«La Cassazione l’ha ammesso: con me il diritto è stato stravolto»
Credit: Elisabetta Cocciani
«La Cassazione l’ha ammesso: con me il diritto è stato stravolto»
News

«La Cassazione l’ha ammesso: con me il diritto è stato stravolto»

Marcello Gualtieri, commercialista, viene arrestato per furto e riciclaggio nel 2006. È stato assolto, ma solo dopo 8 anni.

Sei mesi in carcere, da innocente, e un guazzabuglio processuale che gli ha rubato 8 anni di vita. Questa è la storia di Marcello Gualtieri, commercialista milanese di 53 anni. Le indagini a suo carico partono dall’inchiesta Telecom per i dossieraggi illeciti praticati nel 1997-2006 dalla società Security di Telecom e Pirelli, guidata da Giuliano Tavaroli ai tempi della presidenza di Marco Tronchetti Provera, cui avrebbero contribuito, secondo l’accusa, anche pubblici ufficiali come l’ex funzionario del Sismi Marco Mancini. Secondo i pm Stefano Civardi e Nicola Piacente, Gualtieri avrebbe architettato il riciclaggio dei circa 20 milioni di euro corrisposti dalle aziende di Tronchetti Provera a Emanuele Cipriani, l’investigatore più usato da Tavaroli. In particolare, Gualtieri avrebbe perfezionato il reato «con l’aver costituito, conscio di lavare denaro di provenienza illecita, due società prive di struttura operativa: in una parola uno schermo».

Quando l’inchiesta è ancora agli inizi, il 20 settembre 2006, Gualtieri viene svegliato alle 4 del mattino e sbattuto in carcere. L’accusa nei suoi confronti è doppia: appropriazione indebita e riciclaggio. Gualtieri resta in cella fino al 19 marzo 2007. Sono 6 mesi da condannato preventivo, in isolamento diurno e notturno. Nell’ordinanza d’arresto il gip usa per lui parole lapidarie: «La scaltrezza dimostrata, la fedeltà e disponibilità offerta negli anni dal prevenuto, seppur dietro lauti pagamenti, rendono per Gualtieri elevata la probabilità di reiterazione dei reati della stessa specie di quello per il quale si procede». In 6 mesi l’imputato viene interrogato soltanto due volte. La domanda ossessiva, cui non riesce a dare risposta, è: «Perché il suo nome nella rubrica di Tavaroli compare con il nick “testa fina”?». Le istanze di scarcerazione vengono tutte respinte. Dopo 4 mesi il direttore del carcere scrive al pm: siete sicuri che dobbiamo continuare a tenerlo in isolamento? La risposta dei pubblici ministeri è affermativa: sì, deve restare lì, e dire quello che sa. Intanto cambia il gip, e mentre i pm continuano a ritenere Pirelli e Telecom parti lese, s’insinua l’idea che forse si debbano indagare proprio i vertici delle due multinazionali. Le quali, seppure indicate dalla pubblica accusa come vittime di un furto di 20 milioni di euro, non sentono la necessità di sporgere formale denuncia. L’inchiesta prende poi tutta un’altra strada, le due aziende diventano imputati e patteggiano la pena. Il nuovo giudice dell’udienza preliminare, Mariolina Panasiti, assolve Gualtieri perché il fatto non sussiste: esclude l’appropriazione indebita, teorema portante dell’accusa, negando il presupposto del riciclaggio. La Cassazione conferma. I pm, comunque, fanno appello.

Gualtieri osserva: «Dopo l’assoluzione in primo grado e quella conferma della Cassazione, era pacifico che il giudizio di appello fosse solo una formalità, invece ho capito subito di trovarmi di fronte a un plotone d’esecuzione». Il giudizio viene assegnato alla seconda sezione, poi inspiegabilmente trasferito alla quarta sezione della Corte d’appello di Milano, presieduta dal giudice Luigi Martino: lo stesso della «esemplare» condanna ai vertici dei servizi segreti italiani nel caso Abu Omar.

Il 6 novembre 2012 i giudici d’appello condannano Gualtieri a 4 anni di reclusione per riciclaggio, senza lesinare inusuali critiche al giudice di primo grado («guidato da molta confusione» e autore di una «sentenza storpia», prodotta con «un modo di procedere davvero eccentrico») e alla stessa Cassazione (che pare «voglia debordare»). «Gualtieri» si legge nella condanna «si colloca nella fascia di professionisti specializzati nel costituire società di comodo e ai quali ci si rivolge (...) non tanto per pagare meno tasse nel rispetto del diritto tributario italiano, bensì per lo studio e la realizzazione di strutture di carta: tradotto in chiaro, per evadere il fisco. Insomma è disponibile ad aiutare i suoi clienti a violare la legge penale». Peccato che questo non sia un processo per reati fiscali. «Mi sono sentito vittima di un agguato» ricorda Gualtieri. «Dopo l’arresto, era il secondo mostro giudiziario che si abbatteva sulla mia vita».

Ma il 19 novembre 2013 la situazione si ribalta: arriva l’assoluzione definitiva della Cassazione, che annulla senza rinvio la condanna perché il fatto non sussiste, ed elogia il giudice di prima istanza. «Sono trasecolato, quando ho sentito il procuratore generale parlare di uno “stravolgimento dei principi generali dell’ordinamento giuridico italiano, al solo fine di tenere in piedi un processo basato sul nulla”» commenta Gualtieri. Poi dice alla cronista: «Ho portato con me in aula il suo libro, Condannati preventivi. Credo mi abbia portato fortuna».

Conclude Gualtieri: «A chi è vittima della tortura legalizzata del carcere preventivo, com’è capitato a me, vorrei dire di non smettere mai di credere nella propria innocenza, di non far morire in cella il fanciullo che è in ognuno di noi. Io ci sono riuscito e oggi sono un uomo più forte: è questo che racconterò a mio figlio».

Leggi Panorama Online

Ti potrebbe piacere anche

I più letti