Caso Marò: il precedente della "Rainbow Warrior"
Ansa.
Caso Marò: il precedente della "Rainbow Warrior"
News

Caso Marò: il precedente della "Rainbow Warrior"

Quasi 30 anni fa la Francia chiese la mediazione dell'Onu e ottenne dalla Nuova Zelanda la restituzione dei due agenti segreti coinvolti nell'esplosione della nave di Greenpeace

E se l’Italia decidesse di tenere i marò in Ambasciata a New Delhi, non li facesse più uscire senza prima ottenere un salvacondotto per l’Italia, e i marò non andassero neppure a mettere la firma al commissariato come ogni settimana (sottraendosi di fatto al regime di libertà vigilata)? Ecco un’ipotesi davvero nuova, dura, forse estrema, ma di cui si starebbe parlando a Palazzo Chigi e alla Farnesina, e che sarebbe contemplata dal diritto internazionale sotto il capitolo “contromisure”, dal punto di vista italiano perfettamente legittima (forse addirittura tardiva). Una scelta che il direttore dell’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR, Giuseppe Palmisano, luminare della materia, mostra di preferire anche a soluzioni più morbide. La più morbida di tutte: l’accettazione del processo in India “con le leggi indiane”, come ribadito anche dal più colomba dei ministri indiani, il capo diplomazia Salman Kurshid. Quando finalmente la Corte Suprema di Delhi, dopo 27 rinvii del caso nelle aule di giustizia indiane, avrà deciso che tipo di processo e che tipo di normativa applicare ai nostri fucilieri di Marina, resterà sempre il dilemma, per il premier Matteo Renzi, di scegliere fra due strade. Linea dura o linea morbida?

La prima porta dritta al processo davanti a una corte speciale, con una probabile condanna a dieci anni di carcere (visto il malanimo mostrato finora e il contesto politico-elettorale di un fronte nazionalista all’attacco del Partito del Congresso dell’“italiana” Sonia Gandhi). A quel punto, sulla base di un accordo bilaterale del luglio 2012, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone potrebbero scontare la pena in Italia. Ma non potrebbero ottenere la grazia dal capo dello Stato senza il preventivo accordo di Delhi, e soprattutto tornerebbero non “con onore”. Rientrerebbero col marchio di “assassini”. Per segnalare la totale presa di distanze da questo percorso, il governo dovrebbe gradualmente innalzare il livello di scontro diplomatico (e forse commerciale) con l’India. E sottrarre i due marò alla giurisdizione indiana anche “fisicamente”, offrendogli rifugio nel “territorio italiano” dell’ambasciata. Secondo Palmisano, a quel punto l’ambasciatore potrebbe esser dichiarato “persona non grata”, ma l’India non potrebbe mai lederne l’immunità diplomatica minacciandolo a sua volta di arresto (come fece lo scorso anno quando l’Italia decise di non rimandare i marò in India; in quel caso, l’errore fu che all’ambasciatore Mancini fu fatto firmare un affidavit, un impegno scritto, davanti alla Corte Suprema).

Nel frattempo correrebbe parallela al processo che comunque avrà luogo (si sottraggano o no i marò) la richiesta di un arbitrato o una mediazione internazionale. L’arbitrato potrebbe assumere diverse forme, compresa quella dell’arbitrato ad hoc in cui le parti concordano la composizione della corte arbitrale (normalmente due giudici per parte, che ne scelgono un quinto super partes), il luogo del giudizio e la normativa da applicare. L’opzione indicata come la migliore dal professor Palmisano è quella di un’iniziativa diplomatica dell’Italia sulle Nazioni Unite per ottenere la mediazione del Consiglio di Sicurezza o dello stesso Segretario Generale. “C’è un precedente famoso in questo senso”, avverte. E cita il caso della “Rainbow Warrior”, la nave ammiraglia della flotta di Greenpeace che contrastava gli esperimenti nucleari francesi nell’atollo di Moruroa. Fu fatta saltare da cariche esplosive piazzate di notte da due agenti segreti francesi nel porto di Auckland, Nuova Zelanda, il 10 luglio 1985 (una vittima, il fotografo olandese di origini portoghesi Fernando Pereira, che affogò).

Gli agenti vennero arrestati e processati, ma il governo francese li difese sostenendo che avevano obbedito agli ordini. Ne scaturì una controversia internazionale tra Francia e Nuova Zelanda, fino alla mediazione del Segretario Generale dell’ONU e a un arbitrato internazionale con sede a Ginevra. “La Francia fu condannata al risarcimento, ma gli agenti furono restituiti alla Francia con l’accordo che fossero sottoposti a un periodo di tre anni di confino in una base militare francese in un atollo polinesiano”. Gli 007 rimasero per molto meno nell’isola di Hao, il governo francese trovò il modo di farli rientrare in anticipo. Quella storia di quasi trent’anni fa può insegnare qualcosa nella gestione del caso dei marò.

Intanto il governo deve decidere fino a che punto marcare il proprio rifiuto della giurisdizione di Delhi e denunciare la violazione fondamentale da parte indiana: il non riconoscimento dell’immunità funzionale dei nostri due fucilieri, quel 15 febbraio 2012 in servizio anti-pirateria in nome e per conto dell’Italia. Altrimenti, non resta che la seconda strada: piegare la testa, attendere il processo e la condanna, e far rientrare i marò in Italia il più presto possibile. A Matteo Renzi l’ardua scelta.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti