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Calcio

Addio Qatar, un Mondiale da non dimenticare

Tecnicamente povero con una finale eccezionale, le contraddizioni e le polemiche sui diritti umani, il ruolo della Fifa e gli scenari della guerra intorno al pallone - MESSI E LA TUNICA CHE MACCHIA LA STORIA

Ora che il mese di calcio nel deserto è alle spalle, con le sue parole, polemiche, suggestioni e fascinazioni, quello che resta è la sensazione di aver vissuto tante piccole pagine di storie dentro un romanzo che non diventerà mai un classico. E' stato il Mondiale della prima volta dell'Africa in una semifinale, quello dei saluti di una generazione di fuoriclasse o presunti tali che ci ha tenuto compagnia per un ventennio e che ha abbandonato la scena lasciandola ai due predestinati. E' stato il Mondiale con poche novità tecniche e tattiche, a lungo nella prima fase nemmeno troppo spettacolo, ma che nell'atto finale tra Argentina e Francia ha condensato il meglio che questo sport sia in grado di offrire.

E' stato il Mondiale delle contraddizioni, dei simboli negati e di quelli esibiti. Niente fasce arcobaleno, scritte a sfondo politico, manifestazioni di dissenso non pagante, via libera all'esibizione della tunica qatarina che l'emiro ha voluto calare sulle spalle di Messi nel momento più iconico di tutti: quasi una cambiale incassata dopo dieci anni di inchieste e un profluvio di dichiarazioni sull'opportunità di consegnare il calcio in mano ai soldi arabi. Dibattito a tratti molto ipocrita, se è vero che il football è un'industria ormai a tutti i livelli e come tale si sceglie clienti e partner senza guadare all'apparenza. Lo fanno tutti i settori dell'economia, lo fa anche il pallone, con buona pace dei diritti umani e delle minoranze.

Ha vinto l'Argentina ed è stato il finale più letterario e poetico che si potesse scrivere. Messi vincerà il prossimo Pallone d'Oro transitando direttamente dal podio di Doha a quello di Parigi, si spera agghindato in maniera più decorosa. Il presente, non il futuro, è di Mbappé e siccome non risulta che in Norvegia ci sia un fiorire di talenti da affiancare ad Haaland è possibile che i primati di Pelé tremeranno nel prossimo decennio. E' stato un Mondiale in cui ha dominato l'organizzazione delle squadre, ma che solo il talento dei singoli ha saputo sublimare e non è un caso che l'ultimo atto sia stata una sorta di confronto tra titani: Messi contro Mbappé. Fuori i secondi.

E' stato il Mondiale dell'emiro Al Thani e del Psg. Sapranno i parigini conquistare la Champions League su cui hanno investito miliardi fin qui a fondo perduto? E resterà il Qatar nel giro del grande calcio ora che la necessità di trainare l'evento si è esaurita? Alle viste c'è l'avanzata dell'Arabia Saudita che vorrebbe organizzare l'edizione del 2030. Vorrebbe. Chissà quale sarà la posizione della Fifa di Gianni Infantino...

Dal punto di vista organizzativo è stato un successo, nessun dubbio. Stadi fantastici, zero problemi di ordine pubblico (non imprevedibile viste le usanze del luogo), partite racchiuse in un fazzoletto di chilometri e fruibili in gran numero per tutti. Meglio così rispetto a Brasile 2014, Russia 2018 e a quello che accadrà tra Stati Uniti, Canada e Messico tra quattro anni. Molto meglio così che nell'Europeo itinerante che abbiamo vinto nel 2021. Se possiamo prendere una lezione positiva dal Qatar, questa di sicuro merita uno studio approfondito.

Non ci sono stati scandali arbitrali ed è un buon risultato. Ci sono stati i maxi recuperi che sono l'antipasto del tempo effettivo e non è detto che sia un bene. C'è stata tanta tecnologia ma alla fine ha prevalso il fattore umano, come è bello che accada. E' stato un Mondiale di storie di uomini e anche per questo verrà ricordato: le lacrime di Ronaldo, le bocche serrate degli iraniani, la maschera di Modric, le mamme dei giocatori marocchini a ballare in campo.

Cosa accadrà da domani in Qatar è la sfida che rimane da giocare. Infantino e la Fifa hanno impostato tutta la loro campagna comunicativa sul fatto che l'eredità del Mondiale sarebbe stato un paese migliore di quello trovato nel 2010, con maggiori diritti per minoranze e lavoratori. E che questa eredità non si sarebbe dispersa nel tempo. Impegnativa come garanzia, anche perché obbliga i vertici del calcio mondiale a tenere accesi i riflettori su Doha e sul deserto che lo circonda. A partire da cosa accadrà (sta già accadendo) alle migliaia di lavoratori che devono smontare stadi e scenografie.

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