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Tutti i rischi della crisi Usa-Iraq

L'assalto all'ambasciata statunitense a Baghdad rischia di coinvolgere l'intero medioriente, primo tra tutti l'Iran

E’ stata una crisi molto grave quella che gli Stati Uniti si sono trovati a fronteggiare in Iraq negli ultimi giorni. Martedì scorso, l’ambasciata americana a Baghdad è stata presa d’assalto da svariati manifestanti: una reazione ai raid statunitensi che, domenica, avevano colpito alcune strutture dell’organizzazione paramilitare sciita e filoiraniana Kataib Hezbollah, uccidendo venticinque persone. La mossa di Washington era stata a sua volta una ritorsione all’attacco che questa stessa organizzazione aveva condotto venerdì scorso contro basi statunitensi in Iraq: un attacco che aveva ucciso un contractor americano, ferendo inoltre alcuni soldati. Le proteste contro l’ambasciata (cui gli americani hanno reagito con il lancio di lacrimogeni) si sono disperse nelle ultime ore, mentre il Pentagono – dopo un primo arrivo di cento marines – ha già annunciato l’invio di ulteriori settecentocinquanta soldati sul territorio. Donald Trump ha tacciato l’Iran di aver “orchestrato” l’assedio: un’accusa che l’ayatollah, Ali Khamenei, ha rispedito seccamente al mittente. Se sul campo la situazione sembra al momento essersi fatta più tranquilla, la tensione sul fronte geopolitico resta particolarmente alta. E l’Iraq rischia sempre più di ritornare ad essere una polveriera mediorientale.

Il contesto di quest’area risulta del resto non poco complicato. L’Iraq è infatti soggetto a pressanti influenze geopolitiche di natura contrapposta. In primo luogo, gli Stati Uniti detengono sul territorio circa cinquemila soldati, inviati in loco a partire dal 2014, quando l’amministrazione Obama iniziò la strategia di contrasto ai miliziani dell’Isis. Al di là della questione jihadista, il Pentagono considera tuttavia l’Iraq un territorio strategico: non solo per la sua vicinanza alla Siria ma anche – e soprattutto – per contenere l’influenza iraniana nello scacchiere mediorientale. E qui veniamo all’altro attore che può vantare una fortissima voce in capitolo sul territorio iracheno: la Repubblica Islamica. Teheran esercita un profondo ascendente sull’area, soprattutto grazie a numerose organizzazioni paramilitari sciite dislocate in loco. L’influenza iraniana ha inoltre luogo attraverso saldi legami di natura economica e grazie anche ad attività di pressione all’interno dello stesso parlamento iracheno.

Schiacciata tra questi due rivali, Baghdad – soprattutto nei primi mesi del 2019 – ha cercato di adottare una sorta di strategia del pendolo. Da una parte, ha rinsaldato le proprie connessioni politiche ed economiche con la Repubblica Islamica, dall’altra – lo scorso aprile – ha avviato un disgelo diplomatico con l’Arabia Saudita (che di Washington costituisce un alleato di ferro). Non solo: perché il premier iracheno, Adil Abdul Mahdi, ha anche siglato con Riad una nutrita serie di accordi economici. Del resto, il pendolo iracheno aveva una duplice funzione: il bilanciamento tra Stati Uniti e Iran sul fronte geopolitico e l’approvvigionamento energetico. Questo equilibrismo ha iniziato a subire colpi sempre peggiori a partire dallo scorso ottobre, quando in Iraq hanno cominciato a verificarsi dure proteste: proteste, principalmente dettate dallo scontento per la corruzione della classe politica locale. Ma che, in realtà, hanno celato un profondo astio verso l’influenza di Teheran sul territorio. Pensiamo del resto che, a novembre, è stato assaltato il consolato iraniano nella città di Najaf e che le Guardie della Rivoluzione sono state coinvolte nella feroce repressione delle rimostranze: repressione che – in questi mesi – avrebbe portato a oltre quattrocento morti. Tutto questo ha condotto alle dimissioni di Mahdi alcune settimane fa e sta ulteriormente accentuando le divisioni interne alla politica irachena che, pur essendo articolata in numerose fazioni, risulta a livello generale divisa in due grandi blocchi: uno nazionalista e uno filoiraniano. E proprio i filoiraniani sono gli artefici dell’assalto all’ambasciata americana dell’altro ieri.

