Così Renzi ha abbattuto il muro di Berlino italiano
Così Renzi ha abbattuto il muro di Berlino italiano
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Così Renzi ha abbattuto il muro di Berlino italiano

Ha sfondato a destra e al centro, uscendo dagli schemi ideologici di una sinistra antica che nonostante tutto continua a essere ben rappresentata su organi come Il Fatto e Repubblica. Speciale elezioni europee

 

Matteo Renzi spiazza la sinistra, anzitutto. Proprio divertente leggere i commenti di oggi sui giornali tradizionalmente schierati nella variegata sinistra di un tempo. Giornali-partito. Il partito di Repubblica, quello del Fatto Quotidiano con la sua destra e la sua sinistra (Travaglio-Padellaro), il Manifesto che critica Renzi da sinistra-sinistra, e il quotidiano di partito, l’Unità, che già nel titolo dà l’impressione di voler sciogliere le proprie stesse perplessità, dopo il lungo braccio di ferro che ha visto il segretario del Pd quotidianamente contestato dal suo foglio ufficiale con l’argomento rispecchiato nel titolo sull’Effetto Renzi (ovvero: c’è poco da argomentare o interpretare, il merito è di Matteo).

Quello che colpisce è lo scoramento spaesato di una sinistra vecchia, legata a vecchi schemi ideologici, incapace di capire il terremoto Renzi e tuttavia pronta ad adeguarsi al nuovo corso perché, in buona sintesi, le fa comodo. Cioè: con Renzi si vince (e si occupano poltrone). Leggendo i giornali e assistendo a qualche dibattito in tv, scopri che gli ospiti “sinistri” tendono a etichettare Matteo come estraneo alla loro tradizione. Come un “nuovo Berlusconi” (la tesi del Fatto Quotidiano) o un altro “berluschino” (ancora il Fatto), oppure come un redivivo Fanfani, “un democristiano”. Che è un po’ la lettura del Corriere della Sera, ma anche in parte di Marco Travaglio (che non è geneticamente di sinistra). La cosa più singolare che senti dire è che Renzi non appartiene ad alcun filone della sinistra, ergo non si capisce a quale orizzonte si relazioni. Chi lo sostiene non riesce a guardare oltre i confini italiani dei gruppi editoriali post-comunisti e comunisti, delle cattedre e baronie rosse, dei vetero-sindacati. Ma un orizzonte diverso, fuori dalla vecchia Italia sovietica, esiste eccome. Una tradizione che non è neanche troppo giovane e che ha i suoi modelli ben riconoscibili. La tradizione della sinistra cattolico-liberale. Due nomi per tutti: John F. Kennedy e Tony Blair. Enrambi liberali pur essendo uno americano, l’altro britannico, vale a dire membri di una minoranza religiosa ma di una famiglia politica diventata ampiamente maggioritaria (e in qualche modo mitica).

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Renzi che altro è se non un leader della sinistra cattolico-liberale? Ex boy-scout di formazione gesuita, a capo di un partito della sinistra (addirittura post-comunista) che grazie a nuove parole d’ordine liberali su fisco, lavoro e levità dello Stato riesce a sfondare “a destra” e a conquistare blocchi sociali fino al giorno prima orientati verso il centro-destra. Ma quel 40 e passa per cento di voti non corrisponde ancora a un elettorato consolidato. C’è ancora di tutto, là dentro. E il modo in cui quei voti sono arrivati, per lo spavento suscitato dalle bordate di Grillo, non garantisce che restino. Che puntellino in eterno la diga anti-M5S. Renzi ha cannibalizzato il centro (Scelta Civica e Ncd), attirato grillini che hanno ritrovato la fiducia, e berlusconiani che l’hanno persa. Poi, naturalmente, c’è sempre qualche guru della sinistra che pretende di insegnare a Matteo quello che deve fare per restare un uomo di sinistra. A cominciare dal direttore di Repubblica, Ezio Mauro, che liquida Grillo come populista di destra e Berlusconi come estremista, e fissa l’agenda di Renzi e del suo Pd che “ora può diventare una comunità, un’agenzia culturale di cambiamento (sic), un luogo di forte mobilità politica e di selezione di nuove classi dirigenti, sbarrando per sempre la strada ai nuovi Greganti e agli eterni Penati, promettendo di ripulire le liste alle prossime elezioni, di cambiare la legge sulla corruzione, di fare la guerra alle mafie”, perché “da qui, e non solo dalla riduzione delle auto blu, passa la modernizzazione del Paese”.

Sul Fatto Quotidiano, Travaglio parla di “Democrazia Renziana”, Padellaro lo descrive come la reincarnazione di Dc e Forza Italia insieme, e ne vede la chiave di successo nell’adozione della ricetta, ovviamente berlusconiana, del “chiudere un occhio sull’evasione fiscale e due occhi sull’economia in nero. Sul Manifesto il paragone è uno solo, e da tempo non si sentiva nella sua formulazione proto-polemica: la Balena Bianca. Sul Corsera, in quella che è forse l’analisi più lucida ed esauriente del fenomeno, Antonio Polito rievoca la Dc di Fanfani del 1958, ma rivisitata con citazioni di Clinton, Schroeder (che da sinistra, a costo di non farsi rieleggere, fece le riforme che consentono oggi alla Germania di non piangere) e, naturalmente, al Labour di Blair. Una sinistra pragmatica, che sarà giudicata sui fatti.

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