Cronaca

A proposito della "rivolta jihadista" nel carcere a Piacenza

La notizia di una ribellione islamica ha innescato un diffuso allarme sul terrorismo nelle carceri. Ma come sono andate le cose veramente?

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– Credits: Getty Images

Per Lookout news

Lunedì 9 maggio le redazioni di molti giornali italiani sono entrate in agitazione quando un sito piacentino, libertàonline.it, ha diffuso una notizia “bomba”: nel carcere di Piacenza, il giorno prima, una decina di detenuti di origine maghrebina si erano ribellati e “inneggiando all’ISIS e alla jihad” avevano ingaggiato una furiosa colluttazione con gli agenti della polizia penitenziaria e devastato il braccio in cui erano rinchiusi, provocando danni per circa 20.000 euro. La notizia è stata immediatamente rilanciata a livello nazionale con titoli di forte effetto del tipo Rivolta dei detenuti a Piacenza. Inni ad Allah e ai tagliagole dell’ISIS (Il Giornale).

 La “rivolta islamica di Piacenza” ha immediatamente provocato la reazione dei sindacati della polizia penitenziaria che, per bocca del segretario aggiunto del SAPPE (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria), Giovanni Battista Durante, hanno chiesto “l’immediato intervento” del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, in quanto “i fatti avvenuti sono di una gravità estrema e forse potevano essere evitati”. Quello che in realtà poteva essere evitato era di lanciare un allarme terrorismo islamico nelle carceri italiane, con tutto il corredo di pensose riflessioni preoccupate sulla presenza dell’ISIS nei nostri istituti penitenziari, attendendo la verifica ufficiale dell’accaduto.

 Infatti, nella stessa giornata del 9 maggio, la direzione del carcere ha diffuso un comunicato secco e stringato che smentiva lo scoop e che merita di essere citato integralmente, anche se sulla gran parte degli organi di stampa che avevano lanciato l’allarme è stato minimizzato se non ignorato: “In data di ieri si sono verificati gravi disordini in una sezione ordinaria di media sicurezza della struttura piacentina ospitante 17 detenuti, che ha riportato danni strutturali e all’impiantistica ad oggi non quantificati e che comunque resta funzionante e di cui non si prevede la chiusura. Promotori dei disordini 3 detenutiche, lamentando le condizioni di restrizione, hanno tentato di fomentare gli altri […] che non si sono lasciati coinvolgere. Risulta priva di ogni fondamentola notizia riportata di inneggiamento all’ISIS e non si è registrato alcun riferimento al terrorismo di stampo jihadista”.

 

 arole chiare dette da un organo ufficiale che forse avrebbe avuto tutto l’interesse a calcare la mano sull’accaduto, per ricevere, di fronte alla “minaccia dell’ISIS”, più risorse umane e finanziarie. La realtà è che la notizia di una protesta, anche violenta, di tre detenuti in un carcere periferico è riuscita per un paio di giorni a generare panico, senza che se ne sentisse la necessità, in un’opinione pubblica continuamente bombardata da informazioni vere, verosimili o del tutto false, in tema di terrorismo internazionale e di offensive del Califfato contro il nostro Paese. È vero che i giornali debbono vendere copie e che le tv debbono attirate spettatori per vincere la battaglia dell’auditel, ed è altrettanto vero che per farlo spesso ricorrono a forzare un po’ i toni. Tuttavia un buon giornalismo non dovrebbe cercare quotidianamente di fomentare le paure del pubblico con notizie prive di solidi legami con la realtà.

 Due giorni dopo la presunta rivolta islamista nel carcere di Piacenza, a Bari i carabinieri hanno arrestato, dopo sei mesi di indagini, tre immigrati afghani e spiccato un mandato di cattura contro due presunti complici, uno afghano e l’altro pachistano. Secondo gli inquirenti i cinque avrebbero costituito una cellula che, stando alla documentazione sequestrata, aveva iniziato gli studi preliminari (sopraluoghi, fotografie di possibili obiettivi, etc.) per un’ azione terroristica da ritenersi comunque ancora a uno stadio di preparazione embrionale. Anche in questo caso la notizia è stata diffusa a tinte molto forti e lontane dalla realtà. I cinque erano pronti a “colpire in Italia e Inghilterra” (quest’ultima per via di una foto scattata all’aeroporto londinese di Heathrow), mentre Bari è diventata il “crocevia del terrorismo internazionale”.

 

Vedremo il risultato dell’inchiesta sugli arrestati nel capoluogo pugliese e col tempo forse arriveremo a capire se veramente i cinque immigrati hanno tentato di costituire in Italia una temibile filiale del Califfato. Ma siamo sicuri che gridare continuamente “al lupo” islamista aiuti il nostro Paese ad affrontare con razionalità la minaccia del terrorismo internazionale?

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