Le malattie della Serie A esplodono con il Coronavirus
Luigi De Siervo (Ansa)
Le malattie della Serie A esplodono con il Coronavirus
Calcio

Le malattie della Serie A esplodono con il Coronavirus

Mentre si discute di trasmettere in chiaro le partite (solo la serie Pro aderisce alla proposta del ministro Vincenzo Spadafora), la lega di serie A resta divisa e in difficoltà. Il 12 marzo ci sarà l'assemblea decisiva per il futuro di De Siervo e i diritti tv


Chi comanda il calcio italiano? Chi muove le leve della Lega di Serie A, associazione che gestisce per conto della Figc e dei club un sistema da oltre 3 miliardi di euro di fatturato? Chi è il dominus che muove i fili di un mondo in cui anche lo slittamento di poche ore o giorni di una partite può creare un disequilibrio competitivo sportivo e, di conseguenza, economico? Basta seguire il filo degli ultimi dieci anni negli uffici di via Rosellini a Milano per farsi un'idea. Partendo da un punto fisso indiscutibile: per come è strutturata adesso, diritti e poteri, la Lega di Serie A assomiglia più a un'assemblea di condominio permanente in cui, però, tutti hanno il potere il mettersi di traverso e bloccare decisioni fondamentali. Qualcuno più degli altri, ma in generale non c'è manager scelto e paracadutato ai piani altissimi che sia riuscito nell'impresa di dare la sua impronta. E nelle prossime ore, dopo la lettera del ministro per le Politiche giovanili e lo Sport, Vincenzo Spadafora, chi prenderà la decisione definitiva sull'ipotesi di guardare le partite in chiaro? Al momento la serie C ha aderito alla proposta di trasmettere in chiaro le partite. Per il resto è tutto ancora da comprendere.

Finita nel 2017 la lunga era di Maurizio Beretta, ex giornalista ed ex Confindustria, sulla poltrona di presidente di Lega si sono alternati in 6 in poco meno di 3 anni, compresi i commissari ad interim nei tanti passaggi di crisi politica e istituzionale: Carlo Tavecchio, poi azzoppato dal fallimento mondiale della nazionale, Giovanni Malagò, che non è riuscito a domare i presidenti del pallone prima di lasciare, Mario Cicala e Giancarlo Abete chiamati al capezzale dopo l'improvvisa fuoriuscita di Gaetano Micciché.

Banchiere, eletto all'unanimità il 19 marzo 2018 ed entrato in carica a maggio, Micciché è durato in Lega la miseria di 148 giorni prima di abbandonare anticipando i risultati dell'istruttoria della Figc aperta per le presunte irregolarità nella sua elezione. Una polpetta avvelenata servita dai presidenti in un clima di tutti contro tutti e sulla quale si è messa a indagare anche la Procura di Milano con il coordinatore del dipartimento che si occupa solitamente di corruzione, politica e pubblica amministrazione. Ora al suo posto c'è Paolo Dal Pino, uomo che viene dal mondo delle telecomunicazioni, votato in extremis lo scorso 8 gennaio prima che il commissariamento si trasformasse da ad interim a operativo. Presentato dal presidente del Milan, Paolo Scaroni, candidato dalla Roma ma sul quale il solito Lotito ha poi steso la sua mano e messo cappello dichiarando a febbraio di "averlo portato e proposto" perché rompesse l'impasse.

Votato da soli 12 club su 20 con all'opposizione, risulta, Juventus, Inter e il Torino di Urbano Cairo, Dal Pino ha promesso massimo impegno per ricreare coesione e unità", ma è naufragrato sullo scoglio dell'emergenza Coronavirus e sul rinvio di Juventus-Inter che lo ha messo al centro della bufera. La sua fortuna sono state le parole di Steven Zhang che, quasi per paradosso, hanno ricompattato un po' il fronte a lui favorevole dopo uno stillicidio di accuse, diffide e proteste delle società, spaventate prima dall'ipotesi di giocare a porte chiuse rinunciando a incassi preziosissimi (una stima di Calcio e Finanza fissa in circa 30 milioni il conto da qui al 3 aprile, scadenza del decreto) e poi di non riuscire a portare a termine il campionato con conseguente bagno di sangue economico.

