Arquata: storie di terremotati

Il premier Gentiloni promette di portare avanti i lavori. Noi siamo stati lì dove le macerie sono ovunque per incontrare chi combatte contro burocrazia e leggi assurde

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I danni causati dal terremoto del 30 ottobre nella zona rossa di Arquata – Credits: Giuseppe Bellini/Getty Images

Carmelo Abbate

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UPDATE: Smorza le polemiche sulla no tax area, assicura l'impegno del governo a fare di più e meglio e invita alla fiducia, il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che il 14 agosto ha visitato Arquata del Tronto, una delle zone più colpite dal sisma di un anno fa.

Promette che saranno rimosse 500 tonnellate al giorno di macerie e di affrontare "le strozzature, le difficoltà che si possono manifestare". Assicura che gli impegni presi per le aree di esenzione delle imposte saranno rispettati e che quello che dovrà essere aggiustato...sarà aggiustato.

Anche noi siamo stati ad Arquata del Tronto, qualche giorno prima del premier Gentiloni. Ed ecco cosa abbiamo trovato nel reportage pubblicato sul numero di Panorama in edicola dal 10 agosto, tra le rovine della città, i contorcimenti della burocrazia e le storie di chi sta tentando di rinascere.

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La forza della natura che si ribella alla mano ipocrita dell’uomo e, con un colpo di vento, alza quel telo posato sopra le macerie per mettere a tacere più che per proteggere.

Un anno dopo il terremoto che ha colpito il Centro Italia, il racconto autentico e profondo di ciò che è stato e di ciò che poteva e doveva essere, non arriva dalle cucine dei ristoranti nuovi di zecca di Amatrice, ma dalla prima casa che s’incontra lungo la salita che porta verso le rovine mai rimosse di Arquata.

 

Sulla grande facciata in pietra a vista, apparentemente intatta, spicca un grande drappo blu che dal tetto scende quasi a terra. Pochi passi e, attraverso il fianco squarciato dell’edificio, si rivela il suo interno. È come fossilizzato. Da qui, si contempla lo spettacolo delle nuove casette, ultimate, fotografate, mediatizzate e mai consegnate.

E si capisce anche perché: mancano le opere di urbanizzazione. Qualcuno ha pensato di realizzare prima le strutture e dopo, sotto, far correre le fognature.

Il visitatore che, camminando sui detriti, entra di nascosto nel cimitero di Grisciano attraverso una fenditura nel muro, s’imbatte in un altro telo ancora. Copre senza nascondere un groviglio di ferro, cemento e legno, con bare disseminate e scoperchiate. Un mazzo di fiori, ormai secchi e scoloriti, risalta sul marrone di una cassa da morto.

Il gesto di chi, spostando la tenda di plastica, ha infilato quel bouquet nella crepa del feretro alza il sipario su una scena di umiliazione, disperazione, rassegnazione. Rispetto per i propri defunti in un contesto di totale mancanza di rispetto. Una visione struggente: viene in mente il Cristo Velato della cappella Sansevero di Napoli, la scultura dove il figlio di Dio è coperto da un sudario che, modellato nel marmo, aderisce e vela ma non impedisce di vedere.

Allo stesso modo, non cerca di nascondere il gesto di quel sindaco che ci accoglie nel palazzetto dello sport: qui c’è il suo ufficio di fortuna, ricavato con dei brutti pannelli divisori. Massimo Citracca, primo cittadino di Valfornace, tira fuori il tricolore e copre la precarietà con la dignità, lo smarrimento con il senso di appartenenza e di comunità.

Da queste parti il Commissario straordinario per la ricostruzione che non esiste, Vasco Errani, si è visto soltanto per decreto: a oggi se ne contano 4, oltre alle 35 ordinanze ricche di cavilli che modificano i vecchi e ne preannunciano di nuovi.

È la tempesta burocratica perfetta che si è abbattuta su sindaci come Citracca, i quali leggono un’ordinanza in cui si dice che possono assumere personale tecnico qualificato, mettono allora sotto contratto ingegneri e architetti, ma otto mesi dopo la regione Marche non ha ancora versato un euro di stipendio. Non paga persone che hanno perso casa, lavoro, e hanno famiglia.

È il caso dell’unico vigile di Valfornace, Giuseppe Santoni. Ha un record personalissimo: in tutta la sua carriera non ha fatto una multa per violazione del codice della strada. Lui dice che non è merito suo, ma dell’assenza di semafori, rotonde e dell’abbondanza di parcheggi nel piccolo paese.

Santoni era proprietario di due case prima del terremoto: le ha perse entrambe. Il figlio di 27 anni, con la compagna, si è spostato in un albergo di Porto Sant’Elpidio ed è costretto a vivere ancora lì. Lui, invece, ci ha resistito solo una notte ed è tornato a Valfornace. Da allora abita in una baracca di legno che prima era un magazzino per gli attrezzi. Uno spazio di 40 metri quadrati con quattro letti matrimoniali, uno a pochi centimetri dall’altro.

