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Il gioco delle matrioske, in Crimea, favorisce Mosca: la Crimea è persa. Facciamocene una ragione

 

Nel gioco delle matrioske, le bambole che s’infilano una dentro l’altra, i russi sono più bravi di noi. E più forti. Succede in Crimea un classico della politica internazionale: una regione autonoma con una popolazione in maggioranza di etnia diversa da quella che sarebbe maggioritaria nello Stato di cui fa parte. Il Parlamento locale, controllato da rappresentanti filo-russi (il 58% della popolazione della Crimea è russo, appena il 25% ucraino), vota per lo svolgimento di un referendum di autodeterminazione (ma, di fatto, di annessione a Mosca) il prossimo 16 marzo.

E sotto questa spada di Damocle si schierano da una parte e dall’altra le “potenze” regionali. La Russia con i russi di Crimea per il distacco da Kiev. L’Europa e gli Stati Uniti con gli ucraini di Crimea e con l’Ucraina. Ricordate il Kosovo? Anche là c’era una regione autonoma, il Kosovo, abitata da una stragrande maggioranza di albanesi (oltre il 90 per cento) che voleva staccarsi dalla Serbia. Con qualche (notevole) differenza: la Serbia di Milosevic governava col pugno di ferro il Kosovo, calpestando l’autonomia, imponendo una sorta di apartheid (peraltro sposata anche dagli albanesi che usavano ospedali e scuole clandestini) e avviando una politica di arresti, torture, bonifica etnica e ripopolazione serba. Inoltre, in Kosovo la forza stava tutta dalla parte dei serbi che occupavano la regione con militari e paramilitari. In Ucraina, invece, la forza sta dalla parte dei russi (minoritaria in tutta l’Ucraina) attraverso basi militari e una presenza, militare e paramilitare, che ha dimostrato la propria efficacia con l’invio di 2mila paracadutisti delle unità speciali una settimana fa.

Anche il distacco di Slovenia e Croazia dalla Federazione jugoslava nel ’91 seguì o accompagnò referendum di autodeterminazione, e altrettanti mini-referendum furono indetti nelle enclave serbe (le Krajine) interne alle Repubbliche secessioniste. Di nuovo il gioco delle matrioske. In Kosovo, alla fine, intervenne la Nato. L’Italia partecipò (era il 1999) e la Serbia fu ridotta a più miti consigli. Il Kosovo non ottenne in realtà l’indipendenza (e l’annessione all’Albania), ma almeno salvò la pelle e l’autonomia.

In Crimea la guerra non ci sarà. L’Ucraina non ha la forza per tenere la penisola. L’Europa non ha la volontà d’intervenire e neppure l’interesse, considerando i pro e i contro (la Russia ha un potere di ricatto troppo forte nei nostri confronti, per via delle relazioni economiche che per tutta la Ue, per la Germania ma anche per gli altri paesi compresa l’Italia, sono troppo importanti, con parte del fabbisogno energetico coperto dalle forniture di gas russo). Quanto agli Stati Uniti, avviati verso l’indipendenza energetica, non hanno interessi strategici fondamentali in Crimea, salvo un interesse generale di contrapposizione autorevole alla Russia, “rivale” in teatri come il Medio e Vicino Oriente.

Il gioco delle matrioske, in Crimea, favorisce Mosca e la Crimea è persa. La sconfitta occidentale si dovrà alle divisioni tra europei e all’incapacità dell’Europa di usare a tempo debito la leva economica per far inclinare i piatti della bilancia, a Kiev, verso la UE invece che verso Mosca.

La decisione europea di sanzioni graduali e progressive è giustamente guardata dalla Russia con la sufficienza della grande potenza regionale sicura di sé. E si capisce allora la reazione sprezzante dell’ambasciatore russo presso la UE, Vladimir Cizhov. La minaccia di quelle misure “non aggiunge nulla di nuovo” alle relazioni Mosca-Bruxelles. “L’Ucraina e la soluzione della crisi politica in quel Paese sono un obiettivo molto più importante per noi”. Sulle mensole di marmo della rappresentanza russa campeggiano solenni e variopinte matrioske. E tutte sorridono.

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