Cronaca

Una vita sotto copertura

Panorama ha incontrato uno degli "undercover" della Polizia che da anni vive infiltrato nella rete dei narcotrafficanti

Polizia

Ragionano come i narcotrafficanti ma non infrangono le regole della legalità: sono gli agenti sotto copertura della Polizia di Stato. Uomini e donne guidati da uno dei più esperti dirigenti del Servizio Centrale Operativo (Sco). Panorama, in esclusiva, ha potuto intervistare il pioniere degli undercover. L’abbiamo incontrato in una località segreta, armati solo di taccuino e penna: perché la prudenza non è mai troppa quando si affronta un tema come la lotta ai trafficanti di droga; perché, per la prima volta, mostra il volto senza travestimento a un giornalista; perché è infiltrato nelle maglie dell’organizzazione criminale.

Lui, nome di fantasia, sembra un attore di un film americano: la sua età non traspare e neppure la cadenza rivela sua vera appartenenza, se è nato al Nord o al Sud. Come un camaleonte è stato addestrato a cambiare pelle per salvare la sua. «Sono stato infiltrato in almeno dieci importanti operazioni di Polizia» dice Jack, da due anni allo Sco. «Ho perso il conto di quanti narcotrafficanti abbiamo catturato, anche uomini al di sopra di ogni sospetto, colletti bianchi che lucrano con la droga o spietati spacciatori; abbiamo sequestrato tonnellate di stupefacenti. È sempre la prima volta però, perché ogni missione è diversa dall’altra: non sai mai come potrebbe finire».
Parla con calma, senza emotività. «Ci vuole molta professionalità… Ho imparato a comportarmi in modo freddo, lucido, risoluto» dice. Non deve mai sembrare sbirro, neppure quando racconta «cose» da sbirro. E con la paura come la mettiamo? «Ti fa commettere errori. Non sono Batman e devo sapermi fermare, laddove lo ritenessi opportuno». Perché un poliziotto rischia la vita per un normale stipendio e senza incentivi di carriera? Perché affronta un’esistenza complicata, ai margini della società, quasi come un clochard? Accade raramente che un undercover frequenti night club in compagnia di belle donne, ristoranti stellati, hotel di lusso. «Magari...». Per un attimo sorride. «Guardi, il grimaldello è stata la riforma della legge sulla droga. E poi non sopporto che questi criminali possano sentirsi degli intoccabili e farla franca. Un giorno mi sono detto: se non si riuscisse ad arrestarli con l’attività investigativa classica e si potesse farlo sotto copertura, ben venga».
Il contatto diretto con il trafficante di stupefacenti dà risultati più immediati; e negli ultimi dieci anni si sono fatti tutti furbi, al telefono si scoprono solo le corna. «Al telefono, del resto, non si registrano nitidamente i reati, tutto è più complesso. Ci sono, poi, tanti sistemi per comunicare: WhatsApp, la Chat, Facebook, Black Berry» continua Jack. Quando il Servizio Centrale Operativo decise di alzare il livello della lotta alla criminalità puntando sulla strategia dell’agente sotto copertura, chiamò Jack: lui, che aveva già dimostrato le prerogative indispensabili per questa attività investigativa, cominciò a formare altri poliziotti.

La scuderia degli undercover permette anche di risparmiare dal punto di vista economico. Per il piccolo spaccio, per esempio, si adotta una strategia collaudata, che permette in 60 giorni di arrestare 20 o 30 spacciatori che colonizzano la piazza: un intervento efficace eseguito da una decina di poliziotti dello Sco e della Scientifica; questi ultimi installano telecamere e microspie, al resto penserà l’undercover che avrà sempre le spalle coperte da un pugno di sbirri pronti a intervenire.
Sono un team di professionisti, perché il limite che non si deve oltrepassare è sottilissimo e si rischia facilmente di bruciare l’operazione o di imbattersi nel reato penale. Chiediamo a Jack: quante volte si è trovato con le mani legate? «In molte occasioni avrei potuto fare di più, ma la legge non me lo consente. È come una linea Maginot: oltre non si può andare» dice l’agente abbassando lo sguardo come fosse una resa. «I poliziotti americani fanno moltissime operazioni sotto copertura perché la legge permette anche di provocare il reato, di vendere o cedere la merce» racconta. Dovrebbero dare la possibilità di trasportare gli stupefacenti per conto dei trafficanti, invece possono solo acquistarla. E se l’agente sotto copertura fosse costretto a una sniffatina di coca nel bel mezzo del rendez-vous? «Scherza? Il vero narcotrafficante non prende mai la cocaina perché se fosse un drogato non sarebbe credibile. Cerco sempre di evitare incontri al buio, feste e luoghi privati. Devo essere bravo a non trovarmi in certe situazioni perché mi propongo sempre come investitore e mai come consumatore».