Privacy e intimità sono quelle che può offrire una tenda. In un letto ci dorme Santoni con la moglie, in un altro lo zio e la zia, nel terzo un altro figlio di Santoni con la cugina e la sua bambina di 8 anni, nel quarto l’anziano padre. La cucina si trova in un container esterno, accanto a due bagni chimici.

Qui i lavori per le casette, che dovranno accogliere l’80 per cento della popolazione rimasta senza un tetto, sono iniziati soltanto da due settimane. E un anno dopo, il centro commerciale che dovrebbe occupare i container di legno non è ancora aperto. È ultimato, ma da un mese si cerca affannosamente di sbrigare le pratiche per l’allaccio della corrente elettrica.

Pamela Cappa, di Visso, dopo mesi passati in un albergo sul mare ora abita con il marito in una stanza con angolo cottura dentro un residence di Macerata.

Fa la geometra in una zona terremotata e spiega così quali difficoltà incontri nello svolgimento della professione: «Arriva un’ordinanza del commissario. Inizi a leggerla e a impostare il lavoro di conseguenza. Intanto, ecco una successiva ordinanza, che modifica un solo articolo o comma. Tu leggi e impazzisci, cercando di capire quali siano le effettive novità. Me ne è capitata una di 43 pagine che andava a modificarne una precedente di 46: con la differenza di un paragrafo e qualche virgola! Ma non è finita, perché poi arrivano i nuovi “testi coordinati”, che devono tenere insieme tutto. A quel punto, prendi il progetto che hai preparato e accedi in rete alla piattaforma per la ricostruzione, il “Mude”. Ma perdi una giornata solo per fare il primo accesso. Sì, c’è un help desk, che però è organizzato per l’Emilia. Tu non puoi accedere perché sei delle Marche. Allora chiami in Emilia nella speranza di trovare qualcuno gentile e disponibile, ma ti rispondono: “Mi dispiace, non diamo assistenza per il terremoto del Centro Italia”.

Provi e riprovi, e dopo due giorni capisci che funziona solo con il browser Explorer 11. Ti registri, inserisci la pratica, il sistema si blocca, metti un dato e si ferma di nuovo...». E tutto ciò si svolge dentro un container rettangolare, con tre scrivanie, una attaccata all’altra.

La geometra Cappa ha partecipato anche alla ricostruzione per il terremoto del 1997: «C’era un sistema diverso allora, e funzionava. I comuni avevano voce in capitolo nella stesura di quelle leggi che poi avrebbero applicato. Si poteva tranquillamente utilizzare quel modello, invece il Commissario straordinario sta cercando di replicare lo schema adottato in Emilia dopo il sisma del 2012. Un errore madornale: qui non siamo in pianura ma in un territorio del tutto diverso, collinare, montagnoso, frastagliato, disseminato di piccoli borghi».

A Visso il terremoto ha risparmiato una sola famiglia, l’unica a non essere sfollata. La casa di Rita Martini, costruita nel 2002 rispettando le norme antisismiche, "è stata protetta da Babbo Natale". Non ha dubbi la figlia di Rita, Tatiana, una ragazza di 18 anni con personalità e umanità da vendere. Quando aveva 8 anni lei ha scritto questa lettera a Babbo Natale con una richiesta: un "semino" per la mamma che gli portasse un fratellino o una sorellina. Un anno dopo è nata Maila, il 25 dicembre, il giorno di Natale, ovviamente con parto naturale. Da allora Tatiana ne è convinta: Babbo Natale esiste.

E noi a lui ci raccomandiamo durante una scossa di terremoto che ci fa tremare, mentre ci troviamo dentro quella casa superstite. Uscendo, notiamo che la stradina fa una strana deviazione.

Rita racconta della via principale inagibile a causa della chiesa crollata. Suo marito ha realizzato un passaggio che aggira l’ostacolo, attraversando il giardino della casa di un vicino. Le macerie della chiesa sono ancora lì. Andrebbe demolito il campanile e sembra che la Curia abbia pure dato il suo permesso. Ma poi la Sovrintendenza ha bloccato tutto, perché non si può procedere senza l’autorizzazione del Vaticano.

Lì però neppure hanno idea dell’esistenza di questa chiesa. Guidando sulla provinciale che porta verso Macerata, superiamo il paese di Pieve Torina. Lasciato il centro disabitato freniamo di colpo. Un bar nuovo di zecca cattura l’attenzione come la classica cattedrale nel deserto. Chi sono i pazzi che hanno aperto un bar così bello proprio qui dove la gente è fuggita via? La risposta si trova nel locale stesso, tra il bar e la panetteria annessa.

Ci sono marito e moglie, Daniele e Stefania, 38 e 34 anni, con i tre figli, Lorenzo 16 anni, Giordano 11 e Tomas che ne ha uno. Gestivano un panificio in un altro edificio, Daniele non ha mai smesso di sfornare pane, neppure durante la notte del terremoto e nei primi giorni successivi, mentre la famiglia viveva in un’auto. Oggi, gli altri negozi non esistono più: cercano nuovi clienti sulla costa.

