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Charlie Hebdo: il regalo di Hollande a Marine Le Pen

L'esclusione dalla manifestazione parigina del leader del FN potrebbe essere un boomerang per le forze che si riconoscono nella Repubblica

E se il presidente Hollande stesse, suo malgrado, tirando la volata a Marine Le Pen? E se la decisione di non invitare alla manifestazione parigina il leader di quello che potrebbe diventare il primo partito di Francia sia un boomerang per quelle forze, di destra e di sinistra, che si riconoscono nella Repùblique? E se l'ostracismo che le forze repubblicane francesi esercitano da anni nei confronti del Fronte Nazionale fosse insomma il modo migliore, non per arginarlo, bensì per consegnargli l'Eliseo su un piatto d'argento?

Domande. E contraddizioni. Comprese quelle su cui stamane, su Il Giornale, punta l'indice Gian Micellasin. Come mai alla manifestazione parigina dove hanno sfilato a braccetto quanranta capi di Stato e di governo c'erano anche uomini come Mohammed bin Hamad Khalifa Al Thani, l'Emiro del Qatar, il Paese della penisola arabica che più di ogni altro ha finanziato in questi anni le varie formazioni islamiste (Isis compreso) che stanno diffondendo il terrore in tutto il Medioriente? E ancora. È più imbarazzante, per Charlie, la presenza alla manifestazione del premier turco Davutoglu o quella di Marine Le Pen?

Domande. E qualche risposta. Di Charlie Hebdo sappiamo quasi tutto. Compreso il fatto che il direttore Stéphane Charbonnier (Charb) e le altre storiche penne del periodico (Cabu, Tignous, Georges Wolinski, Honoré) mai avrebbero gradito la presenza di Marine Le Pen al loro funerale. Charlie era e rimane un giornale di satira laico, di sinistra, anticlericale, cosmopolita, antifascista che qualche anno fa ha lanciato anche una raccolta firme per la messa al bando del Fronte Nazionale. E non è stato stato lo stesso Jean-Marie, padre di Marine e fondatore del Fronte, a dire, all'indomani della mattanza, che lui non si sente affatto Charlie?  Qualcuno potrebbe dire, perciò, che l'esclusione della destra radicale sia stata anche una forma di rispetto delle vittime della mattanza. 

Oggi è “siamo tutti Charlie”, “io sono Charlie”. Beh, io, mi dispiace, non sono Charlie. E mi sento molto toccato dalla morte di dodici concittadini francesi di cui non voglio nemmeno sapere l’identità politica, nonostante la conosca bene: sono quei nemici del Front National che non molto tempo fa chiedevano lo scioglimento del nostro partito con una petizione. Io non mi sento affatto dello spirito di Charlie. Io non mi batto, io, per difendere lo spirito di Charlie, che è uno spirito anarco-trotskista perfettamente degradante per la moralità politica.

Peccato che, tra tutte le argomentazioni che poteva addurre prima di diramare gli inviti ai capi di Stato, Hollande non abbia citato la volontà delle vittime, come sarebbe stato comprensibile, ma abbia preferito trincerarsi dietro una  unità nazionale che esclude dalla Nazione il (probabilmente) primo partito di Francia.  Dando così l'impressione non di forza, come si conviene ai capi di Stato dopo una tragedia come quella avvenuta nella redazione di Charlie, ma di paura. Tutti uniti, contro il terrore, meno lei, Marine, accusata - guarda un po' - di giocare con la paura dell'Islam. Lei, intanto, ringrazia. E, dopo la prova di forza a Beaucaire, nel sud della Francia, si prepara all'ultima battaglia. «Marceremo a fianco del popolo francese, con il popolo francese, unico e indivisibile, in tutti i luoghi, meno che al corteo parigino», «settario e sequestrato dai partiti» . In qualche modo, politicamente, ha già vinto.


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