Così Renzi ha rotto tutti i tabù
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Così Renzi ha rotto tutti i tabù

Il sindaco si è dimostrato un leader. Ma non perché è un formidabile comunicatore, né per quella superiorità camuffata del primo D’Alema. No, Renzi è un leader perché ha la spregiudicatezza di dire cose impopolari dentro il suo partito

 

Matteo Renzi è un leader. Ma non perché è un formidabile comunicatore, uno che dice una battuta dopo l’altra col piglio e la spigliata arroganza dei giovani. Non per la cifra di superiorità camuffata dall’ironia che ricorda (i casi della vita) il Massimo D’Alema della Prima Repubblica, l’antipatico tagliente. No, Renzi è un leader perché ha il coraggio, la spregiudicatezza, di dire cose impopolari. Almeno dentro il suo partito. Perché ha la forza di indicare una strada che tutti consideravano impercorribile, ha l’ostinazione di sfidare i tabù, e quel pizzico di fortuna (che da sempre bacia Berlusconi) che consiste nell’assonanza tra la sua battaglia e le aspirazioni della gente.

Ecco, quando ho sentito Renzi nella direzione del Pd, dopo le polemiche per la “disgustosa” apertura al Demonio Silvio, esprimere “gratitudine a Berlusconi” (per esser venuto al Nazareno senza far pesare l’orgoglio del quattro volte presidente del Consiglio, l’età e vent’anni di leadership), ho pensato “questo è un leader”. E quando ha castigato il dissenso sul dialogo col Cavaliere Nero dicendo, con divertito candore, “con chi avrei dovuto parlare sennò, con Dudù?”, ho immaginato che cosa dovesse passare per la testa dei burocrati e dirigenti del vecchio Pd. Uno sgomento, una sorpresa, un orrore, e un senso d’impotenza. Sono questi i sentimenti che provoca un leader.

Rompere l’abitudine, spezzare la tradizione, tagliare i ponti. Questo ha fatto Renzi. Il senso del suo dialogo con Berlusconi (rivoluzionario dal suo punto di vista come lo sdoganamento di Silvio nei confronti dell’ingrato Fini post-fascista), è che la storia può fare un passo avanti, avere uno scatto narrativo. Crolla il Muro, “fascisti” e “comunisti” salgono in soffitta, Berlusconi è una persona normale, l’Italia è più importante del conflitto destra-sinistra, guelfi-ghibellini, berlusconiani e bolscevichi.

Improvvisamente, la platea del Pd diventa informe. Nessun altro leader. Non c’è più Veltroni contro D’Alema, Bersani contro Civati. Non ci sono “giovani turchi” o ex democristiani. Renzi non parla un gergo di sinistra, non si rivolge soltanto ai suoi, non ha come referenti i “quadri” di quello che era Botteghe Oscure e oggi è il Nazareno. Suo oppositore è Gianni Cuperlo (sai che paura), presidente del partito ma critico verso la riforma elettorale Renzi-Berlusconi senza preferenze, che incassa i sarcasmi del segretario: “Accetto la critica da Fassina che prende 12mila voti ma da te, Gianni, avrei voluto sentir parlare di preferenze quando vi siete candidati nel listino senza fare le primarie”. E Cuperlo non sa far altro (mancandogli la battuta) che prender cappello e andarsene offeso. E forse, molto forse, si dimetterà.  

Matteo Renzi è un leader, lo ha dimostrato con le sue battaglie: rottamare la vecchia classe dirigente del Pd, non criminalizzare più Berlusconi né i suoi elettori. Combattere il finanziamento pubblico dei partiti, le pensioni d’oro e la Cgil. Soprattutto, condurre la rivoluzione in mezzo a quelli che andavano rivoluzionati. Dall’interno. Passando attraverso la sconfitta delle primarie. Non arrendendosi. Quelli che masticano politica e politichese dicono che finalmente Renzi interpreta un Pd “a vocazione maggioritaria”. Significa che si rivolge a tutti e può prender voti anche a destra. La cosa un po’ mi preoccupa: il problema dei leader (la regola non ha praticamente eccezioni) sono le persone di cui si circondano, le stesse che manderanno avanti il governo. Vedremo. Per il momento, la direzione è quella giusta. C’è da augurarsi che anche a destra, prima o poi, suoni la sveglia. E che qualcuno la senta. 

   

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