Il monsignore si è sempre difeso affermando che il video era stato contraffatto e che era stato preso di mira proprio perché intendeva denunciare i comportamenti diffusi nelle congregazioni vaticane. Nessuno aveva voluto ascoltarlo ma ora quella storia potrebbe essere ripresa in considerazione sotto una nuova luce.

E si riparla del famoso libro di Carmelo Abbate, giornalista di Panorama, intitolato Sex and the Vatican, sulla doppia vita di molti religiosi della Città eterna. Filtrano nomi e indirizzi di una sauna sul Quarto Miglio, indicata come luogo di incontro, o di una villa in via della Camilluccia a Roma. In passato la «macchina del fango» non ha risparmiato chi cercava di denunciare la rete di favori e di ricatti che ha reso unita e potente la piccola ma ramificata lobby omosessuale del Vaticano.

Ma ormai si volta pagina. Il dossier sarà protagonista del conclave. Il cardinale Herranz, che già fu una figura cruciale per l’elezione di Joseph Ratzinger, anche questa volta, pur non entrando nella Cappella Sistina per raggiunti limiti di età, sarà un punto di riferimento. Durante le consultazioni che precedono l’inizio del conclave (dette congregazioni generali), Herranz e gli altri due cardinali saranno certamente sentiti da molti confratelli, anche se dovranno mantenere il segreto sui contenuti del rapporto. È già cominciato il pellegrinaggio nei loro appartamenti. Mentre in curia la paura delle intercettazioni, dopo Vatileaks, sconsiglia i contatti telefonici e le email.

Nessuno può o vuole ignorare il contenuto del rapporto. Tremano alcuni ecclesiastici e altri forse puntano a prendere le contromisure, magari con nuovi e imprevedibili dossieraggi che mirano a screditare l’autorevolezza di alcuni cardinali.

Dagli armadi potrebbero uscire nuovi scheletri fino all’inizio del conclave. Molti elettori sanno o pretendono di sapere i segreti dei loro confratelli. Ma per la maggioranza è già chiaro che dalla Cappella Sistina dovrà uscire un Papa non ricattabile per poter procedere a quell’azione di pulizia che Ratzinger ha affidato al successore.

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