Amanda e Raffaele, troppi errori: superficialità o malafede?

Dalla prima notte in questura, con Sollecito lasciato senza scarpe, allo sperma sul cuscino non analizzato. Tutte le lacune di una indagine senza precedenti

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Carmelo Abbate

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Sono tanti, troppi gli errori commessi nell’indagine a carico di Raffaele Sollecito e Amanda Knox per l’omicidio di Meredith Kercher. Al punto che oggi, dopo che la Cassazione ha cancellato con un colpo di spugna quasi otto anni di processi, ci si chiede se dietro quello che a tratti è apparso un accanimento contro due ragazzi che hanno passato quattro anni in carcere da innocenti, ci sia soltanto superficialità oppure malafede.

 

L'assassino è Rudi Guede

Se ne saprà di più quando saranno rese note le motivazioni della clamorosa sentenza. Nell’attesa, forse è utile ricordare che l’omicidio della studentessa inglese non rimane senza colpevole: l’assassino è Rudi Guede, questa è la conclusione alla quale sono arrivati i giudici della suprema corte. Fu lui a uccidere Meredith dopo aver cercato di violentarla dentro la villetta di via della pergola la notte del primo novembre 2007. Era sua l’unica traccia trovata sulla scena del delitto. Se qualcuno entrò in quella casa insieme con lui, come Guede ha sostenuto in una ricostruzione infondata e fantasiosa, non si trattò certo di Amanda e Raffaele.

Dopotutto l’ivoriano non ha mai fatto esplicitamente i loro nomi. Parlò soltanto di un giovane che lo minacciava e una ragazza che lo accompagnava. Aspettando le motivazioni, oggi viene più di un dubbio e ci si chiede se Guede non abbia giocato con la giustizia italiana al punto da riuscire a prenderla in giro e far partorire quella sentenza di condanna a 16 anni in concorso.

Rudi Guede non è un povero nero

Povero Guede, si legge in questi giorni sui social network. Paga lui per tutti, perché nero, perché non ricco, perché non si poteva permettere avvocati del calibro di Giulia Bongiorno, a differenza degli altri due che sono riusciti a farla franca. Commenti che tradiscono la totale mancanza di cultura giuridica e che, nonostante la gioia e la libertà ritrovata, lasciano l’amaro in bocca in Raffaele Sollecito, il quale ha già avvertito tutti: “Non accetterò più di essere definito assassino, e sono pronto a tutelare la mia immagine nelle sedi opportune”.

Quattro anni in carcere da innocenti

Ci sarebbe da rimanere inorriditi di fronte alla certezza che due ragazzi sono passati dall’università al carcere, dove sono rimasti quattro anni da innocenti. Ci sarebbe da rabbrividire di fronte alla lacunosità e incompletezza di un quadro indiziario che ha tenuto sospesa per otto anni la vita di due persone, prima di vedere riconosciute le loro ragioni. Ci sarebbe da spaventarsi nel leggere le parole di Claudio Patrillo Hellman, presidente della Corte d’Appello di Perugia che nel 2011 aveva assolto Amanda e Raffaele. Intervistato da Meo Ponte di Repubblica, il giudice ha dichiarato: “Per tre anni e mezzo ho sofferto la sorte di due ragazzi che ritenevo innocenti e che rischiavano di scontare una pena durissima per un delitto che non avevano commesso”.

Un delitto che non avevano commesso, dice Patrillo Hellmann, che continua: “Fui praticamente costretto a lasciare la magistratura dopo quella sentenza, nei bar di Perugia dicevano che mi ero venduto agli americani, che avevo ceduto alle pressioni della Cia. I colleghi magistrati mi tolsero il saluto, in particolare quelli che a diverso titolo erano stati coinvolti nella vicenda”. Patrillo Hellmann si toglie qualche sassolino dalla scarpa, parla di indagine “lacunosa dall’inizio” e di “contaminazione di prove scientifiche che apparve in tutta evidenza”.

Raffaele solo in questura senza scarpe

Già, le prove. Raffaele Sollecito e Amanda vengono portati la prima volta in questura a tarda sera, al buio, circondati da poliziotti, almeno una quarantina contando quelli dello Sco arrivati da Roma. Due ragazzi soli, tecnicamente sentiti come persone informate sui fatti, in realtà già indiziati. Al buio, di notte, quando le difese ai abbassano. Senza telefoni, senza scarpe, che a Raffaele vengono tolte, senza avvocati, senza la possibilità di fare una telefonata. E senza che di quella lunga notte rimanga traccia evidente. Alla fine viene riassunto tutto in un verbale di una pagina e mezza, dove non vengono riportate le domande, sostituite con la sigla Adr.

