Il pasticcio dei marò
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Il pasticcio dei marò

A quasi due anni dall'arresto la giustizia indiana continua a giocare con loro e con l'Italia come il gatto con il topo. Anche per i nostri errori clamorosi - L'opinione - Le tappe della vicenda

Piccoli governi fanno grandi pasticci. Tecnici come Mario Monti o campioni delle larghe intese (sempre più strette) come Enrico Letta, procedono a colpi di burocrazia e «note verbali» anche davanti a una crisi diplomatica grave come quella con l’India. E tutto si complica, in una spirale senza fine. Ricostruendo la catena degli eventi, si ricostruisce infatti pure la catena degli errori. Senza i quali i fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone si troverebbero oggi in Italia invece che a Delhi, non dovrebbero affrontare una corte speciale e lo spettro della pena di morte. Il pasticcio dei marò comincia alle 4 e mezzo di pomeriggio, mezzogiorno in Italia, del 15 febbraio 2012. A 20,5 miglia nautiche dalla costa indiana del Kerala, sei fucilieri di Marina del battaglione San Marco, in servizio antipirateria sulla petroliera Enrica Lexie, si convincono che il peschereccio di 12 metri che si sta avvicinando in rotta di collisione, il St. Anthony, è un battello pirata. Avvistato a 2,8 miglia, non accenna a deviare la corsa neanche dopo i segnali luminosi, le sirene, gli spari in aria e in acqua. A 100 metri, una pioggia di pallottole uccide i marinai Selestian Jelastine e Ajesh Pinku. La Enrica Lexie mantiene la rotta verso Gibuti.

È tragedia, ma il pasticcio diplomatico non è ancora cominciato. La nave ha percorso 38 miglia nautiche quando una telefonata della Guardia costiera di Mumbai intima al comandante di attraccare al porto di Kochi. L’armatore dà l’ok. I marò, interpellata la «catena di comando militare», ottengono il via libera. Il primo errore è questo. Nessuno ha capito, nelle nostre sale operative interforze, che gli «italian marines» stanno per cadere in una trappola. Dirà l’inviato del governo, il sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, che le autorità hanno attirato i fucilieri in porto con l’inganno, col pretesto di riconoscere i pirati. Sarà. La Enrica Lexie comunque passa la linea delle 12 miglia territoriali. È in porto, ma di certo non è al sicuro.

Quattro giorni dopo, Latorre e Girone vengono formalmente arrestati. Nelle strade spuntano cortei contro l’Italia. Il governo Monti protesta, ma non ha ancora percepito la vastità delle conseguenze. Il 21 febbraio arriva De Mistura, il 28 il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Santagata. I due marò rischiano la fucilazione in base al Sua act, la legge antiterrorismo sulla sicurezza marittima, che estende la giurisdizione indiana a 200 miglia nautiche e inverte l’onere della prova. Latorre e Girone devono dimostrare la propria innocenza, non tocca alla polizia provare la loro colpevolezza.

Il 5 marzo i due fucilieri finiscono nel carcere di Trivandrum. E il pasticcio è fatto. Monti schiera la diplomazia, ma l’Italia non va oltre le carte bollate. Rivendica la sua giurisdizione perché la Enrica Lexie è italiana e incrociava acque non territoriali. I marò hanno pure lo scudo dell’immunità di funzione. Ma le ragioni dell’Italia non fanno breccia. In India c’è un fermento nazionalista che non aiuta. E i marò sono italiani come la leader del Congresso, Sonia Gandhi. L’opposizione la attacca. Roma invoca l’arbitrato internazionale in base alle convenzioni dell’Onu. Il premier Mario Monti si limita a telefonare al suo omologo, Manmohan Singh. Monti sottovaluta l’India. Il governo spera, risarcendo con poche centinaia di migliaia di euro le famiglie, di fermare la macchina giudiziaria. I parenti dei pescatori ritirano le denunce, ma le indagini proseguono. Il 30 maggio, dopo tre mesi di carcere, Latorre e Girone sono liberi su cauzione. Vivono in albergo, c’è un ricorso dell’Italia pendente alla Corte suprema. Tornano in Italia con un permesso di due settimane a Natale.

