Caos Egitto: la primavera mai arrivata e l'ombra del Qatar
Caos Egitto: la primavera mai arrivata e l'ombra del Qatar
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Caos Egitto: la primavera mai arrivata e l'ombra del Qatar

Tra i Fratelli Musulmani, l’esercito e le opposizioni egiziane spuntano milizie finanziate dal Qatar

by LookOut News

Dopo la rivoluzione che ha deposto Hosni Mubarak, dopo la nomina a presidente di Mohamed Morsi - affine agli islamisti della Fratellanza - e dopo la forzatura di quest’ultimo sulla nuova Costituzione di stampo islamico, il caos istituzionale e la rivolta nelle piazze hanno paralizzato l’Egitto. La famosa Piazza Tahrir, simbolo della sollevazione popolare, è ormai un ricordo sbiadito da quando l’esercito l’ha sgomberata. E le nuove elezioni promesse per il 21 aprile prossimo, non si svolgeranno: tutto è ancora fermo e il Paese, diviso su tutto, sprofonda nel caos giorno dopo giorno.

Lo stato dell’arte della politica egiziana è il seguente: da un lato, ci sono i partiti d’opposizione che a vario titolo si richiamano al Fronte di Salvezza Nazionale del leader El Baradei, d’impostazione pressoché laica e democratica. Dall’altro, c’è il gruppo islamista della Fratellanza (ovvero i Fratelli Musulmani, illegali dal 1954 fino a poco prima delle rivoluzione, per l’accusa di aver assassinato Nasser) che trova la sua rappresentanza politica nel partito Giustizia e Libertà. Loro pretendono - e per ora l’hanno ottenuto - che la Sharia, ovvero la legge del Corano, sia la principale fonte legislativa del Paese.

Quindi, c’è l’esercito - il più potente tra i Paesi arabi - che mantiene, anche nel nuovo sistema costituzionale, privilegi enormi tra cui quello di giudicare i civili a propria discrezione. Tutto ciò non deve destare sospetti perché, in fondo, l’esercito è sempre stato il punto di riferimento dell’Egitto: oggi sono i militari a garantire l’ordine pubblico e sempre loro hanno destituito Mubarak. Così come in passato hanno destituito il re Faruq, sostenuto Nasser, perseguito la Fratellanza, difeso Sadat e respinto Israele nella guerra del Kippur. E, in caso di guerra civile, sarebbe ancora l’esercito a defenestrare Morsi, imponendo un nuovo ordine. Dunque, senza i militari non si può immaginare alcun equilibrio in Egitto.

L’intervento del Qatar

Ma ciò che preoccupa davvero è quanto accade all’ombra del Palazzo Presidenziale, dove il potente Qatar tesse le fila di un proprio progetto politico, alternativo anche all’esercito egiziano. È un fatto assodato che il Qatar supporti politicamente e finanziariamente Il Cairo. Ed è sempre il Qatar ad aver fomentato le rivolte di piazza degli ultimi due anni, grazie anche al megafono mediatico di Al Jazeera (di proprietà dell’emiro di Doha, Hamad bin Khalifa Al Thani).

Adesso, però, la piccola ma potente protuberanza dell’Arabia Saudita, già al centro del network politico-finanziario del Medio Oriente e dell’Asia minore, intende allargare il proprio campo d’azione. A cominciare proprio dall’Egitto, snodo cruciale per via del Canale di Suez, e infiltrato grazie allo strapotere economico dei suoi petroldollari.

Non essendo pienamente riuscita la “primavera egiziana”, il Qatar ha rimodulato i propri piani e oggi tenta di convincere il governo di Morsi a instaurare corpi militari alternativi all’esercito (di cui il presidente può fidarsi solo in parte) a protezione del regime. Qualche mese fa, Doha suggeriva al presidente di creare quanto prima un’intera compagnia di miliziani vicina ai Fratelli Musulmani, quale forza di sicurezza di fedelissimi del presidente. Una sorta di “guardiani delle rivoluzione”, come quei pasdaran khomeiniani che abbiamo già visto all’opera in Iran.

La notizia sarebbe stata involontariamente confermata dallo stesso presidente Morsi, al quale pochi giorni fa è sfuggita una confessione choc: l’intelligence egiziana controlla direttamente un’organizzazione clandestina. Si tratta dei baltajia (termine traducibile come “teppisti e criminali”), una vero e proprio armata parallela composta da trecentomila  uomini, di cui ottantamila già presenti nella capitale.

Sebbene una fonte dei servizi d’informazione egiziana abbia smentito tali accuse bollandole come disinformazione, se ciò fosse vero significherebbe che il presidente Mohamed Morsi sta effettivamente costituendo un suo “esercito irregolare” per influenzare a proprio favore il corso politico del Paese, destabilizzando le piazze e strumentalizzando la protesta. Applicando, cioè, l’antica tattica del divide et impera.

E, in effetti, il proliferare di Black Bloc in giro per il Paese, le manifestazioni pacifiche dei cristiani copti dove improvvisamente spuntano molotov e fucili semiautomatici, gli ultras delle squadre di calcio che si trasformano in guerriglieri e criminali, sono segnali quantomeno sospetti.

Tutto ciò potrebbe essere il preludio di una vera e propria guerra civile, se è vero che già questo pomeriggio i manifestanti del “Movimento 6 aprile” hanno annunciato che tenteranno di riprendersi Piazza Tahrir. Una miccia per far scoppiare la bomba la si trova sempre.

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