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Calcio

Basta ipocrisie. Difendiamo il sistema calcio ora e dopo il Covid-19

Il campionato regge da solo l'intero sistema economico del calcio, versa miliardi allo Stato in tasse eppure c'è chi come il Ministro Spadafora sogna di farlo fermare. Senza calcolare le conseguenze

In questa tragica vicenda della pandemia, che sta bloccando l'Italia intera e costringe ogni sera alla dolorosa conta dei morti e dei contagiati, c'è un solo ministro che non perde occasione per prendere a mazzate il settore di punta del suo comparto. E c'è un solo sindacalista che, al netto di cambi di posizione dell'ultima ora, predica la chiusura anticipata dell'attività di cui si occupa invece di battersi allo stremo delle forze perché la fabbrica riapra.

Anche se la fabbrica è quella del pallone, che pare effimera e certamente non è tra le attività indispensabili di questo Paese, ma alla fine dei conti rappresenta anche un settore industriale da miliardi di euro (3 più tutto l'indotto), posti di lavoro (300.000 persone) e contribuzione allo Stato attraverso tasse e contributi (1,2 miliardi all'anno). Tutto legato a quel maledetto pallone che ha smesso di rotolare nel primo week end di marzo e che nessuno è in grado di dire se e come potrà ricominciare a vivere.

In questo momento di drammatica urgenza nazionale, servirebbe che tutti facessero il loro ruolo con responsabilità. E' incomprensibile la posizione del ministro dello Sport Vincenzo Spadafora, l'uomo che nelle prime ore del mattino dell'8 marzo scorso riuscì con una piroetta da primato a smentire il decreto firmato dal suo stesso Governo chiedendo alla Serie A di fermarsi malgrado il Governo (cioè lui stesso) avessero detto di andare avanti a giocare («È vero che nel Dpcm c'è ancora la disposizione delle porte chiuse, ma stiamo consigliando agli italiani di stare a casa. Il mondo del calcio si sente immune da regole e sacrifici» le sue parole a bufera in corso).

Incomprensibile perché la ripartenza della Serie A, sempre ammesso che si creino condizioni oggi ancora lontane dal maturare, è l'unica strada per limitare i danni. Che non significa salvare il circo d'oro che lui, con un pizzico di demagogia, attacca di continuo: la locomotiva del treno che dovrebbe guidare. A lui e alla politica in senso alto si chiede di assolvere al compito di dare linee guida, rispettare le autonomie e trovare il modo di partecipare alla colletta che dovrà mettere in sicurezza il sistema calcio in Italia. Non quello dei multimilionari, ma la base della piramide che rischia di scomparire.

Il calcio chiede allo Stato in queste ore accesso agli ammortizzatori sociali per le fasce più deboli (stipendi normali per intenderci), liberalizzazione nelle sponsorizzazioni del settore delle scommesse, in cui l'Italia è l'unica ad aver posto divieti, accelerazioni per gli investimenti sugli stadi e un contributo dell'1% sulle scommesse che sono una torta da 10 miliardi di euro in cui lo Stato incassa senza versare nemmeno un euro ai titolari dei marchi e del campionato che generano quel flusso di giocate. Queste sono le risposte che il ministro Spadafora deve impegnarsi a dare, il resto è fuffa. Demagogia. Bassa politica fatta sulle spalle di un settore dal quale dipende a cascata lavoro e reddito di centinaia di migliaia di cittadini.

Tutto il resto, dai calendari al taglio degli ingaggi più ricchi, passando per la definizione di se e come salvare questa stagione anche a livello internazionale, va lasciato a chi ne ha competenze: Fifa, Uefa, federazioni, leghe e sindacato calciatori con i medici a fare da guida spirituale e pratica. E in questo consesso è assurdo che ci sia chi spinge per dichiarare defunto il campionato già oggi, senza aspettare di capire l'evoluzione dei contagi. Per lo più è un fronte che difende interessi particolari: evitare una retrocessione, salvaguardare il posto in Europa o prendersi i soldi delle tv (sempre se non si ribelleranno) incassando nel contempo anche i risparmi della riduzione degli ingaggi. Visione miope e pericolosa. Va detto forte: se ci sarà la possibilità (e lo diranno gli organismi superiori di medicina e politica), l'industria calcio dovrà ripartire come accadrà nelle prossime settimane a tanti settori che da metà marzo sono stati costretti al lockdown. Non farlo sarebbe un clamoroso autogol oltre che l'ennesima dimostrazione che attorno al pallone ruota il peggio della società italiana.

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