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Calcio

Coronavirus, calendario e tv: così il calcio italiano si fa male

L'emergenza sanitaria ha fermato il pallone ma non i suoi vizi. Esponendo un sistema industriale al giudizio del resto del mondo

Siamo riusciti a trasformare una reale emergenza sanitaria in una macchietta, appiccicando addosso allo sport italiano l'etichetta di appestato, indesiderato nel mondo, da guardare con sospetto. Un effetto collaterale della diffusione del Coronavirus da non sottovalutare perché il 'Sistema pallone' resta pur sempre una delle prime dieci industrie del Paese oltre che una delle vetrine più viste e seguite nel mondo. Un po' come la moda, che ha mandato in scena la sua settimana milanese online.

Ebbene, se davvero come si vocifera gli stadi dovessero riaprire lunedì 2 marzo alla scadenza del primo decreto potremmo dire di esserci fatti del male da soli. Che differenza c'è tra Torino e Genova, ad esempio? O tra domenica e lunedì? Perché rischiare di esportare il match scudetto Juventus-Inter in tutto il mondo nella cornice desolante di uno stadio vuoto se la fine dell'emergenza è a un passo? O, forse, la fine dell'emergenza chiude qualcosa che si sarebbe dovuto aprire con maggiore cautela?

L'ordine e la salute pubblica valgono più di qualsiasi considerazione, è quasi banale ripeterlo. Ma che senso ha mandare in giro i tifosi per l'Italia in modo da raggiungere alcuni stadi rimasti aperti e trattare tutto il resto come una sorta di lazzaretto a cielo aperto? Perché gli juventini a Lione (3.500 per la cronaca) devono essere accolti come indesiderati o in Spagna si possa aprire un dibattito sulla trasferta dell'Atalanta a Valencia?

Il sospetto è che molto dipenda da come il nostro sport (insieme al nostro paese) si è presentato al mondo nelle giornate convulse dell'emergenza. Speriamo sia servito almeno a qualcosa, perché leggere sulle prime pagine dei tabloid inglesi che in Irlanda non vogliono l'ItalRugby onestamente ferisce.

E già che ci simo, dà fastidio anche leggere di come il sistema Italia riesca a esserlo solo a parole e mai nei fatti, quando c'è da rinunciare a qualcosa per provare a dare una mano agli altri. Il riferimento è alla barricata eretta dalla Lazio di Lotito per non concedere all'Atalanta, meravigliosa realtà di Champions, l'anticipo di 24 ore della sfida. C'è un reale impedimento di calendario? No. C'è la voglia di speculare fino all'ultimo minuto fregandosene del fatto che alla Serie A conviene che i bergamaschi possano giocarsi fino all'ultimo le chance con gli spagnoli. La cosa surreale è che il veto arriva da una società che negli ultimi mesi ha beneficiato di recuperi a elastico, piazzati prima qui e poi là con la sensazione di riuscire a governarne al meglio la programmazione.

Lo stesso vale per la storia della diretta in chiaro di Juventus-Inter, se dovesse giocarsi a porte chiuse. La legge pone paletti difficili da superare, questo è chiaro, ma che soggetti che nulla o poco hanno investito sull'evento Serie A (Rai e Mediaset) possano immaginare di godere dei benefici di una prima serata così in nome di norme e cavilli fa sorridere. Se Juve-Inter resterà a porte chiuse e criptata sarà, alla fine, giusto. Vogliamo tutto senza concedere nulla. La fotografia di un vecchio paese molto tafazzi quando tratta le sue cose.

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