Il coraggio di Renzi nella lotta con la Ue
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Il coraggio di Renzi nella lotta con la Ue
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Il coraggio di Renzi nella lotta con la Ue

Scommessa un po’ azzardata quella del premier di portare i conti dell'Europa davanti alla pubblica opinione ma che dimostra capacità di leadership

Alla fine si troverà la quadra in Europa sullo sforamento dell’Italia rispetto ai vincoli di bilancio imposti dalle regole comunitarie. Ma quello che sta emergendo in queste ore è in qualche modo "rivoluzionario". Fino a ieri, la Germania di Angela Merkel ha potuto tener fermo il consolidamento di bilancio come faro dal quale mai discostarsi, solo grazie a un’osservanza puntuale di tutti i lacci e laccioli della UE. Come dire: la tecnica al servizio della politica. Ma della politica tedesca. Sia chiaro: Berlino può far valere la sua lungimiranza, le riforme (soprattutto del mercato del lavoro) che ha già fatto grazie a un leader socialdemocratico, Gerhard Schroeder, che ha pagato con la non rielezione le lacrime e sangue fatte pagare ai concittadini. Adesso però i tempi sono cambiati, paesi importanti come Italia e Francia possono uscire dalla crisi soltanto applicando la flessibilità necessaria alla ripresa.  

Renzi ha lanciato segnali di voler riformare il mercato del lavoro e gli va dato atto d’aver condotto sull’articolo 18 una battaglia politica e mediatica decisiva, per contrattare da posizioni di forza gli sconti dell’Europa alla finanziaria espansiva da 36 miliardi. La politica torna a occupare il centro della scena. Del resto, scelte politiche sotterranee hanno evitato finora alla Francia di pagare il prezzo del passato sforamento dei tetti di Maastricht. Ed è la politica ad aver consentito alla Germania, dopo la riunificazione, di contravvenire a regole che oggi la Merkel rivendica come stringenti per gli altri.

Politicamente perfetta la decisione di render pubblica la lettera di richiesta di chiarimenti della Commissione Europea sulla legge di stabilità. La sfida aperta del governo Renzi sposta sul piano politico, del confronto davanti alla pubblica opinione italiana e europea, il conflitto tra visioni diverse su come venir fuori dalla crisi: austerità o crescita. Certo, Renzi ha commesso errori "tecnici" non marginali, battagliando e concedendo forse troppo pur di strappare la nomina di Federica Mogherini come Madame Pesc, privata però (quanti l’hanno notato?) delle deleghe che aveva Lady Ashton nella stessa posizione.

Oggi è Yiri Katainen, ex premier finlandese commissario agli Affari economici e prossimo vicepresidente della nuova Commissione (con le deleghe, fondamentali, sull’economia), a fare il braccio esecutivo di Berlino in Europa. Ed è lui, infatti, il vero oppositore di Renzi, e dietro di lui c’è la Germania. Altro che Barroso! Per inciso, e tanto per ricordare come andò, Barroso deve tutto all’Italia. Infatti, mai sarebbe diventato Presidente della Commissione senza il colpo di mano di Berlusconi che s’accordò in corner con Tony Blair per soppiantare Verhofstadt, candidato predestinato e già scelto di Berlino e Parigi. Barroso ricambia malamente la generosità italiana. Ex maoista diventato poi l’incarnazione della più stantia euro-burocrazia, il portoghese pretende di dettare legge all’Italia anche nel momento in cui il suo potere effettivo è politicamente esaurito, perché fra qualche giorno gli subentrerà il lussemburghese (filo-Merkel) Juncker.

Renzi ha rinunciato a commissari italiani di peso. Le caselle importanti della gestione economica sono tutte appannaggio di uomini vicini alla Merkel: Juncker, Katainen e il presidente del Consiglio, il polacco Tusk, del quale si è perfino detto che è lontano parente del cancelliere Merkel. Renzi, evidentemente, confida in se stesso, non potendo contare sulla Mogherini. I leader decidono, l’Italia farà valere le sue idee, basta con le lettere di chiarimenti e raccomandazioni “strettamente confidenziali”, o segrete. Scommessa un po’ azzardata quella di Matteo, ma che dimostra capacità di leadership. Che è anche spregiudicatezza.

PS: deve far pensare che soltanto ora il presidente Napolitano si schieri a sostegno del governo italiano, minimizzando la disputa sullo 0,1 per cento di consolidamento e rilanciando le ragioni della crescita contro quelle della “austerity”, quando le stesse considerazioni le sviluppava senza ipocrisie, ma senza l’appoggio del Quirinale, Silvio Berlusconi. Allora, il sistema paese non fu tutto al fianco del premier. Ci fu chi remò contro l’Italia. Ma ormai questa recriminazione appartiene alla storia, ai personali ricordi di chi ha vissuto gli anni fino al 2011 in cui Berlusconi diceva tutto ciò che ora sembra essere verità assodata.

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