La vicenda del Coronavirus, però, ha regalato un altro spaccato del modus operandi dei vertici dell'azienda calcio. Dal Pino come presidente ha agito secondo poteri consegnatigli dalle norme, i patron gli hanno rinfacciato proprio questo finendo per litigare su tutto prima di salvare almeno l'apparenza con il voto all'unanimità dopo che Governo e Figc si erano dovuti muovere in prima persona per dare copertura istituzionale alle decisioni prese. La sintesi è che, con questo sistema di governance, la Lega continua a viaggiare col freno a mano tirato, incapace di una visione comune e ciclicamente impegnata a trovare il modo di moltiplicare i quattrini dei diritti tv per poi litigare sul come dividerli.

E qui si innesta la seconda figura cardine del sistema. Luigi De Siervo, avvocato fiorentino classe 1969, amministratore delegato dal dicembre 2018. Prima voluto, ora ingombrante tanto che la fronda nei suoi confronti si fa più ampia col passare dei mesi. Nel mirino è finito il suo contratto, considerato dagli oppositori eccessivo e, soprattutto, deciso senza passare dall'assemblea. Anzi, nemmeno comunicato in un gioco di verbali e delibere di cui, secondo molti club, non si trova traccia nei documenti ufficiali. De Siervo ha contrattato uno stipendio da 500.000 lordi all'anno più variabili fino a 160.000 e un bonus pari all'1% di quanto la Lega incasserà per stagione dal 2021 al 2024 in diritti tv in eccesso rispetto a 1,420 miliardi di euro. Dovesse riuscire a strappare a broadcaster e nuovi investitori un miliardo e mezzo, ad esempio, porterebbe a casa un milioncino all'anno.

Compenso di "mostruosa entità" ha scritto un presidente a Dal Pino, chiedendo conto del perché fosse stato firmato senza il via libera assembleare. Domanda messa nero su bianco anche dagli avvocati della Roma. Un accordo che in molti in via Rosellini considerano da impugnare e nullo, ricordando come in diversi incontri tra gennaio e marzo 2020 inutilmente i presidenti provarono a chiedere lumi su un passaggio ritenuto poco chiaro e cioè l'assenza della trascrizione dell'avvenuto accordo e della determinazione del compenso nella comunicazione delle delibere prese dal Consiglio (organo ristretto) il 3 dicembre 2018. Un Consiglio composto, oltre che dal presidente Dal Pino, dall'indipendente Maurizio Casasco, dai consiglieri Alessandro Antonello (Inter), Luca Percassi (Atalanta), Stefano Campoccia (Udinese) e Paolo Scaroni (Milan) e dai consiglieri federali Beppe Marotta (Inter) e Claudio Lotito (Lazio). Nomi ricorrenti anche nelle vicende degli ultimi giorni, schierati su fronti opposti e pronti a dividersi e ricompattarsi all'evenienza.

De Siervo resiste e intanto lavora alla definizione del bando per la cessione dei diritti tv. Dovrebbe uscire in primavera, sempre che l'emergenza Coronavirus non faccia ritardare tutto il processo. La Serie A sogna di imbarcare Amazon o qualche nuovo investitore Usa e proprio negli Stati Uniti si trovavano Dal Pino e De Siervo nelle ore in cui esplodeva il casodi Juventus-Inter. La loro mission è garantire una torta più ampia da spartirsi, poi si vedrà. Nell'era precedente l'advisor Infront (amministratore delegato della divisione Italia lo stesso Luigi De Siervo) incassava una commissione da decine di milioni di euro, altro tema di dibattito acceso prima della scelta di internalizzare il processo di vendita. Chi difende De Siervo e il suo compenso sottolinea come si tratti comunque di un risparmio, gli altri puntano dritto al riequilibrio e controllo dei poteri. Perché il nuovo Statuto votato nella primavera del 2018, commissario Malagò, ha disegnato una governance in cui il presidente ha ruolo di coordinamento e rappresentanza mentre all'amministratore delegato sono in capo le deleghe economiche e commerciali. Una figura potenzialmente fortissima, fatalmente finita in meno di un anno nell'occhio del ciclone. L'assemblea decisa è il prossimo 12 marzo. Vedremo che succederà.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti