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Calcio

Italia, giù le mani da Mancini (e non solo)

In nove mesi è passato da eroe a principale accusa per il flop Mondiale: eppure il progetto tecnico e quello della Figc non meritano di essere bruciati dal ko con la Macedonia del Nord - ITALIA FUORI DAL MONDIALE: PERCHE'?

La traversata del deserto del calcio italiano sarà lunga e dolorosa e non è nemmeno iniziata. Il giorno dopo la cocente delusione dell'eliminazione per mano della Macedonia del Nord è il giorno dei processi: sommari e, dunque, in larga parte ingiusti. Caccia al colpevole del fallimento mondiale, perché di fallimento si tratta da qualunque parte lo si guardi. L'errore più grande non è stato sbattere contro il muro dei macedoni per poi farsi infilare, in maniera molto casuale, dal destro di Trajkovski. No, l'errore imperdonabile è stato arrivare a Palermo, con vista su Lisbona, con l'acqua alla gola dopo aver ricostruito pezzo per pezzo la nazionale ridotta a cumulo di macerie da Ventura e dal precedente choc mondiale.

Non siamo all'Anno Zero anche se la tentazione è quella di chiedere che si faccia piazza pulita e si rifondi tutto. Su quali basi non è dato sapere perché, come opportunamente hanno ricordati i vertici del calcio italiano in questi mesi, è la base della piramide a essersi drammaticamente inaridita. Non è colpa di Roberto Mancini se meno del 40% di chi scende in campo in Serie A è italiano e convocabile. Anzi, su questa povertà il ct è stato bravo a costruire l'impresa di Wembley aprendo le porte a Coverciano a una generazione da far crescere e valorizzare.

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L'Europeo è stato un sogno, non un miracolo. Tutto si è allineato, come spesso capita nello sport per i vincitori, ma in giro per l'Europa e fino alla notte di Wembley abbiamo esportato un modo di fare calcio giovane, fresco e moderno. Da settembre in poi i fattori si sono invertiti e i nostri limiti, a partire dall'assenza di un attaccante di livello internazionale, ci hanno condannato insieme a una certa dose di sfortuna. E dunque? Se questa è l'analisi diventa una follia pensare di cancellare l'onta di Palermo facendo rotolare la testa di Mancini.

E' probabile che a compiere il grande passo sia lui e sarebbe un'occasione persa. Nessuno come il ct ha in mano le chiavi del progetto che è, però, non solo tecnico ma anche politico. L'altro grande accusato risponde al nome di Gabriele Gravina. Per i (tanti) nemici dovrebbe mollare come prima di lui hanno fatto Abete (2014) e Tavecchio (2017). Dietro il termine "rifondazione" utilizzato in queste ore, tanti nascondono la volontà di azzerare i vertici federali nella segreta speranza di frenare le riforme.

Non è detto che le idee di Gravina siano per definizione corrette, ma è un fatto che la ricetta da lui proposta per traghettare il calcio italiano a una piena sostenibilità, magari rendendolo competitivo anche a livello di club, siano viste oggi come fumo degli occhi da quegli stessi ambienti che a parole vogliono il cambiamento. I nuovi parametri per le iscrizioni ai campionati, che costringeranno i proprietari a mettere soldi e non solo a fare debiti, spaventano eppure sono in linea con la tendenza che sta prendendo anche la Uefa: ad aprile il Fair Play finanziario andrà in soffitta per sempre ed entrerà un nuovo sistema che, applicato oggi, penalizzerebbe le squadre italiane a meno di un allineamento costoso e non più procrastinabile.

Anche la Figc deve interrogarsi su fallimento mondiale, non c'è dubbio. Ma gettare via tutto significa unicamente buttare più in là la palla e allontanare il momento cui dalle parole si passerà ai fatti. Ci giocavamo tanto in questi spareggi mondiali: abbiamo perso tutto. Da oggi il sistema calcio è anche più debole davanti alla politica che, tradizionalmente, ama i vincitori e non i perdenti. Non si tratta nemmeno più di inseguire soldi per i ristori che sono stati pervicacemente negati da ogni governo, ma di immaginare di avere una sponda per la parte strutturale delle riforme di cui il calcio ha bisogno.

Incapaci di fare sistema, i dirigenti del pallone non vedono l'ora di tornare all'Anno Zero quando, invece, dovrebbero cercare dentro di sé le ragioni della crisi del sistema stesso e seguire la strada tracciata. E pretendere sostegni burocratici per gli investimenti negli stadi e tutto quello che serve per crescere. Il dossier per la candidatura all'Europeo del 2032 è già nelle mani di Nyon: è il simbolo di cosa è stato fatto fin qui e cosa rimane da fare. Al campo ci pensino i tecnici, meglio se guidati ancora da Roberto Mancini.

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