Cronaca

Ameba mangia-cervello: che cos'è e perché uccide

Diffusa negli Stati Uniti del sud in piscine, laghi e fiumi, solo molto raramente provoca un'infezione, che però è quasi sempre letale

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Marta Buonadonna

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Era andato a nuotare in piscina Fabrizio Stabile, 29enne del New Jersey di origini italiane, morto in seguito all'infezione causata da Naegleria fowleri, meglio conosciuta come ameba mangia-cervello. Per lui che era un surfista un bagno in piscina non sarà certo sembrata un'impresa pericolosa. Non sapeva però che in quell'acqua tiepida lo aspettava un nemico subdolo che non perdona.

Una diagnosi difficile

Era andato al BSR Surf Resort a Waco, in Texas, per un po'di relax, ma una volta rientrato a casa ha cominciato a non star bene. Prima un forte mal di testa, poi l'incapacità di muoversi e parlare in modo coerente, che ha spinto i parenti a portarlo all'ospedale più vicino, dove i suoi sintomi sono stati sulle prime scambiati per quelli di una meningite.

Tutti i vari test che si sono susseguiti per determinare la natura dell'infezione virale o batterica hanno dato risultati negativi o inconcludenti. Solo il 20 settembre, quattro giorni dopo la comparsa dei primi sintomi, i medici hanno capito che si trattava di Naegleria fowleri, rinvenuta nel suo liquido spinale. Troppo tardi: Fabrizio è morto il giorno dopo.

L'infezione è avvenuta nel parco acquatico texano, che è stato chiuso, dove un team di epidemiologi dei Centri per il Controllo delle Malattie americani è andato a raccogliere campioni di acqua per verificare la presenza dell'ameba.

Batterio killer

Si chiama meningoencefalite amebica primaria l'infezione che ha colpito il giovane surfista americano. A trasmetterla è un organismo monocellulare che vive in acqua dolce, fiumi, laghi e sorgenti termali, e predilige le temperature calde. L'infezione avviene nuotando nelle acque dove è presente l'ameba, che entra nel corpo attraverso il naso e arriva al cervello.

Una volta giunta qui distrugge i tessuti perché usa il cervello come fonte di cibo. Letteralmente se lo mangia. Per fortuna si tratta di un'infezione estremamente rara: dal 1962, anno in cui è stata identificata, secondo i dati dei CDC i casi in America sono stati in tutto 143. Di questi però solo 5 si sono salvati. L'ultimo caso di infezione riportato negli Stati Uniti è avvenuto nel 2016. Se la malattia è rara, il batterio che la provoca è invece abbastanza diffuso: si trova in piscine, parchi acquatici e sistemi idrici comunali in tutto il sud degli Stati Uniti.

I sintomi possono iniziare con mal di testa, febbre e nausea, e peggiorare in rigidità del collo, confusione, perdita di equilibrio e convulsioni. Idealmente chi è ricoverato con sintomi simili dovrebbe avvisare i medici se ha fatto il bagno in un lago o frequentato un parco acquatico nei giorni immediatamente precedenti la comparsa dei sintomi. Questo consentirebbe di arrivare più rapidamente a una possibile diagnosi.

Un pericolo remoto

Ma se la Naegleria fowleri è così diffusa da spingere i ricercatori del CDC a definirla onnipresente e a prevedere che la sua presenza possa solo aumentare con l'aiuto dei cambiamenti climatici e l'innalzamento delle temperature, c'è da aver paura? In realtà l'infezione è rara perché è complicato il modo in cui l'ameba deve introdursi nell'organismo per poter fare danni. In pratica Naegleria fowleri deve trovarsi in un getto d'acqua che penetra nel naso di una persona. Una volta dentro deve trovare, eventualità a sua volta molto rara, un appiglio sulla mucosa che riveste la cavità nasale, risalire lungo i nervi olfattivi e giungere così al cervello della vittima.

Anche laddove la presenza dell'ameba è stata riscontrata all'interno del sistema idrico, come è avvenuto di recente in Louisiana, il consiglio delle autorità sanitarie è semplicemente quello di far scorrere l'acqua per qualche minuto prima di utilizzarla, ma non viene rilevato alcun pericolo nel suo consumo: insomma berla non provoca infezione, né può passare da una persona all'altra.

Come ci si difende

La stagione balneare è finita, ma piscine e località termali restano aperte anche d'inverno. Allora come si può essere sicuri di non correre rischi? Per Fabrizio Pregliasco, virologo presso l’Università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’Ircss Galeazzi, in Italia c'è stato un unico caso di infezione, rilevato post-mortem, e in generale non ci sono le condizioni ambientali necessarie alla sua diffusione.

Il rischio maggiore viene dagli sport acquatici (come immersioni e sci d'acqua) che si svolgono in acqua dolce. Per chi li pratica e in ogni caso per nuotatori e sub la miglior forma di prevenzione consiste nell'utilizzare un tappanaso, chiudendo così la porta di ingresso all'ameba. In presenza di sorgenti calde, meglio evitare di mettere la testa sott'acqua. Anche coloro che fanno lavaggi nasali dovrebbero prendere delle precauzioni, per esempio usando solo acqua distillata o sterile.

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