Loro nel periodo natalizio si aggrappano alla straordinaria solidarietà dimostrata dalle grandi aziende di tutt’Italia, che gli commissionano cesti regalo con prodotti tipici. Aiuti dallo Stato, zero. Passate le feste, la domanda: che facciamo? Dei 1.300 abitanti di Pieve Torina ne sono rimasti solo un centinaio, mentre la terra continua a tremare. C’è questo locale che hanno comprato poco prima del terremoto con un grosso mutuo.

La scelta, dicono Daniele e Stefania, è quasi obbligata. Decidono di scommettere su clienti eventuali di passaggio e aprono, il 25 giugno scorso. Tre mesi dopo rispetto ai tempi previsti, e con il danno delle feste pasquali saltate. Il ritardo? È stato causato da una serie di adempimenti burocratici che ha preteso il Comune, in un paese quasi totalmente sfollato. Così sono costretti a farsi assistere da un avvocato, il quale deve dimostrare che il locale "è abbastanza arieggiato". P

aradossi. Che rischiano di abbattere anche un allevatore con le spalle larghe come Giulio Massi di Pomaro. Dopo il sisma gli realizzano una stalla provvisoria, che purtroppo vola poi via per un forte vento. Mesi dopo tornano con una nuova stalla, comunque inadeguata alle sue esigenze.

Arriva anche la Asl: incredibilmente certifica che la struttura è idonea, ma muove una serie di contestazioni su sedili e cinture di sicurezza dei trattori. Non sono a norma... Chi rischia di perdere tutto è Francesco Amici, erede di un castello medievale su uno sperone roccioso che domina la Salaria. È un’antica fortezza militare trasformata in "albergo diffuso" con le case del borgo intorno.

Alla prima scossa dell’agosto scorso, il castello è dichiarato inagibile. Amici deve metterlo in sicurezza, ma manca la normativa per quel bene monumentale vincolato. È un bene su cui lo Stato ha diritto di prelazione, nel caso il proprietario decida di vendere. Dopo il sisma di ottobre arrivano finalmente le regole: Amici ha facoltà di effettuare i lavori di ripristino, a sue spese, ma notificando ogni passaggio alla Sovrintendenza.

L’operazione prevede tra l’altro un sopralluogo congiunto di Vigili del fuoco, Protezione civile, tecnico comunale e Sovrintendenza. Tutti insieme, nello stesso momento. Una riunione che l’uomo ottiene soltanto dopo la minaccia di gesti estremi. A quel punto Amici trova un’azienda privata disponibile ad anticipare le spese, che alla fine saranno di 400 mila euro.

Il castello adesso è in sicurezza, ma la strada verso la ricostruzione completa è lunga e tortuosa. Qui invece il tempo è prezioso, soprattutto per una signora di 91 anni, Cristina Tilli, di Roccafluvione. Dopo le scosse di agosto 2016, i tecnici della Protezione civile le verificano l’abitazione. È agibile, ma deve fare dei piccoli interventi. Lei resta lì, da sola, e dopo 15 giorni arriva una nuova squadra di tecnici: fanno i controlli, ma se ne vanno senza dirle nulla.

Tre settimane dopo la chiamano al telefono per comunicarle che c’è un’ordinanza di sgombero: la sua casa è pericolante e lei deve abbandonarla. Cristina si trasferisce dalla figlia ma ha un pensiero fisso, tornare tra le sue cose: "Io non ho tempo, sbrigatevi. Voglio morire a casa mia".

Una casa che ha perduto anche Italo Paolini, medico di Arquata. Riceve all’interno di un container e adesso prescrive tanti farmaci per stati ansiosi e disturbi del sonno. Qualcuno non ce la fa più, come l’uomo che ha scritto questo messaggio a un suo conoscente che lavora all’estero.

Lo leggiamo. "Caro ..., ho provato a cercare una casa in affitto a qualche chilometro dalla mia casa distrutta. Ma a parte i prezzi che non mi posso permettere, visto che il terremoto ha distrutto pure il piccolo laboratorio dove lavoravo, non riesco più a immaginare la mia vita qui. Se tutto va bene, dovrò aspettare 10-15 anni prima di poter riavere una casa. Abbiamo parlato in famiglia e abbiamo deciso di andarcene all’estero. Ho due figli piccoli e non voglio farli vivere nella continua angoscia che questo Stato ci mette addosso. Voglio poterli guardare negli occhi e dirgli che il loro papà sta facendo di tutto per il loro bene. Un giorno torneremo, e per quel giorno spero che questo Paese sia diventato un Paese normale che non abbandona i suoi cittadini nelle difficoltà. Ti ho scritto in privato per chiederti se conosci qualcuno lì dove vivi tu. Qualsiasi lavoro mi andrebbe bene. Sono uno che si adatta ai lavori manuali. Unico problema, non parlo una lingua straniera. Ma se serve, la imparerò. Scusa per il disturbo e grazie".

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