Edoardo Frittoli

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La mattina del 13 giugno 1981 l'Italia si sveglia cambiata. Soprattutto sconfitta e smarrita. Un grave senso di impotenza cala come una pesante cappa sugli Italiani. Un paese intero non era riuscito a salvare un bambino di soli 6 anni, finito tre giorni prima nelle viscere di un pozzo artesiano a Vermicino, una frazione di Frascati nella campagna laziale.

L'allarme era scattato la sera del 10 giugno in via Sant'Ireneo, in località Selvotta. Durante una passeggiata serale,  il piccolo Alfredo Rampi di 6 anni aveva chiesto al padre Fernando di poter tornare da solo alla casa di campagna di Vermicino, a pochi chilometri da Roma tra la Tuscolana e l'Anagnina. Inizialmente la ricerca non produce esiti, sino a quando un agente della Polizia di Stato giunto sul posto sente un lamento flebile provenire dall'apertura del pozzo artesiano costruito ai margini del terreno dell'abitazione. Sono circa le 10 di sera quando cominciano le operazioni di soccorso per il recupero del bambino scivolato a circa 36 metri di profondità attraverso un'imboccatura non più larga di 30 centimetri. Poco dopo i Vigili del Fuoco commettono un grave errore nelle procedure di soccorso, calando una tavoletta di legno legata ad una cima che si incastra tra le irregolarità delle pareti del pozzo. Vista la difficoltà ulteriore, si decide di pompare ossigeno all'interno del budello per evitare l'asfissia del bambino. Alle 4 del mattino giungono a Vermicino Tullio Bernabei e Maurizio Monteleone, speleologi del Soccorso Alpino. Effettuano tentativi di calata nel pozzo, arrivano molto vicino alla maledetta tavoletta. Poi devono riemergere per le difficilissime condizioni di calata. Nel frattempo, da Roma, era giunto l'ingegner Elveno Pastorelli, comandante dei Vigili del Fuoco. In poco tempo decide di congedare i due giovani speleologi per organizzare lo scavo di un pozzo parallelo, soluzione che si rivelerà tragicamente errata. La mattina dell'11 giugno Vermicino comincia ad essere invasa, oltre che dai soccorritori, anche da una folla sempre più vasta di curiosi. E'giunta nel frattempo anche la troupe del TG2 del giornalista Pierluigi Pini, allertato da un appello fatto attraverso le televisioni locali per la ricerca di una trivella adatta a scavare il pozzo parallelo. Comincia così la più lunga diretta della storia della televisione italiana, che si trasformerà nel primo,grottesco e inconsapevole reality del dolore. Pastorelli è di nuovo protagonista quando la geologa Laura Bortolani avverte il comandante dei VVF della presenza di tufo durissimo alla profondità di circa 22 metri. Si decide di perforare lo stesso con l'enorme trivella messa a disposizione dalla ditta Geosonda. L'intenzione è quella di arrivare al bambino scavando un tunnel diagonale tra i due pozzi. Ma come previsto dalla Bortolani, la punta della trivella rallenta drammaticamente a contatto con lo strato di roccia più duro. Nel frattempo, attorno ai soccorritori a alla madre di Alfredo Franca Rampi si sono accampate migliaia di persone, con tanto di presenza di venditori ambulanti di alimentari. La Rai continua la diretta mentre come coltelli arrivano i lamenti del bambino, amplificati da un microfono calato nel pozzo assieme ai tubi per l'alimentazione e idratazione. Solo il vigile del fuoco Broglio riuscirà ad instaurare un rapporto di fiducia con il piccolo, riuscendo persino a parlare di Jeeg e Mazinga. La mattina del 12 giugno arriva il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che si affaccia al pozzo assieme alla signora Rampi. Poco dopo accade la tragedia nella tragedia: le vibrazioni della trivella fanno scivolare Alfredo ancora più in profondità, fino a 60 metri. Mentre le ore passano e le speranze di recuperare il bambino si fanno sempre più flebili, comincia il circo degli ultimi disperati tentativi. Arrivano a Vermicino i primi volontari per la calata nel pozzo: sono nani, contorsionisti e persone dalla corporatura minuta che tentano di entrare nel budello attraverso la galleria scavata dai pompieri dal pozzo di soccorso. Pastorelli è costretto a richiamare gli speleologi Monteleone e Bernabei, che aveva allontanati il giorno prima. Le condizioni del bambino, come monitorato dal Prof. Elvezio Fava responsabile della Rianimazione dell'ospedale S.Giovanni, peggiorano rapidamente e nella notte cominciano a calarsi gli ultimi volontari. Il primo è Angelo Licheri, un tipografo di origini sarde dalla corporatura esile. Arriva al bambino ma le fettucce fornite dagli speleologi scivolano, e dopo 45 minuti è costretto a ritornare in superficie esausto e ferito. Alle prime ore della mattina del 13 giugno scende un altro speleologo, Donato Caruso. Per due volte arriva a toccare Alfredo senza riuscire a imbragarlo. La seconda volta riemerge con la peggiore delle notizie. Alfredino è morto. 

Finiva così nel peggiore dei modi la vicenda che incollò agli schermi milioni di Italiani e piano piano la folla defluì silenziosa, veniva smontata la trivella e scomparivano i riflettori e le telecamere. Solo un dolore latente e il pesante senso di sconfitta accompagnarono gli spettatori impotenti, liberi ora di poter tornare a guardare all'Italia di Gelli, delle Brigate Rosse e dell'attentato al Papa, avvenuto soltanto un mese prima dell'incidente di Vermicino. 

Ad uscire a pezzi era stata soprattutto l'organizzazione dei soccorsi, piena di lacune e di improvvisazioni che vennero evidenziate dalla gravità dell'incidente. Dopo i fatti di Vermicino nascerà la Protezione Civile, per volontà del Presidente Pertini (affidata poi allo stesso Pastorelli) mentre la madre del bimbo, Franca Rampi, fonderà a Roma Il Centro Alfredo Rampi, da più di 30 anni impegnato nella prevenzione e nella formazione dei cittadini al rischio ambientale. 

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