Cronaca

700 euro al mese senza lavorare. A Molfetta ho detto basta

Paola Natalicchio, sindaco di Molfetta, ha tolto i sussidi e li ha sostituiti con cantieri di lavoro: "Per questo assediano il comune"

Paola Natalicchio, sindaco di Molfetta

Carmelo Caruso

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Erano 500 poveri, ma quando ho chiesto di lavorare i poveri sono scesi a 235”. Li ha smascherati? “No. Ho solo chiesto di offrire un servizio alla comunità, piccoli lavori in cambio di un sussidio. È bastato questo per scremarli. Sono una donna e un sindaco di sinistra, ma un sindaco non può essere un bancomat”. Quanto percepivano? “700 euro al mese senza lavorare. Il comune pagava loro le bollette di luce, di gas, pagava perfino le spese mediche con un semplice preventivo. Alcuni riuscivano a farsi rimborsare il dentista anche senza andare dal dentista”. Può partire da Molfetta, il municipio di Gaetano Salvemini e di Riccardo Muti, i nostri più severi castigamatti e autentici inflessibili, la riscossa per debellare il parassitismo furbacchione e l’assistenzialismo ozioso.

A dirigere i lavori di questa riqualificazione etica e rammendo civico è il sindaco Paola Natalicchio, un viso rotondo, capelli corti da maschio disubbidiente, abiti dal colore tropicale, studi liberali, ma formazione solidaristica che “però non significa avere l’ansia di fare sempre e solo politica della povertà. Ho detto basta ai sussidi dati a pioggia, e sempre alle stesse persone. Per questo mi minacciano, le scorse settimane hanno assediato il comune. Son dovuta fuggire dalla finestra”.

La Natalicchio non è solo il sindaco di Molfetta dall’estate del 2013, il laboratorio dei testardi italiani, ma è anche una giornalista e soprattutto la scrittrice de “Il Regno di Op” che l’Einaudi ha voluto far esordire nella collana “I Coralli”, la corona della casa editrice e di Cesare Pavese che la diresse e la fece preziosa. “Op sta per oncologia pediatrica, nel libro ho raccontato la malattia di mio figlio Angelo. Ho vissuto molti anni a Roma, ma alla fine sono tornata”.

Pentita? “Diciamo che sono passata dalla poesia alla prosa”. E va bene che è l’epoca dei sindaci e che Matteo Renzi ricorda di essere il sindaco d’Italia, ma mai come oggi, e Molfetta lo insegna, sono proprio i sindaci gli obiettivi sensibili della rabbia plebea, della rappresaglia contro il declino, di tutti gli umori guasti che fermentano. “Nessuno lo dice, ma siamo arrivati alle percosse. A Bisceglie, pochi giorni fa, il sindaco è stato preso a pugni da un uomo che chiedeva lavoro”. Vogliono un lavoro o vogliono un sussidio? “A Molfetta e al Sud lo chiamano lo stipendio. Prima che m’insediassi, ogni mese c’era la stessa fila, le stesse persone che andavano a riscuotere quello che dovrebbe essere un aiuto emergenziale e che invece è finito per essere un diritto acquisito, appunto uno stipendio. Certo, è una platea complicata, nel mio comune ne beneficiavano ex detenuti: lo si assegnava in cambio della pace sociale e in cambio di voti. Ma il sussidio lo percepiscono da vent’anni, e si capisce che così non è più un aiuto. È bastato che riformassi il sistema e varassi dei cantieri di servizio, parliamo di lavori di custodia, perché insorgessero e assaltassero il comune”.

La Natalicchio ha allargato la platea, facendo suo un regolamento che a Molfetta era stato possibile riscrivere solo grazie un uomo di polizia, cioè un prefetto, ha ridimensionato il sostegno, ma lo ha spalmato keynesianamente: risorse vere strappate al rigore dei bilanci. “Adesso è possibile percepire il sussidio per sei mesi. Dopo questi sei mesi varia la platea. Ma rimangono esclusivamente piccole misure di aiuto. Emergenziali e nient’altro”. E però, la Natalicchio ha subito tre minacce nell’ultimo periodo, che sono proprio tre occupazioni dei suoi uffici, poco vicinanza dagli altri partiti: “Al comune vengono con forbici, taglierini, catene. Cristoforo Brattoli, l’assassino nel 1992 dell’ex sindaco Gianni Carnicella, oggi libero dopo aver saldato il suo debito con la giustizia, mi attendeva tutto il giorno sotto il comune. Era una chiara minaccia che ho denunciato”.

La Natalicchio si dice bobbiana “a Che Guevara preferisco Norberto Bobbio, sono una sua ultras. Quando ero piccola gli spedivo lettere. Ne ero quasi innamorata. Ha seguito la mia tesi di dottorato”. Aggredire l’assistenzialismo è poco di sinistra? “A me sembra che l’unica cosa necessaria è sradicare l’idea meridionale della passivizzazione”. Al Sud il lavoro è ancora un castigo? “All’inizio molte donne chiamate a lavorare si vergognavano quasi di farlo, nascondevano la divisa del comune nella busta della spesa. Ma adesso i cantieri di servizio cominciano a funzionare al Sud, Sicilia, Puglia. Bisogna cominciare a capire che i sussidi non possono essere un sedativo. Ripeto, lo dimostrano i numeri. Quando abbiamo cambiato registro abbiamo visto che i poveri non erano così poveri”.

Renzi l’ha chiamata? “Mi ha chiamato il suo portavoce, Filippo Sensi. Vorrei che venisse il ministro del Welfare, Giuliano Poletti, e fare di Molfetta un esperimento riuscito: non più sussidi ma voucher lavoro con tanto di contributi pensionistici pagati”. E dunque a Molfetta, lì dove è iniziata come scienza e filosofia, può finire davvero la questione meridionale, i favori spacciati per diritti: “È vero, è la città di Salvemini, il primo “pazzo malinconico” contro l’assistenzialismo e le clientele…”. Insomma, Renzi venga a Molfetta, non solo a difendere la Natalicchio, ma per proclamarla città liberata dall’invasione dei fannulloni e dei poveri per contratto: i nostri Tartufi del tricolore.


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