Le sue frasi estrapolate

Anche il blog di Sollecito viene presentato come prova indiziaria davanti al gip chiamato a convalidare il provvedimento di fermo. Raffaele racconta la sua vita da universitario nel collegio di Perugia, dove dice di sentirsi protetto, dove si prendono cura di lui. I magistrati tralasciano questa e altre parti per estrapolare soltanto alcuni passaggi, come quello in cui lui scrive che dentro quelle mura erano transitati “cani e porci”, e quello che aveva riscosso la sua stima più grande era il “mostro di Foligno”. La descrizione continua con l’elenco di altri ospiti “illustri”, come un meccanico della Ferrari, e con la postilla che si trattava di gente squilibrata, che dava un senso ironico allo scritto. Ma anche questo passaggio era ignorato. Veniva invece riportato agli atti il messaggio di Raffaele secondo il quale “arriva un momento nella vita in cui senti il bisogno di grandi emozioni”. La data era il 16 ottobre, senza l’anno, che pure si trovava nella versione originale. Per i magistrati era il segno evidente che 15 giorni prima del delitto Sollecito sentiva il bisogno di qualcosa di forte. Peccato che si trattasse del 2006, l’anno prima.

La telefonata ai Carabinieri

Sempre di fronte al gip, la procura porta come prova la telefonata di Sollecito al 112, fatta all’una meno dieci. Ma la polizia postale sosteneva di essere arrivata in via della pergola alle 12,35, motivo per cui la chiamata era un chiaro tentativo di costruirsi una copertura. Peccato che sia stato poi accertato che la polizia arrivò intorno all’una. Intanto la macchina investigativa e giudiziaria era già partita e procedeva a velocità impazzita.

Dov'era finito il gancetto del reggiseno?

La traccia di Raffaele trovata sul gancetto del reggiseno di Meredith, insieme all’impronta di scarpa che si è dimostrata fallace, ha rappresentato una delle più importanti prove scientifiche portate dall’accusa. Una vicenda che ha semplicemente dell’incredibile. Nel video girato dalla polizia, che documenta l’acquisizione degli elementi trovati sulla scena del delitto, si vede il reggiseno di Meredith mentre viene imbustato. Manca il gancetto, che viene ritrovato dopo sotto il corpo della studentessa inglese.

 

Il video si chiude con l’immagine del gancetto per terra mentre viene fotografato. Ma quando i reperti arrivano a Roma per le analisi scientifiche, il gancetto non c’è. Che fine ha fatto? Bella domanda. Ben 47 giorni dopo, con 35 persone che nel frattempo sono entrate in quella casa nel corso di due sopralluoghi, ecco un altro video. Si vede una mano che si infila sotto un tappetino insanguinato, situato vicino alla scrivania, ed ecco apparire il gancetto. Sul quale, guarda caso, vengono isolati tre profili di dna, una attribuita a Sollecito, le altre rimaste non approfondite. Al processo di appello, i periti del giudice stabiliscono che quel profilo non è di a Sollecito. E gli altri due?

Di chi era lo sperma sul cuscino?

Altro mistero rimasto irrisolto, la traccia di sperma trovata sulla federa del cuscino di Meredith, che l’assassino aveva situato sotto il bacino della vittima. Nessuno ha mai ritenuto di approfondire e di provare a capire di chi fosse quello sperma, nonostante le ripetute richieste di perizia da parte della famiglia Sollecito. E in un caso di omicidio in seguito a violenza sessuale.

 

Il coltello nella scatola della questura

Sembra assurdo, ma è così. Come sembra surreale che il coltello sequestrato a casa di Raffaele Sollecito, e indicato come arma del delitto, sia stato infilato in una busta gialla lasciata su una scrivania della questura e poi chiusa dentro una scatola di cartone insieme con una vecchia agenda. L’arma del delitto dove dicevano di aver trovato il dna di Meredith, nella parte superiore non sulla lama, che in ogni caso non era una traccia di sangue. Salvo poi scoprire al processo d’appello che sul coltello c’era traccia soltanto di amido di patate.

Sì, qualcuno la farà franca

Se qualcuno qui l’ha fatta franca, questi non sono certo Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Ma quelli che hanno scritto una delle pagine più nere dell’indagine penale in Italia.

 

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