Il grattacapo per Trump è evidente. Nonostante la sua postura aggressiva verso Teheran, il presidente americano non ha mai fatto mistero nei mesi scorsi di voler tentare un dialogo con l’Iran. D’altronde, ciò che teme maggiormente è proprio un escalation che possa condurre gli Stati Uniti ad una guerra con la Repubblica Islamica: un’eventualità che potrebbe costargli caro nel pieno della campagna elettorale per la rielezione. Non dimentichiamo d’altronde che, nel 2016, Trump abbia vinto anche grazie alla promessa di porre un freno alle “guerre senza fine” disseminate da Washington in Medio Oriente: avviare un conflitto con Teheran in questa fase non gli consentirebbe quindi di tener fede a quel fondamentale impegno elettorale. Anche per questo, in Florida, il presidente ha ieri cercato di scacciare l’ipotesi di una guerra. “Voglio avere la pace. Mi piace la pace. E l’Iran dovrebbe volere la pace più di chiunque altro”, ha non a caso dichiarato.

Il nodo restano tuttavia le pressioni internazionali ed interne. L’Arabia Saudita chiede da mesi un maggiore coinvolgimento statunitense nell’area mediorientale in funzione anti-iraniana. E una linea simile è sposata anche dai falchi repubblicani al Senato americano, come Lindsey Graham, Marco Rubio e Tom Cotton: falchi che, nelle ultime ore, hanno usato parole molto severe nei confronti di Teheran. Il risultato si sta quindi rivelando una via di mezzo: se da una parte Trump cercherà prevedibilmente di evitare un conflitto e tenere aperta la possibilità di un accordo, dall’altra ha comunque dovuto aumentare considerevolmente la presenza militare americana in Medio Oriente. E questo nonostante i suoi tentativi di disimpegno, nel corso del 2019, da aree come la Siria e l’Afghanistan. Tra l’altro, nella crisi dell’ambasciata di Baghdad, Trump riscontrava anche un problema di ordine politico. Il rischio, per lui, era che l’evento venisse assimilato a due episodi incresciosi della storia americana: la crisi degli ostaggi in Iran del 1979 e l’attacco di Bengasi del 2012. Il primo rappresentò la fine politica dell’allora presidente Jimmy Carter, il secondo una controversia che ancora oggi perseguita Hillary Clinton (la quale, all’epoca dei fatti, era segretario di Stato). Trump aveva dunque bisogno di una risposta energica, anche per mettersi al riparo dagli strali del Partito Democratico.

Alla luce di tutto questo, è chiaro che l’Iraq rischi di diventare una polveriera dal sapore yemenita. E il timore della sua classe dirigente è proprio quello che lo Stato possa restare attanagliato in un conflitto tra Washington e Teheran. L’Iran, dal canto suo, è attraversato da divisioni intestine sulla questione dei rapporti con Washington. Rispetto alla linea tendenzialmente più cauta del presidente Hassan Rohani, i pasdaran auspicano infatti da mesi la linea dura (come dimostrato anche dall’abbattimento di un drone americano lo scorso giugno) e soffiano sul fuoco della tensione. Non dimentichiamo d’altronde che – come detto – le Guardie della Rivoluzione abbiano svolto un ruolo significativo nella repressione delle proteste irachene dello scorso autunno, senza dimenticare i loro legami con le forze paramilitari sciite presenti in loco (a partire proprio da Kataib Hezbollah). La situazione è resa ancora più tesa poi dal fatto che, il prossimo febbraio, in Iran si terranno le elezioni parlamentari. D’altronde, la questione dei difficili rapporti tra Washington e Teheran va oltre il solo scacchiere mediorientale: pochi giorni fa, si sono infatti concluse le esercitazioni navali congiunte tra Iran, Russia e Cina nel Golfo di Oman. Pechino e Mosca, insomma, non hanno alcuna intenzione di restare a guardare.

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