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Juventus campione d'Italia: lo scudetto imperfetto

Bianconeri ancora irraggiungibili (malgrado le critiche a Sarri): essere ricchi è forte non è una colpa. Un modello da seguire per Inter, Lazio e chi aspira al trono della Serie A

La Juventus ha vinto il 36° scudetto della sua storia, il 9° consecutivo di un'era dominata come mai a nessuno era capitato nel calcio italiano. Lo ha vinto con pieno merito nella stagione più anomala e drammatica, quella della pandemia che ha rischiato di cancellare tutto consegnando il nostro pallone a un vuoto senza prospettive future. Lo ha vinto con pieno merito perché si è dimostrata la più forte dallo scorso agosto ad adesso: è raro che un torneo di 38 giornate non premi il migliore e non è vero che il migliore è quello che a tratti esprime il gioco più bello. No. Il migliore è quello capace di far valere le proprie caratteristiche e la propria superiorità dall'inizio alla fine, spremendo il meglio anche nei momento difficili che una maratona propone a tutti. C'è poco di casuale in uno scudetto e certamente non è casuale questo scudetto della Juventus.

Il fatto che sia il nono di fila della serie può togliere il gusto della sorpresa e far scivolare l'impresa quasi nella noia routinaria, come fosse non un evento ma una semplice contabilità da aggiornare. Non è così per più di un motivo e il valore delle avversarie, dall'Inter del girone d'andata alla straordinaria Lazio di autunno e inverno, sono una certificazione del peso specifico della vittoria bianconera. Entrambe hanno viaggiato a lungo oltre i propri record recenti e lo stesso ha fatto un'Atalanta commovente per intensità e qualità: sostenere, come fanno i critici a prescindere, che uno scudetto non vale nulla solo perché è il nono di fila quando nella stessa stagione le inseguitrici - tutte - stabiliscono i propri record assoluti o dell'ultimo decennio vuol dire scivolare nel pregiudizio e non nel giudizio asettico di un risultato sportivo.


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IL TRIONFO DI UNA JUVENTUS IMPERFETTA

La lunga premessa è obbligatoria perché questo è uno scudetto tanto meritato quanto contraddittorio. Raramente un tecnico che vince è stato messo in discussione quanto Maurizio Sarri che, pur avendo in tasca il primo trofeo italiano della carriera, non ha ancora affrontato il vero banco di prova della sua stagione d'esordio in bianconero. Inutile negarlo: la Juventus non ha giocato il calcio che ci si aspettava se non per pochi sprazzi, concentrati per lo più in autunno. Ha fatto vedere poco di esteticamente bello e nulla di sarriano anche se Sarri per primo aveva cancellato l'etichetta già un anno fa.

Ancora a inizio luglio il futuro della panchina juventina è stato oggetto di discussioni accanite. Sarri è all'inizio di un progetto triennale e la Juventus ha una storia che certifica come i progetti si facciano abortire solo per gravi e giustificati motivi, quindi il tema non è la sua riconferma ma il voto al suo lavoro che, pur premiato dal traguardo, rimane discusso e discutibile.

E' stata la Juventus dei solisti per ammissione del suo stesso tecnico. Non è stata nemmeno la Juventus di Fabio Paratici e di chi l'ha costruita a tavolino perché alcune scelte, poi vincenti, sono state in realtà il prodotto di dinamiche di mercato non totalmente controllate dall'area tecnica. Basti pensare alla parabola di Dybala e della sua permanenza in bianconero. Saper modificare in corsa le proprie idee, però, è un pregio e dunque un pezzo di questo scudetto è anche di Paratici, Nedved e del presidente Andrea Agnelli che ha avallato dodici mesi fa la svolta tecnica sposando la strada meno garantita e più complessa da gestire, anche a livello emotivo e di ambiente.

IL MODELLO PER LE AVVERSARIE

E' stato certamente un po' lo scudetto di Cristiano Ronaldo che ha migliorato nettamente le prestazioni numeriche della sua prima stagione a Torino ma anche lui rimane appeso al verdetto della Champions League. E', nel complesso, uno scudetto sintesi di tante mezze perfezioni o qualità imperfette, il che ha fatto pensare a chi inseguiva di poter attaccare già da questo anno il dominio bianconero. Non è stato così e la sfida andrà rilanciata già da settembre in una stagione, la prossima, che si annuncia comunque anomala perché compressa fino agli Europei.

La Juventus avrà l'obbligo di crescere e dare compimento alle mezze imperfezioni, le altre (Inter in testa) hanno davanti l'esempio di un tiranno che eccelle quasi in tutto. Una superiorità che si traduce in una rosa profonda e capace di spremere il massimo sempre. Essere i più ricchi e forti non è una colpa ma un merito, frutto di lavoro e programmazione. Nella notte del nono titolo consecutivo, che ammazza le velleità di dare una ventata di fresco alla Serie A, è l'unico pensiero che deve attraversare chi ambisce a far cadere il tiranno. Le altre sono invidie, piccolo cabotaggio e ragionamenti di risulta che portano solo alla sconfitta.

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