Le città del futuro saranno così...

Intelligenti, funzionali, pratiche e, soprattutto, ecosostenibili. Peccato che costino caro e che in Italia non le vedremo forse mai...

(Credits: STR/AFP/Getty Images)

Claudia Astarita

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Immaginiamo di essere appena usciti di "casa" e di ritrovarci ad attraversare la strada nel momento in cui si sta avvicinando un'automobile. Immaginiamo poi di ritrovarci a constatare che nessuno guida l'automobile in questione, mentre molti sono i passeggeri che si stanno facendo accompagnare chissà dove. Si fermerà? Non si fermerà? Per sicurezza meglio attraversare dopo il suo passaggio? Eppure sta rallentando... Non solo, ha acceso i fari. Ci sta forse segnalando che possiamo passare? Proprio così, e visto che non lo abbiamo capito, si ferma e aziona un altoparlante per dirci "Adesso puoi attraversare". Più chiaro di così...

Volete sapere dove siamo? In una città del futuro. Quella costruita, a tavolino, nei laboratori del Massachusetts Institute of Technology (MIT). Il progetto si chiama City Science , e il suo obiettivo è quello di trovare un modo per rendere le città del futuro a misura d'uomo...e non solo. Trasformando quelle attuali in nuclei urbani intelligenti, funzionali, pratici e, soprattutto, ecosostenibili.

Joi Ito, il 46enne di origini giapponesi che dal 2011 dirige il MIT Media lab, il famosissimo centro di ricerca interdisciplinare dell'università di Boston, ritiene che il progetto City Science sia molto più innovativo di tutti quelli che fino ad oggi hanno cercato di stabilire, sulla carta, quale fosse il modello migliore per una città ideale. Il motivo? Gli esperti di Boston sarebbero riusciti, per la prima volta, ad occuparsi contemporaneamente di aspetti architettonici, di design, legati a trasporti, rifornimento energetico, arredo urbano e mobilità, risolvendo ogni potenziale intoppo con l'ausilio della tecnologia.

Per costruire il loro modello i ricercatori del MIT hanno preso come punto di riferimento le città storiche della vecchia Europa, che da sempre piacciono di più. Rendendosi conto, mentre tentavano di individuare un modo per adattarle alle esigenze di una popolazione urbana moderna, che l'unico compromesso può essere trovato "riportandole al passato", vale a dire a quando le automobili non esistevano, costruendo agglomerati urbani, o quartieri, in cui la maggior parte dei beni e dei servizi di cui il cittadino ha bisogno sia disponibile nel raggio di uno, massimo due chilometri.

Impossibile? Secondo i ricercatori del MIT no, a patto che si accetti che le città in futuro diventino molto più tecnologiche di quanto siano oggi. I quartieri "autosufficienti", infatti, sarebbero collegati tra loro da un'efficientissima rete di trasporti pubblici e da automobili che i cittadini dovrebbero usare in condivisione.

La riduzione massiccia del numero di auto in circolazione aumenterebbe anche lo spazio a disposizione dei singoli cittadini. Che in cambio di ordine e tranquillità potrebbero essere disposti a sostituire l'idea di proprietà con quella della condivisione. Quanto meno per alcune cose.

Per favorire questo cambiamento di mentalità, il MIT propone l'adozione di automobili automatiche, nella convinzione che l'impossibilità di guidarle ne renda meno appetibile l'acquisto, ma ne favorisca l'uso condiviso. Se poi queste auto "di quartiere" potessero anche essere piegate per essere parcheggiate in spazi piccolissimi, sarebbe ancora meglio.

E gli edifici? Oltre a diventare ecosostenibili, i singoli appartamenti dovrebbero anche essere più confortevoli ma più piccoli, e proprio per questo meno cari. Come? Facile, dicono al MIT: basta creare muri e mobili elettronici. Che possano spostarsi da soli nell'arco della giornata trasformando un monolocale in una confortevole camera da letto, uno studio luminoso, una gradevole sala da pranzo e, perché no, magari anche una palestra o una grande sala per far giocare i propri figli.

Insomma, ammesso che le persone siano disposte a vivere in abitazioni standardizzate e i comuni a sostenere i costi di questa ristrutturazione ipertecnologica, è molto difficile (per non dire impossibile) che il sogno del MIT potrà mai diventare realtà. Su un punto, però, i ricercatori di Boston hanno ragione. Ed è quello della condivisione. Sommersi dagli oggetti, e dal benessere, potremmo forse limitarci a tenerci il superfluo e condividere o regalare il più che superfluo. Creando più spazio nelle nostre vecchie case tecnologicamente poco avanzate. E accontentarci di questo.

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