Cronaca

Assegno di divorzio, il vento è cambiato

Il caso Lario-Berlusconi, ma non solo, raccontano la svolta concettuale in tema di separazioni

Veronica Lario e Silvio Berlusconi

Daniela Missaglia

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Che il vento fosse definitivamente cambiato e che, nel diritto di famiglia, spirasse un maestrale di rigorismo più aderente allo spirito della legge, lo si è capito nel maggio 2017 e nel luglio 2018 con il doppio pronunciamento della Suprema Corte di Cassazione in materia di assegno di divorzio.

Fiumi di commenti sono stati spesi e persino il più distratto dei fruitori di media e giornali ormai sa che, oggigiorno, il matrimonio non è più un’assicurazione sulla vita per il coniuge cosiddetto debole, la donna nella stragrande maggioranza dei casi.
Oggi chi si sposa deve cercare di mantenere la propria autonomia economica, sempre che si possa, per non precipitare in caduta libera al momento del divorzio.

Negli ultimi due anni, insomma, gli assegni di divorzio di importo superiore allo stretto necessario per poter sopravvivere, sono scomparsi dai radar. Fatte alcune eccezioni.
Ed è così che la Corte di Cassazione, in questo finale d’agosto dominato dalla crisi di Governo, ha chiuso la partita: game – set – match.

Sancendo la correttezza di una precedente sentenza della Corte d’Appello di Milano sulla saga familiare che più ha appassionato l’Italia dall’approdo dei Mille a Marsala (guerra giudiziaria Berlusconi / Lario), ha ribadito che chi abbia percepito assegni divorzili non dovuti li deve persino restituire.
Inutile scendere in tecnicismi, facciamola molto semplice: se io pago qualcosa che non dovevo versare, ho diritto a riaverlo indietro.

Un tempo si cercava, nelle pieghe della legge, una soluzione all’italiana, quella del ‘chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scurdammoce ‘o passato’ (chiedo venia ai partenopei veraci), togliendo – ma molto di rado – l’assegno di divorzio al percettore e amen.
I giudici oggi dicono no: chi incassa ciò che non doveva essere versato deve restituirlo, tanto più se di importo che supera di slancio quello necessario per la mera sussistenza.
Di sicuro il milione e mezzo (circa) che la Signora Myriam Bertolini (in arte Veronica Lario) riceveva dal Cavaliere più famoso d’Italia non serviva per le spese spicce all’Esselunga o dal droghiere.
Ed ecco la condanna alla ripetizione dell’indebito, in gergo la retroattività della pronuncia che ha dichiarato non dovuto il versamento.

L’uomo della strada, a questo punto, può lecitamente domandarsi: ma non potevano, i precedenti Giudici che si sono occupati della vertenza e che hanno premiato l’ex moglie con un assegno mensile da nababbi, pensarci prima?
Domanda da un milione di euro per rispondere alla quale occorrerebbe la stessa presunzione di chi voglia contare le stelle una ad una.
Io dico di sì, ma non faccio testo.

Certamente non commetto lesa maestà se affermo che quanto meno un errore di valutazione deve essere stato fatto nella causa divorzile in primo grado: diversamente la Signora Bertolini non sarebbe oggi obbligata a restituire quanto percepito.
I Giudici già sapevano delle straordinarie elargizioni mobiliari ed immobiliari che l’hanno resa ricca, come erano edotti dell’assenza di un suo personale contributo alla formazione della ricchezza del marito.
Nondimeno si è deciso di premiarla ulteriormente con il divorzio.

Bene (o male, a seconda della prospettiva da cui si guarda): certo è che nelle sentenze in tema di assegni di divorzio, ormai vige po’ più di rigore, virtù che nel Belpaese serve sempre.
Senza dimenticare che “dove c’è una sentenza c’è un’ingiustizia, sussurrò il piccolo uomo”. diceva Tolstoj in Guerra e pace

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