Stelle cadenti nella procura di Milano
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Stelle cadenti nella procura di Milano

Il contrasto fra magistrati al vertice dei magistrati milanesi è forse il segnale che alcuni di loro si sono stancati dei colleghi "primedonne". Finalmente.

Sarà anche più complessa, la questione, dato che sempre le questioni sono "più complesse". Resta il fatto che quando il dottor Alfredo Robledo ha raccontato al Csm che Edmondo Bruti Liberati, il suo capo, gli preferiva arbitrariamente la dottoressa Ilda Boccassini, una parte del problema l’ha centrata. Una soltanto, forse. Però bella grossa. Un magistrato poco "divo" stava lasciando capire che i magistrati molto "divi" la stavano facendo troppo da padroni. Giudizio arduo da negare. Ecco perciò che il dottor Robledo, sottotraccia, stava rivelando un disagio: dei magistrati primedonne, lui non ne poteva più. Ma mica solo lui. Erano molti gli amati colleghi ad averne fin qui di far da paggi ai principi-padroni dello splendido ventennio.

Morale: nel Muro di Berlino si stava aprendo una crepa. La corporazione togata, fino a ieri la più compatta del pianeta, mostrava cenni di fessura. E tra i vopos della Milano dell’Est, la fessura era maggiore. Il sentimento è per altro diffuso. Che il popolo italiano non ne possa più, lo certificano da tempo i sondaggi: fiducia nella magistratura? Crollata. Dal glorioso 70 per cento del 1994 al 35 del 2014. Il 41,6 per cento degli italiani pensa che tutti i magistrati, dicasi tutti, operino per accanite convinzioni politiche. Un 33,6 crede che solo parte di loro sia faziosa. Ma una parte sì. Solamente il 20,2 che siano indipendenti. Il 65,2 ritiene necessario introdurre per loro la responsabilità civile (secondo cui chi sbaglia per gravi errori, o chi sbaglia apposta, paga) contro un risicato 18,3 che rifiuta l’idea. E pensare che appena ieri, in barba a quel referendum tradito nell’arcaico 1987, era tutto il contrario.
Trottando ai giardinetti sopra il suo purosangue, sua eccellenza Francesco Saverio Borrelli starà mordendosi le dita. Maledetta la caccia al consenso. Maledetto il giorno che consentì a quel fesso della Società civile di presentarsi in procura con la maglietta "Mani pulite team". E che si beò per lo slogan scandito sotto le sue finestre: "Di Pietro/Davigo/ Colombo/andare fino in fondo". Si accesero allora le luci del palcoscenico. Le Wande Osiris della giustizia attaccarono la rumba di una partenogenesi che avrebbe regalato al mondo campioni di giustizialismo e apprendisti politici dalle alterne sfortune come Antonio Di Pietro, Antonio Ingroia, Michele Emiliano o Luigi De Magistris. I giornaloni misero a disposizione l’occhio di bue. I Michele Santoro registrarono l’orchestra con il coro dei Ciancimini; i Paolo Flores d’Arcais si dannarono sui testi. Tripudio senza fine. E tutti i Robledo sempre sotto, a portar gente in teatro per applaudire le vedètte.

Comprensibile che si siano stufati un poco, dopo 20 anni. Gian Carlo Caselli passava di tv in tv, di scuola in scuola, da un successo mediatico all’altro. Perdeva processi importanti, ma superava in popolarità Gianna Nannini. Del pentito Vincenzo Scarantino, che voleva ritrattare dopo aver mandato in carcere degli innocenti, Caselli disse che "si stavano mettendo in giro notizie inquinanti per una campagna di delegittimazione contro i collaboratori di giustizia". Nino Di Matteo saltava da Ballarò a Servizio pubblico: "L’avvicinamento dei collaboratori per costringerli a fare marcia indietro è una costante di Cosa nostra".

Ingroia infiammava piazza del Popolo attaccando il governo con la toga indosso, e ai pochi giornalisti critici rispondeva: "Gettano fango". Henry John Woodcock veniva raccontato da Dipiù: "Woodcock è una celebrità come Di Pietro, anzi ha il fascino della stella tv, è un sex symbol". Le sue inchieste più note erano una collezione d’incompetenze territoriali e nomi altisonanti assolti, con bocciature al 70 per cento dei suoi ricorsi, più i celebri 6,4 milioni spesi in 3 anni d’intercettazioni.

Tutti sfilavano in passerella nel nome di Giovanni Falcone. Il magistrato che aborriva l’esibizione di sé, allontanava più che poteva i giornalisti, lavorava sodo e di cui i colleghi divi nascondevano con cura che fosse per la separazione delle carriere, per abolire l’obbligatorietà dell’azione penale e contro la giustizia-spettacolo. Perché veniva comodo alle nuove star usurparne il nome e sequestrarne l’anima.

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