Clashes of Palestinian Youth And Israeli Police Following The  Noon Prayers
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Cosa c’è dietro la strage di Gerusalemme

Abbandonando il processo di pace con la Palestina Israele ha lasciato campo libero alla propaganda estremista, compresa quella dello Stato Islamico

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A 24 ore dall’uccisione di quattro rabbini nella sinagoga Kehilat Bnei Torah, situata nel quartiere ortodosso di Har Nof a Gerusalemme, da parte di due giovani militanti palestinesi, crescono le tensioni tra Israele e Palestina. Nelle ultime ore il bilancio delle vittime è salito a cinque morti. Nel corso della sparatoria che ieri ha portato all’uccisione dei due attentatori palestinesi, i cugini Abed Abu e Ghassan Muhammad Abu Jamal, è stato ferito a morte anche un agente della polizia.

 

 Dopo l’annuncio a caldo del premier Benjamin Netanyahu, il quale ha promesso “una dura risposta” accusando il presidente palestinese Abu Mazen e i vertici di Hamas di essere responsabili di incitamento all’odio e alla violenza, sono scattate le prime misure di sicurezza. Il premier ha ordinato la demolizione delle case dei due terroristi e dato ordine di fare lo stesso con le abitazioni delle famiglie di altri estremisti palestinesi che nelle ultime settimane hanno effettuato attacchi contro la popolazione israeliana. Le aree considerate più sensibili della città sono blindate, mentre a seguito di disordini nel quartiere di Jabel Mukaber, dove risiedevano i due attentatori, sono stati arrestati altri nove palestinesi.

 Israele rifletta
La solidarietà a livello internazionale e i tiepidi richiami alla calma del presidente Abu Mazen non possono però bastare a considerare chiusa questa vicenda. A rincarare la dose poche ore fa è stato il ministro dell’Economia Naftali Bennett, leader del partito di destra Bayit Yehudi (La Casa Ebraica), il quale in un’intervista alla Radio Militare Israeliana ha affermato che i pattugliamenti, i posti di blocco e le barriere non possono più bastare per garantire la sicurezza del popolo israeliano. “Per fermare il terrore – ha affermato – serve un’operazione militare simile all’Operazione Scudo Difensivo che nel 2002 sradicò il terrorismo in Cisgiordania”. “Abbiamo bisogno di passare dalla difesa all’attacco – ha spiegato Bennet -, è necessario presidiare il territorio in maniera permanente con le nostre forze di polizia di frontiera, effettuare arresti, servirsi di canali di intelligence sul territorio. Non bastano più le guardie nei bar e nei ristoranti, all’ingresso delle sinagoghe, delle scuole materne o alle fermate degli autobus, abbiamo bisogno di andare alla fonte del problema”.

 Nonostante questa decisa presa di posizione, parlare di nuova Intifada (“rivolta”) appare al momento troppo azzardato. Ciò che è certo è che questo attentato, unito a diversi altri che nelle ultime settimane hanno provocato morti e feriti tra civili israeliani, deve far riflettere il governo di Tel Aviv.

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Punti critici
I punti su cui fare chiarezza sono almeno due. Il primo rimanda al profilo dei due attentatori. Abed Abu e Ghassan Muhammad Abu Jamal, rispettivamente di 22 e 32 anni, vivevano nel quartiere di Jabel Mukaber, nella parte est di Gerusalemme. Alla sinagoga di Har Nof sono arrivati indisturbati, armati di mannaie e pistole, segno che qualcosa nelle misure di sicurezza urbana non ha funzionato. Sul fatto della loro appartenenza al Fronte Palestinese per la Liberazione della Palestina, movimento di ispirazione marxista che ha rivendicato la loro azione, restano non pochi dubbi. I due sarebbero parenti di Jamal Abu Jamal, un palestinese condannato a suo tempo a 20 anni di carcere per aver versato sangue israeliano. Restano però dei dubbi sul fatto che una simile motivazione sia stata sufficiente per portarli a compiere una strage di innocenti. Ed è qui che entra in gioco il secondo aspetto da tenere in considerazione, un elemento prettamente politico che poco ha a che fare con le ideologie o la religione. Nel compiere la loro strage i cugini Jamal hanno inneggiato ad Allah. Ma la loro azione appare più come il risultato dell’odio contro gli israeliani che serpeggia non solo nella Striscia di Gaza o nei territori occupati ma anche nel cuore di Israele.

Un odio cavalcato in questa come in altre occasioni dalla leadership palestinese. Il portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, ha giustificato la strage parlando di una risposta inevitabile alla morte sospetta dell’autista di autobus palestinese Yussuf al-Ramuni, trovato impiccato il 17 novembre in un deposito a Gerusalemme. Mentre Abu Mazen si è limitato a esprimere parole di cordoglio per quanto accaduto sotto la pressione della comunità internazionale.

Troppi cani sciolti
In uno scenario del genere, privo di argini di qualsiasi tipo, imbottirsi di armi o di esplosivo è una decisione estrema che spesso può avere poco a che fare con il nazionalismo, l’appartenenza a gruppi estremisti o l’Islam. Di “Cani sciolti” come Abed Abu Jamal e Ghassan Muhammad Abu Jamal – così in tanti li hanno definiti in queste ore – ne potrebbero circolare molti a Gerusalemme. E questa è una verità di fronte alla quale lo stato di Israele non può non tenere conto. Lo spontaneismo al “martirio” sta di fatto assumendo proporzioni generali da quando Netanyahu, vinto l’ultimo conflitto a Gaza, ha smesso di pensare ai negoziati di pace affidando al tempo le sorti di questo processo. Così facendo ha lasciato campo libero alla propaganda estremista, compresa quella dello Stato Islamico, che in una terra martoriata come quella palestinese potrebbe avere facilmente presa sull’opinione pubblica. Il fatto che questa volta siano stati colpiti obiettivi religiosi e non civili non è un caso. Siano essi sciiti o rabbini, si tratta comunque di nemici dei sunniti da eliminare. Un ragionamento tanto inquietante quanto semplice, che però rischia di spiazzare anche uno Stato notoriamente abituato a vivere con le crisi come quello di Israele.

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