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Consulta: tutti i rischi dei ritardi nelle nomine

L'ex presidente della Corte costituzionale, Flick, lancia l'allarme: se non si farà presto a eleggere i tre giudici mancanti sarà crisi

"La Corte costituzionale? La sua situazione da oggi si trasforma davvero un grave problema di salute pubblica". È allarmato Giovanni Maria Flick, 75 anni, penalista ed ex ministro della Giustizia, dal febbraio 2000 giudice costituzionale e poi presidente della stessa Consulta dal novembre 2008 al febbraio 2009.

Da oltre 17 mesi la Corte non lavora nella sua pienezza: le mancano tre membri su 15, tutti nella "cinquina" di nomina parlamentare. Siamo arrivati alla trentesima seduta comune di Camera e Senato senza risultati. "Sono molto preoccupato" aggiunge Flick. "Dal varo della Costituzione, per fare funzionare la Corte, sono serviti dieci anni. Non vorrei che con 30 voti parlamentari si arrivasse al risultato opposto".

Che cosa intende dire, professore?
L’assenza di tre membri altera l’equilibrio della Consulta stabilito in Costituzione, con cinque membri di nomina presidenziale, cinque nominati dalle magistrature e cinque scelti dal Parlamento. Già oggi c’è il rischio di distorsioni: in caso di parità, il voto del presidente vale doppio, e il suo peso è troppo elevato su una Corte ridotta  di un quinto dei suoi membri. In questa situazione, del resto, abbiamo visto dure polemiche sulle recenti sentenze che hanno dichiarato illegittima la Robin tax e illegittimo il blocco delle indicizzazione delle pensioni deciso nel 2011. Ma ora c’è il rischio che la Consulta venga concretamente paralizzata.

Come potrebbe accadere?
L’età dei giudici è mediamente elevata, basterebbe qualche forte raffreddore… Se i membri scendono sotto 11, la Corte non può più deliberare. E credo invece sia essenziale che sia pienamente operativa
e legittimata, tanto più oggi.

Perché oggi più che mai?
Stiamo attraversando un periodo di forti riforme istituzionali. La Corte sarà presto chiamata a dare una singolare «valutazione preventiva» sulla nuova legge elettorale. È una scelta del legislatore, inusitata, che mi rende perplesso: resta il fatto che per un passaggio così delicato la Consulta dovrebbe essere piena e legittimata. E poi siamo in un periodo di grave emergenza.

Lei pensa al terrorismo jihadista a Parigi e alle recentissime riforme costituzionali francesi?
Sì. E penso ai rischi che corriamo in Italia. Ovvio, mi auguro che da noi non ce ne sia bisogno: ma se un domani dovessimo varare leggi di emergenza sarà ancor più necessario che la Consulta sia pienamente funzionale. Se si abbassassero i limiti di tutela dei diritti, e un giudice si trovasse a investire la Consulta di una questione di costituzionalità, la risposta dovrebbe essere piena, rotonda. Priva di dubbi.

Però è già accaduto che alla Consulta mancasse più di un giudice, no?
Vero. Camera e Senato spesso hanno tardato a coprire i loro vuoti. Ma oggi viviamo tempi particolarmente agitati. E mi preoccupa che in Parlamento ci sia chi non capisce la gravità della situazione. O, peggio, che subordini scelte così importanti e delicate a logiche di parte.

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