Il 18 gennaio 2013, colpo di scena. La Corte stabilisce che la Enrica Lexie si trovava nella «zona contigua» tra le 12 e le 24 miglia nautiche, un limbo tra acque territoriali e internazionali in cui la giurisdizione non sarebbe del Kerala o dell’Italia ma dell’India. E rimanda tutto a un tribunale speciale. Nell’attesa, i marò risiederanno nell’ambasciata italiana, con obbligo di firma ogni settimana. Distaccati nell’ufficio dell’addetto militare in alloggi ad hoc, diranno «ci sentiamo in casa ma non a casa». Il Tribunale speciale è una doccia gelata. L’India viola un principio fondamentale: il diritto al giudice naturale. L’Italia traccheggia. Invece di sottolineare in tutte le sedi il pericolo di questo precedente per le navi di qualsiasi nazionalità, ancora si affida agli avvocati. Il 22 febbraio altro permesso premio, stavolta di quattro settimane, per votare in Italia. Ma invece di accogliere i marò nel modo più discreto possibile, Monti li riceve davanti a telecamere e flash: il giorno dopo si vota e quel rientro è un bell’aiuto alla campagna elettorale. Errore gravissimo. Il ministro Terzi a Natale aveva interpellato riservatamente il premier per far restare i marò in Italia. Nessuna risposta. Un intervento della procura avrebbe forse potuto bilanciare il gioco delle tre carte indiano giudici-governo. L’Italia avrebbe potuto dire di voler rimandare i marò in India ma di rispettare la magistratura, sovrana e autonoma come la Corte suprema di Delhi. L’11 marzo, undici giorni prima della scadenza, d’accordo tutto il governo e il Quirinale, Terzi annuncia: i marò restano in Italia. Peccato che il nostro ambasciatore Daniele Mancini abbia firmato un affidavit a garanzia del rientro.

L’errore qui è aver lasciato tutto il tempo all’India per adottare le contromisure. La Corte suprema intima a Mancini di non lasciare il paese. Lui perde l’immunità, rischia l’arresto, è ostaggio di fatto. Concepibile non averlo previsto? Allora Palazzo Chigi ci ripensa e annuncia il ritorno dei marò a Delhi, e forse anche questo è uno sbaglio. Latorre e Girone salgono su un volo militare. Sulla decisione hanno pesato 7 miliardi di dollari di affari con l’India. L’Italia fa la figura di tradire la parola e rimangiarsi il tradimento. I fucilieri da bravi militari obbediscono.

Il 26 marzo, Terzi si dimette. Il prestigio dell’Italia è al punto più basso. De Mistura ha solo ottenuto la firma dell’incaricato d’affari indiano su un foglio che è poco più di un parere legale. «Questo caso» si legge «non ricadrebbe nella categoria di fattispecie che comportano la pena di morte, cioè i più rari tra i casi rari». Il primo aprile l’India affida le indagini, che devono ripartire da zero, non al Bureau centrale di polizia ma alla Nia, la National investigation agency, in base al famigerato Sua act. La pena di morte non è affatto esclusa. La diplomazia italiana non è neppure in grado di ottenere il rispetto di quello straccio d’impegno firmato a Roma. Il 24 gennaio di quest’anno, il capo della Nia può dire d’aver completato le indagini. L’Italia accetta la giurisdizione indiana, mentre la contesta. E fa fatica a persuadere l’Unione europea a minacciare il blocco dell’accordo di libero scambio con Delhi. È probabile che l’India cerchi ancora di tirarla per le lunghe, aspettando le elezioni politiche in maggio. Ecco il dubbio è: potrà mai essere Enrico Letta il leader in grado d’imprimere una svolta al pasticcio dei marò?

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