Sedi regionali Rai, tra sagre, costi e critiche

Quando Cottarelli ha annunciato di volerle tagliare, la Rai è insorta. Ma le sedi locali sono una risorsa o uno spreco? Attilio Romita, capo della sede di Bari racconta: «Ho cambiato i notiziari: basta sagre della salsiccia, mi dedico alla cronaca»

Il commissario per la revisione della spesa, Carlo Cottarelli, durante la tavola rotonda sulla spendig rewiev presso la sede della stampa estera in via dell'Umiltà, Roma, 29 gennaio 2014 ANSA/ANGELO CARCONI

Antonella Piperno

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Giornalisti, dirigenti di sede, funzionari, segretarie, contabili, montatori, elettricisti. È l’esercito Rai che presidia le regioni: oltre duemila dipendenti insediati nelle 17 sedi e nei quattro centri di produzione Rai di Milano, Napoli, Torino e Roma. Cui si aggiungono  altre tre redazioni: quella in sloveno della sede triestina e quelle tedesca e ladina a Bolzano. Totale della spesa annua: circa 400 milioni di euro.  Non appena il commissario alla spending review Carlo Cottarelli ha annunciato di poter recuperare denaro pubblico sforbiciando le sedi regionali, i sindacati hanno ricordato che sono un pilastro del servizio pubblico, previste dalla legge Gasparri. Per farne a meno si dovrebbe legiferare e comunque l’eventuale risparmio non andrebbe poi a risanare i conti pubblici ma quelli di viale Mazzini, peraltro in netta risalita.
Cottarelli e chi tifa per lui, come il senatore  Maurizio Rossi (Per l’Italia), membro della commissione di vigilanza, ed ex patron della tv locale ligure Primocanale, che propone intanto di tagliare i 21 presidi accorpandoli in macrosedi, evidentemente guardano più avanti: al 6 maggio 2016, quando scadrà la convenzione di servizio tra Stato e Rai sul servizio pubblico, data che le tv regionali private hanno cerchiato in rosso.

E intanto emergono gli sprechi locali, soprattutto immobiliari: a  Firenze ogni dipendente ha a disposizione 140 metri quadri, la sede di Bari ha otto piani per un centinaio di dipendenti in tutto, a Genova i piani sono addirittura 12  e a Venezia  si lavora tra gli affreschi del Tiepolo a palazzo Labia, che la Rai non riesce a vendere. Che le sedi siano in qualche caso un problema l’ha ammesso, oltre all’Usigrai, anche il direttore generale della  Rai Luigi Gubitosi, portando l’esempio dei grandi spazi fiorentini in una sua audizione in commissione di vigilanza Rai. E i giornalisti che abitano quei saloni?  Sono circa 700 (sui 1700 totali) rimpolpati proprio in questi giorni dall’innesto dei 40 vincitori della penultima selezione interna destinata alle sedi regionali. E nonostante in Rai la forza lavoro non manchi, fino al 24 aprile è aperto il bando di concorso per 100 giornalisti professionisti, lista da cui, grazie al turn over garantito dal piano di uscite, si pescherà nel prossimo triennio. I dirigenti delle sedi  locali, tra giornalisti e non giornalisti sono invece circa 70, i funzionari 200, circa mille gli impiegati. La sede più popolata è quella di Bolzano con circa 200 dipendenti,  la più piccola quella di Campobasso, dove sono una settantina. A Bologna sono in 130, a Trento in 80.   
Troppi? A dicembre, quando Milena Gabanelli aveva attaccato  il servizio pubblico regionale (tante sedi, costi esagerati, contenuti  dominati da cronache di sagre e tagli di nastri a cura di questo o quell’assessore) il direttore della Tgr Vincenzo Morgante aveva risposto piccato ricordando che i giornalisti Rai locali producono quotidianamente tre tg, due giornali radio, più le rubriche quotidiane Buongorno regione e Buongiorno Italia,  una serie di rubriche settimanali e i pezzi per i tg nazionali.  L’Usigrai aveva fornito fieramente le cifre: 8500 ore di tv e 6.200 radiofoniche all’anno.  Però qualcosa che non va nel rapporto tra Tg nazionali e redazioni locali esiste: è noto ad esempio che Bianca Berlinguer direttore del Tg3, non ama i contributi dei colleghi regionali e si limita a chiedere le immagini. Tanto che  il dibattito sull’utilizzazione delle sedi locali, in Rai è aperto: la Fistel Cisl, ad esempio, chiede che siano inserite nel processo produttivo dell’offerta editoriale. In sintesi, oltre ad occuparsi dell’informazione, secondo la Cisl potrebbero  anche  contribuire ai programmi delle reti.
C’è poi la questione dei contenuti.  Sempre di peso, come le cronache degli sbarchi a Lampedusa a cura dei giornalisti della tgr siciliana o molto contaminati da sagre e interviste plurime agli assessori come sosteneva Gabanelli?
Il senatore Rossi, che per la sua  vicinanza (ufficialmente ex vicinanza) all’emittente concorrente Primocanale è molto criticato in Rai, sostiene duramente che le sedi regionali «sono popolate da una casta trasversale, legata a questo o a quel  partito al quale spesso devono rispondere». Attilio Romita, ex mezzobusto del tg1 dall’estate scorsa a capo della    sede Rai di Bari racconta che una volta approdato in Puglia ha deciso di dare una svolta ai contenuti dei notiziari , privilegiando  cronaca e dibattito politico a scapito di convention e premiazioni. «Ho aumentato gli ascolti, da una media di 200mila telespettatori a 300mila di media nell’edizione di punta delle 14» chiarisce a Panorama.it «ma adesso ho una vita difficile. Politici e imprenditori locali mi telefonano dicendomi “tu hai abbandonato il territorio” e anche i miei giornalisti sono in difficoltà con i loro interlocutori che spingono per fiere e affini. Il fatto è che qui sono sempre andati tutti pazzi per la sagra della zampina (una sorta di salsiccia arrotolata ndr). O per i gol della partita Barletta-Vico del Gargano. Ma io vengo dal Tg1 e ho deciso di trasferire qui quell’esperienza».

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