Alla domanda: si è mai trovato ad affrontare un incontro senza supporto tecnico e senza informare il regista dell’operazione (che è sempre il direttore dello Sco)? Jack si lascia andare a un racconto da film: «A differenza dei trafficanti bosniaci che sono scaltri, superbi, difficili da conquistare, quelli albanesi si lasciano affascinare dalla persona brillante che ostenta una ricchezza vistosa. Un giorno mi presento, al primo appuntamento, sfoggiando una Lamborghini rosso fiammante. E conquisto immediatamente la simpatia dello spacciatore albanese: la pedina che mi avrebbe portato dal capo dell’organizzazione criminale. Quando ce l’ho ormai in pugno, comincio a dettare le condizioni e a farlo sentire una nullità. Gli albanesi sono molto orgogliosi, quindi cerco di renderlo vulnerabile. Al terzo appuntamento, infatti, mi confessa che prima di vendere la droga deve chiedere il permesso al proprietario. Finché, senza preavviso, mi dice: “Vieni che ti porto dal capo”. A quel punto sono a un bivio: ho un risultato investigativo importante, ma non ho il supporto di copertura dei colleghi. Non posso rischiare di fare saltare l’operazione, l’istinto mi dice di andare.
Jack si ferma un secondo per creare maggiore suspense. «Mi sembra di vivere la scena di un giallo: mi portano in un luogo isolato dove si trova un capannone. E mentre il mio gancio si reca dal capo, mi accorgo che sono sorvegliato: basterebbe una telefonata o un gesto nervoso… e non vedrei più il sole. Quando torna lo spacciatore quasi mi esorta: “Il mio capo ti vuole conoscere”. Raggiungiamo il capannone e mi trovo di fronte a un bosniaco grande come una montagna che comincia a farmi un vero e proprio interrogatorio. Per fortuna la mia storia lo convince: dopo una settimana mi informano che avverrà la consegna della droga, ma all’appuntamento mi presento con i miei colleghi che fanno la retata».
Il fatturato del traffico di stupefacenti potrebbe risanare le casse dello Stato, la richiesta di droga è talmente elevata che tutte le organizzazioni criminali guadagnano ingenti somme di denaro senza farsi la guerra: «Una volta il giro dei trafficanti di droga era chiuso e infiltrarsi era impossibile. Adesso, invece, il sistema è talmente variegato che a noi fa gioco» spiega. «Più persone spacciano e più possibilità abbiamo per mimetizzarci nelle organizzazioni criminali. Chiaramente dipende dalla etnia: lo spacciatore nigeriano ha un modus operandi, quello magrebino ne ha un altro, l’albanese o lo slavo un altro ancora».
Nella galassia dei narcotrafficanti, kosovari, bosniaci e croati sono i più spietati, anche perché molti boss dello spaccio sono reduci di guerra. «Infiltrarsi nelle maglie di queste organizzazioni è una impresa impossibile. Sono determinati, praticano l’autarchia più assoluta» sottolinea Jack. «Se è vero che la droga accomuna i popoli, è anche vero che l’organizzazione criminale nigeriana batte le altre etnie perché è potente, dominante, spalmata soprattutto nelle piazze più ricche del Paese. Gli spacciatori nigeriani sono così tanti che è come affrontare con l’ombrello lo tsunami». I capi dei clan nigeriani usano i riti tribali juju per soggiogare i proseliti. Sono azioni violente: di recente un «adepto» è morto durante un rituale di iniziazione. «E aveva pure pagato 400 euro» precisa Jack.
I boss nigeriani, giorno dopo giorno, conquistano fette rilevanti del mercato degli stupefacenti: qualcuno cerca di fare il salto di qualità, stringendo affari anche con gli spacciatori italiani. Se si volesse tracciare l’identikit del nigeriano presente nelle piazze di spaccio? «È un soggetto irregolare sul territorio, che vive in luoghi di fortuna, per cautela si rifornisce dai connazionali». Quindi scardinare e infiltrarsi nei clan nigeriani è come un labirinto. «Nonostante fossero gruppi criminali serrati, siamo riusciti, in alcuni casi, a penetrare anche a un livello superiore dell’organizzazione» sottolinea l’undercover.
La vera difficoltà è abbattere il muro della diffidenza. E poi sono molto superstiziosi: prima di effettuare un trasporto di stupefacenti contattano lo sciamano che si trova in Nigeria. «Mi è capitato, mentre l’operazione era quasi conclusa, che il capo nigeriano fermasse la consegna della droga perché lo sciamano vietava la trattativa e la rimandava a tempi migliori» dice Jack. Anche la madre del capo riveste un ruolo importante nell’organizzazione criminale nigeriana, e ha un potere incredibile sul figlio. È lei che investe i proventi della droga in Nigeria, quasi sempre in immobili. «Siccome i nigeriani sono molto creduloni, se la mamma del trafficante di droga dovesse dire: “Non ti muovere che ho un presentimento”, spostano o addirittura sospendono l’affare. Mi è successo diverse volte».

La mafia nigeriana è in ascesa. E la Nigeria è la tratta alternativa sia per la cocaina che per l’eroina. Jack non ha dubbi: «L’ovulatore fa transitare ingenti quantità di stupefacenti». Alcune importanti operazioni, una per tutte Eiye -Calypso, a Cagliari, dimostrano che è ormai un sistema ramificato. Finché la Ndrangheta resterà la regina del grande business, perché fa tutto in proprio, dalla raffinazione al trasporto della droga e persino allo spaccio nelle zone controllate, mantenendo contatti diretti con i cartelli colombiani e importando qualsiasi carico di stupefacenti, nel mondo del narcotraffico prevarrà lo status quo. «La normativa non ci permette di infiltrarci nei cunicoli delle ndrine» sospira lo sbirro. «Ma mai dire mai». Jack saluta e si allontana.
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